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Posso accamparmi qui?

- Salve, posso accamparmi qui?

- Certo, come no? Questa è la mia terra, terra indiana, io non sono come uomo bianco, io lascio chiunque fermarsi da me. Tutti sono benvenuti. Io sono dottore indiano. Di dove vieni tu? Dove vai? Siediti con noi.

Jaime De Angulo, Indiani in tuta (Adelphi, 1978; originale Usa, 1950).

La bici sopra Berlino

Sul blog di Ediciclo è stato pubblicata un’anticipazione di “La bici sopra Berlino”, libro che mi riporterà nelle librerie con una novità a distanza di tre anni (e mezzo) dall’ultima fatica letteraria. Il libro uscirà nella collana “Ciclopolis” di Ediciclo a settembre. Potete leggere l’estratto QUI. BUONA LETTURA.

‘C’è una disperazione commovente nei tentativi dei turisti di professione, degli antropologi ben finanziati e dei viaggiatori che scrivono di distinguersi dalle masse viaggianti e dai comuni avventurieri. L’atteggiamento più tipico del turista è di il desiderio di evitare i turisti e i posti in cui si raccolgono. Ma ciò non fa che confermare il fatto che il viaggio non è più un mezzo che permette di distinguersi. E’ un modo di raggiungere una norma, l’identità comune a tutti noi (?):  quella dell’estraneo’. 

Eric J. Leed,  La mente del viaggiatore

Il problema S

Einaudi è sempre stato il mio editore preferito. Mi piace l’essenzialità grafica, la cura delle edizioni, il fatto che sia a Torino e non a Milano o a Roma, lo struzzo come simbolo. Mi piacciono ovviamente molti libri pubblicati nella lunga storia della casa editrice. Per tutti questi motivi è una vera disgrazia il fatto che anche Einaudi sia nelle mani di Berlusconi. Non è, come molti autori di sinistra che fanno uscire i loro libri per Einaudi hanno spesso argomentato, una questione di poco conto. La proprietà della più prestigiosa casa editrice nazionale (e di quell’altra, Mondadori), soprattutto in questo momento storico, costituisce un problema. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. Una conferma arriva dalla seguente notizia, riportata da vari giornali: Einaudi ha rifiutato di pubblicare l’ultimo libro di Jose Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998, da sempre pubblicato in Italia dalla casa dello Struzzo. La casa editrice ha giustificato la decisione col fatto che il libro contiene invettive contro il presidente del consiglio, definito tra l’altro “un delinquente”. Comprensibile, ma il problema proprietà si fa ancora più evidente. Il libro uscirà per Bollati Boringhieri. Non per Caos edizioni o Derive Approdi.

Sul blog di Ediciclo è stato pubblicato un mio scritto veloce sull’andare in bicicletta a Londra e Dublino. En passant, gli amici editori anticipano una prossima novità letteraria che mi riguarda. Avevo pudore a dirlo, ma l’hanno fatto loro per primi, quindi…a tre anni di distanza dall’ultima fatica editoriale in autunno dovrebbe essere nelle librerie (il condizionale richiama l’ormai celebre e inspiegabile detto trapattoniano, “Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”) un mio nuovo libro. E’ una storia che mescola invenzione e osservazione, tubolare e molare, angeli e dementi. Sarà un libro corto.

Dovrei scrivere molto e spesso per buttare fuori quello che mi muovono dentro gli eventi politici e legislativi italiani. Le leggi in discussione sull’onnivoro tema “sicurezza” fanno tremare i polsi a qualsiasi persona di buon senso. Anzi, leggendo le reazioni insospettabili dell’uomo di destra Gianfranco Fini alle uscite forcaiole di Lega Nord e accoliti forse non serve nemmeno il buon senso (ho pudore a usare l’eggettivo “buono” in questo caso) ma basta far uso del compromesso senso comune. Tuttavia, vivendo all’estero, immerso in una realtà con altri problemi e impellenze, c’è un limite al coinvolgimento e al conoscimento che uno può e riesce a dedicare ai fatti del paese di origine. Fino a che punto riesco a cogliere lo stato d’animo del paese se da sette mesi non ci metto piede e da due anni e mezzo non ci vivo? Quanto possono dirmi Internet e i contatti personali?

