Il blog ha toccato quota 50.000 visite. Grande o piccolo che sia, dipende dai punti di vista, questo numero mi invita a riflettere ancora una volta sul senso di mantenere in vita quello che io chiamo il mio “cortile digitale”. La frequenza con cui lo aggiorno è, dal principio, irregolare e sfacciatamente umorale . Non mi piace gettare in strada pensieri volanti (di quelli ne è piena la rete, basta osservare il mondo di Facebook e Twitter), quindi se non ho il tempo per riflettere su quello che sto per scrivere lascio perdere. Visto che di tempo ne ho poco, finisce che scrivo poco, pochissimo per gli standard della comunicazione online. Ne consegue che il numero delle visite al sito oscilla terribilmente, ma mi sta bene così. In fondo, un cortile non è un’arena per concerti.
Run Alpe Adria: “extra-comunitari” non ne vogliamo
E’ una curiosa interpretazione di internazionalità quella degli organizzatori della Run Alpe Adria, manifestazione podistica che unisce le maratone di Trieste, Klagenfurt e Lubiana. Gli organizzatori della neonata competizione internazionale “unica al mondo” – come sottolineano nelle note di presentazione – hanno creato un sito, www.run-alpe-adria.com, con poche informazioni in inglese e l’invito a consultare i siti nelle tre lingue di riferimento (italiano, tedesco, sloveno).
Nella pagina in italiano si legge che “L’iscrizione al Run Alpe Adria riservata agli atleti comunitari ed è gratuita”. Dunque, se sei un corridore appassionato, vivi da vent’anni a Trieste o Udine e ami la tua città d’adozione ma non sei in possesso della cittadinanza di un paese membro dell’Unione Europea non puoi gareggiare. Semplice. Per converso, se vivi puta caso a Rovaniemi, capoluogo della regione lappone della Finlandia, non hai mai messo piede a Trieste, Klagenfurt o Lubiana, e a malapena sai dove queste città sono collocate sulla mappa, hai pieno diritto di iscriverti alla Run Alpe Adria. Fantastico. Continua a leggere
Le parole e le cose: piuttosto che
Sono tra quelli, non pochi, credo, che soffrono quando sento utilizzare piuttosto che al posto di o. Non è un problema recente, già nel 2002 l’Accademia della Crusca lamentava la diffusione di questo obbrobrio lessicale soprattutto tra gli operatori dell’informazione. ”Si tratta”, scrivevano gli accademici, “di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo. Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio – stante l’estrema pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del ‘medium’ per antonomasia – governano l’evolversi dell’italiano di consumo”. Purtroppo, questa moda non è passata ma ha anzi ampliato la sua diffusione. Molte persone, soprattutto quando parlano in pubblico, pensano di “abbellire” il loro linguaggio utilizzando il piuttosto che nella funzione che normalmente compete alla o. Nessuno ambito professionale sembra sfuggire alla moda. Negli ultimi tempi mi è capitato di sentirlo usare: 1) alla presentazione di un volume di antropologia (dall’autrice stessa!); 2) alla radio, in una trasmissione sulla musica da camera; 3) da un politico locale, interpellato sulle sue ultime iniziative; 4) da una promotrice di eventi artistici, elencando alcuni progetti. In questi casi adotto una forma di auto-difesa che consiglio a tutti. Quando sento il piuttosto che utilizzato nel senso di o spengo la comunicazione, mi alzo e me ne vado. E’ una cosa piccola, ma mi fa stare meglio. Provateci.
Immigrazione e dibattito pubblico
Le ultime tornate elettorali erano state giocate (e vinte, dalla destra) puntando sul tema “immigrazione”. Ingigantire i problemi e alimentare paure è stata, per molti anni, una strategia vincente della Lega Nord, e pure del cavallo di Troia Berlusconi. Anche il centro-sinistra ha detto la sua, con la legge Turco-Napolitano, a lungo pensata ma non a fondo e sufficientemente ponderata. L’immigrazione è stata vissuta dai primi come una “questione” da eludere, criminalizzandola, e dagli altri come una questione da affrontare trattandola da semplice variante economica (“integriamo” utile forza lavoro straniera), finendo per fare lo stesso gioco. Oggi, tuttavia, di immigrazione non si parla più.
Scherzi di carnevale: la reunion dei Black Flag
Sono diversi anni che tengo fra le bozze di questo blog un pezzo sulla discutibile tendenza dei gruppi anni ’80 a riformarsi. La tendenza è dilagante e non conosce confini di genere. Dai gruppi new wave a quelli più pop, dal rock gotico ai (ahinoi) gruppi hardcore punk. C’è chi, condannato all’oblio musicale dopo quelle gloriose stagioni giovanili, vuole racimolare qualche soldo e un po’ di gloria ritardata sfruttando il successo del revival anni ’80. Ma c’è anche chi di gloria ne ha vista poca anche allora e riformandosi gioca sull’effetto traino dei gruppi più noti. La lista delle reunion è così lunga che si starebbe meno ad elencare i gruppi che non si sono ancora riformati. Ecco, in quest’ultima ipotetica lista, ai primi posti dei gruppi della nostra adolescenza e gioventù che MAI si sarebbero riformati c’erano fino a qualche giorno fa i BLACK FLAG. Fino a qualche giorno fa, appunto.
Tra la folla con Beppe G.
La prima sensazione è stata di smarrimento. Sto assistendo allo spettacolo di un comico o ad un comizio di un politico? Questo mi sono chiesto per lunghi minuti, mentre vagavo per la piazza, infilandomi tra le persone accalcate con lo sguardo rivolto verso il palco. Non riuscivo a darmi una risposta. Le battute, il tono, lo slancio fisico incontenibile del protagonista, sono gli stessi visti negli spettacoli, ma il loro senso è diverso. Poi mi sono deciso, quasi a voler autoritariamente chiudere la questione con me stesso: questo è un comizio elettorale, non uno show di Beppe Grillo. Però, come l’odore di fritto che ti rimane addosso anche quando ti togli i vestiti con cui hai cucinato, il dubbio non è sparito.
