Era una notizia che avrei voluto dare da diverso tempo. Nel 2012 il mio libro La mia casa è dove sono felice verrà ristampato dall’editore Kappa Vu. Varie ragioni, non ultima l’assenza di un contratto editoriale, avevano reso accidentato il percorso di questo libro che ha occupato un paio d’anni della mia vita per venire al mondo e alcuni altri per essere concepito. Nonostante gli intoppi, tuttavia, non si può dire che le cose siano andate male per un volume pubblicato da un editore locale e, al principio, nemmeno accompagnato dal temibile ma autorevole codice ISBN. Proviamo a fare un sunto.
Il libro uscì nel marzo del 2005 e nell’arco di due anni venne ristampato due volte, grazie anche all’interesse suscitato da recensioni e segnalazioni a varie latitudini della penisola. Vinse un premio nazionale dalle parti di Parma (“Città di Borgotaro-Raccontare l’emigrazione”) con una giuria ricca di curricula e autorevolezza, a cominciare dal presidente Mario Lavagetto e dal promotore del premio Maurizio Chierici. Ci furono alcuni incontri in scuole superiori e università (stranamente o forse no, non a Udine) e circa 40 presentazioni pubbliche, nelle sedi più diverse – sale comunali, circoli arci, librerie, sagre dell’emigrante, osterie, centri sociali autogestiti. Ne nacque una lettura musicata insieme agli amici Arbe Garbe. Venne perfino adottato in corsi universitari di mediazione linguistica e culturale. Qualcuno, a mia insaputa, utilizzò il titolo per dare un nome a una festa solidale. Poi il silenzio. Dissidi tra autore ed editore – un problema annoso come la ricetta della polenta – hanno bloccato per vari anni la circolazione del libro e i miei interventi pubblici attorno ad esso.
Eppure le cose hanno continuato a muoversi. Nel 2011 un brano de La mia casa è dove sono felice è stato incluso nella grammatica italiana più diffusa nelle università del Nord-America.
Non una semplice segnalazione, ma l’adozione di un brano a rappresentare il tema dell’immigrazione in Italia, scelto come materiale di esercitazione accanto ad autori classici della letteratura e del giornalismo nostrani (quattordici i capitoli, quattordici gli autori).
Insomma, era ora che il libro tornasse disponibile. Mi mancava.
Forse pero’ il segreto sta nel essere perennemente degli alieni. Oppure dei precari. Infine, the natives are restless.
E’ un’idea percorribile. L’esilio come stato mentale (e vitale), per altro scelto e percorso da molti nelle arti e nelle scienze, magari senza argomentarlo (Joyce è vissuto buona parte della sua vita all’estero, lo stesso per Beckett, e poi molti altri costretti da vicende drammatiche ad una vita lontano dalle origini…Kristof, Kracauer, solo quelli che mi passano per la mente ora). I nativi sono (troppo) spesso inquieti, di questi tempi. E’ vero ma non si può pensare che tutti possano o vogliano vivere uno stato di esilio o straniamento. Alcuni vi sono obbligati, altri lo scelgono, altri ancora vivono nell’immediatezza dell’impossibilità. Qualunque la condizione, sarebbe importante non assolutizzarla. Divenire minoritari, tutti.