Ho riflettuto su questo quando stamattina ho ricevuto una telefonata da Alba Arcuri, redattrice di Permesso di soggiorno, trasmissione quotidiana di RadioRai 1 (va in onda dal lunedì e al venerdì dalle 5.50 alle 5.58, e la sua collocazione dice molto sull’interesse dei curatori del palinsesto Rai per il tema). Ha voluto intervistarmi sul tema dei bambini irregolari, dei “bambini clandestini” in Svizzera negli anni sessanta e settanta di cui ho trattato nel mio libro “La mia casa è dove sono felice”. Mentre il parlamento italiano sta per votare delle leggi che così come sono creeranno disagi estremi alle famiglie degli stranieri (chiunque può essere irregolare in un sistema che lavora per creare irregolari) impendendo in pratica perfino il riconoscimento dei figli di persone in stato di irregolarità, il tema storico è di terribile attualità (vedi la nota dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione).

In Svizzera, fino ai primi anni novanta, il peculiare regime dei permessi di soggiorno impediva a molti immigrati regolari, regolarmente residenti e assunti, di aver con sé i figli. Soprattutto negli anni sessanta e primi settanta, gli anni del boom migratorio verso la Svizzera,  questo sistema ha creato il fenomeno dei “bambini nascosti”, come venne definito in un libro di Marina Frigerio e Simone Burgherr, o “bambini clandestini”, come li ho denominati io nel mio libro. E’ una storia che conosco bene, perché è anche la mia. Bambini affidati ad altre famiglie o segregati in casa per anni, in attesa dell’accesso ad un permesso diverso per il capofamiglia (passare dallo stagionale all’annuale, dall’annuale al domiciliato ecc). Bambini che non dovevano esserci e invece c’erano. Esposti, con i loro genitori e familiari, agli arbitri di un sistema criminogeno.

La storia non insegna molto, soprattutto agli italiani. Scrivendo quel libro ho voluto rivolgermi agli ex emigranti e alle loro famiglie, per indurli a riflettere sulle comunanze tra il loro vissuto e il vissuto di altri, oggi. Per un certo periodo mi sono illuso che la realtà fosse migliore di quella che pensavo, che gli italiani (nel mio caso specifico, quelli di una piccola regione a nord-est) fossero più ragionevoli di quanto il voto nell’urna inducesse a pensare. Mi sbagliavo. Non si può affidare il paese a puttanieri e scrivani analfabeti. Gli effetti sono quelli che si vedono nel parlamento italiano in questi giorni. 

Per chi volesse ascoltare il mio intervento a Permesso di soggiorno, la trasmissione andrà in onda questo venerdì, 15 maggio. Dal pomeriggio la si potrà ascoltare anche in streaming collegandosi al sito di Permesso di Soggiorno.

P.S. Non cercate “La mia casa è dove sono felice” nelle librerie, non lo troverete. Dopo troppe amarezze ho chiuso i rapporti con l’editore due anni fa. A quel tempo il libro era praticamente esaurito, chi é interessato si rivolga alle biblioteche (fintanto che il governo non pensa a mandare in rovina anche quelle). Io ne ho una sola copia che ho prestato e spero mi venga (presto) restituita. 

 

Qualcuno mi ha fatto notare che dal sito di Linus sono spariti due miei vecchi articoli che a suo tempo avevo segnalato sul blog. Si tratta della storia della Weissenfels e di Carlo Emanuele Melzi e di un reportage da Banja Luka, Bosnia. Visto che le link sono diventate inservibili, appena mi sarà possibile caricherò le copie in pdf. Gli originali della rivista devono trovarsi in una delle scatole impilate a casa dei nonni, assieme al resto dei miei (pochi) beni domestici.

E’ passato un be po’ di tempo dall’ultima volta che ho raccolto il meglio dei termini di ricerca che hanno portato a questo blog. E’ che quando lo faccio si rafforzano i miei dubbi sul senso di avere un blog. Uno riflette e scrive e poi c’è qualcuno che finisce per leggerlo solo perché il suo indirizzo è finito misteriosamente nella lista fornita da google alla voce “tettone venezuelane”. Ok. Spazio al buonumore. Difficile attribuire la palma del migliore, ma mi suscita immediata simpatia quello che vuole sapere come vestirsi per il barbecue…e spera di avere aiuto dal gestore di questo piccolo cortile digitale.

lista film automobilistici
5 m di velo
fare la pipi in piedi per le donne
morrissey è sposato?
uomo bello cubano in friuli cerco
tette da sbattere in faccia
temi scritti da bambini sul carnevale
aprire un pub in venezuela
ciclista caduto
mestieri di una volta
come vestirsi per il barbecue
combattere il freddo a berlino
buongiorno in venezuela
nazi skins udine
lig britof
tettone venezuelane
in svezia i gay stanno ben
nonno di heidi vs remi

Circa un anno fa avevo pubblicato un post dedicato a un giovane calciatore a quel tempo a me sconosciuto, Mario Balotelli. Da allora un discreto numero di persone è capitato in questo blog cercando informazioni su di lui. I più hanno inserito su google o altri motori di ricerca queste domande: “Balotelli è italiano?”, “Balotelli non è italiano?”, “Balotelli italiano”. La questione, insomma, è tutta qui: può un calciatore nero essere italiano? Il suo caso crea distonia nelle menti di molti tifosi di calcio, abituati a messaggi semplici e ripetitivi come i cori che si urlano negli stadi. Il fatto che questo ragazzo abbia un talento fuori dal comune, un carattere orgoglioso e giochi per una squadra importante fa il resto. Scatta l’insulto razzista. “Negro di merda” gli hanno urlato domenica scorsa a Torino i tifosi della Juventus. Testimoni affermano che si trattava di varie migliaia di persone, non di piccoli gruppi di facinorosi. Leggendo i commenti successivi al fatto c’è da rimanere basiti. Anche chi ne ha denunciato la gravità, non ha potuto fare a meno di sottolineare il difetto del ragazzo: il suo carattere. “Ha atteggiamenti da bullo, non rispetta nessuno (cosa che piace a Mourinho, ma dovrebbe preoccuparlo), deve imparare a muoversi da professionista e a non sprecare il suo talento. Siamo in tanti a sperare che chi gli è più vicino (la famiglia, qualche compagno di squadra anziano) gli faccia capire cose giuste, atteggiamenti più sereni”. Così ha scritto Gianni Mura su Repubblica.

Mi chiedo: Mura si è chiesto cosa può vuol dire essere nero – e italiano – in un paese dove due uomini, padre e figlio, uccidono a bastonate un ragazzo nero urlandogli cose irripetibili legate al colore della sua pelle e non viene loro nemmeno riconosciuto il movente razzista? E’ possibile che un giovane poco più che adolescente rimanga insensibile a quanto succede attorno a lui? Nelle interviste Balotelli appare un ragazzo molto più maturo della maggioranza dei suo coetanei. Tutto sembra meno che un bullo. Invece di dare giudizi chiamando in causa la famiglia, che suona oltremodo offensivo sia per Balotelli sia per i suoi famigliari, forse i commentatori potrebbero interrogarsi sul problema razzismo. Il calcio non è che un grande teatro pubblico che mette in evidenza gli umori della società. E’ un evento sociale, prima che sportivo. Gli atteggiamenti da “bullo” vengono sanzionati dall’arbitro se sconfinano nel fallo o nell’irregolarità di gioco, ma chi sanziona coloro che urlano insulti razzisti all’indirizzo dei giocatori?  Nessuno. E’ una colpa di tutti, quindi di nessuno.

Recentemente, nella Premier League (dove il problema esiste da tempo e sono stati presi dei provvedimenti), undici tifosi del Tottenham sono stati portati in tribunale e condannati per aver insultato Sol Campbell, giocatore nero del Portsmouth. La polizia li ha identificati grazie alle telecamere e ne ha diffuso le foto su internet per definirne le identità. Alcuni commentatori hanno messo in luce che i tifosi ce l’avevano con lui non per il colore della pelle, ma per il fatto che in passato aveva lasciato il Tottenham per passare all’Arsenal, club rivale della capitale. E’ un po’ quello che pensa anche l’ingiudicabile ct della nazionale italiana, Marcello Lippi. Rispetto al caso Balotelli ha detto:  ”Non credo che ci sia una volontà razzista da parte di chi fa quei cori, ma piuttosto una volontà di offendere qualcuno per vari motivi che si vengono a creare nel contesto della partita”. Meno male che i giudici inglesi hanno più chiaro di Lippi (e Mura) il significato dell’insulto razzista.

 

Piacevoli imprevisti. Patagonia controvento trova spazio tra i “classici” del viaggio patagonico. Succede nelle pagine online del Corriere della Sera. Il blog ”Viaggi di carta”, curato da Gianfranco Raffaelli, ospita una rassegna di libri di viaggio sulla Patagonia. I primi titoli segnalati sono i seguenti: In Patagonia, di Bruce Chatwin; L’ultimo treno della Patagonia, di Paul Theroux; Patagonia express, di Luis Sepulveda; Patagonia controvento, di Max Mauro; Ultimo parallelo, di Filippo Tuena. Per arrivare direttamente alla pagina basta cliccare QUI.

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