Dicesi esportare cultura

Nella sede della Missione cattolica italiana di Saarbruecken (le Missioni cattoliche all’estero vennero create da Vaticano a supporto degli emigranti in vari paesi, ne esistono ancora e sono strutturate per lingua e origine dei migranti) il missionario, un sardo dai modi schietti, mi dice: “Ma quanti soldi hanno quelli della Regione Friuli Venezia Giulia?”. Lo guardo un po’ stupito, poi mi spiega che da Udine o Trieste hanno inviato uno scatolone pieno di libri. Ma alla Missione non sanno che farsene. I libri sono in realtà solo uno: molte copie di una lussuosa pubblicazione fotografica sui coltelli di Maniago, corredata da alcuni testi introduttivi in friulano e italiano. Sono quei volumi costossimi in carta patinata che sono una festa per gli assessorati alla cultura, perchè fanno colpo anche se poi non si sa bene a cosa servano. A Saarbruecken, mi spiega il missionario, di friulani non ce ne sono più da anni, sono rimasti giusto un paio di vecchi sposati con tedesche o alcuni figli di immigrati che non frequentano la missione. “Se ci contattavano prima di spedirci il libro, gli spiegavamo la situazione, non sappiamo a chi dare tutte queste copie”. Una collaboratrice della missione si libera quindi di una copia dandola a me, io cercherò a mia volta di darla a qualcuno che abbia posto in casa o in valigia (il volume pesa ed ingombra) o un interesse specifico per i coltelli, forse un serial killer.

Nota: qualche tempo a chiesi a un funzionario regionale se la Regione aquistava ancora libri (che il più delle volte lei stessa aveva finanziato in tutto o in parte) da inviare ai nostri “corregionali all’estero”. Era una pratica consueta anni fa, che ha riempito gli scaffali dei circoli degli emigranti di mezzo mondo di libri di poesie in friulano, storie di paese, leggende di montagna e fiabe di palude poco o nulla letti anche in Friuli. “No”, mi disse, “quelle cose non si fanno più”. Ah. Il mio era un interesse diretto, perché avendo pubblicato (con contributo regionale) un libro sulle storie di vita di emigrati e immigrati pensavo potesse essere interessante per quelli rimasti all’estero. Vabbé. Tra l’altro il libro non è mai stato presentato nei circoli dei friulani all’estero, che nel frattempo hanno tuttavia continuato ad ospitare concerti di Dario Zampa e Beppino Lodolo o l’ennesima conferenza sui mosaici di Aquileia…

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Nuove (Jimmy Scott in Europa)

Due notizie piacevoli.

 

Ediciclo ha (finalmente) inaugurato il nuovo sito, date un’occhiata cliccando qui. Il layout è simpatico, c’è spazio per molti contenuti, all’interno anche un consuntivo della prima edizione di Ciclomundi, festival del viaggio in bicicletta che mi dicono ha avuto un successo al di sopra delle previsioni. Auguri per le prossime edizioni, allora…!

 

Jimmy Scott sarà in Europa ai primi di ottobre per poche date, suonerà a Manchester e Berlino. Classe 1925, Scott ha avuto una storia difficile e straordinaria, sia sul piano umano che musicale. Alcuni anni fa ascoltai una sua versione di Almost blue…beh’ se l’ascolti è difficile dimenticarla. Per puro caso, qualche tempo, dopo vidi un documentario sulla sua vita e ne rimasi folgorato. Ok, io ho una passione per le storie di vita, soprattutto quelle complicate, di camminatori al margine, segnate da lacerazioni e forse, ma solo forse, riassestamenti che visti da lontano possono assomigliare a degli happy end ma solo visti da lontano perché gli happy end non esistono, mon amour. La sua potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Nato con un patologia che ne ha compromesso lo sviluppo fisico ma che probabilmente gli ha donato una voce fuori dal comune, Scott da giovane entrò nei circuiti del jazz che conta. Amato da Billie Holliday e Ray Charles, fino agli anni 60 ebbe una carriera tortuosa: registrava dischi con artisti importanti ma faticava ad essere riconosciuto con il suo nome proprio a causa della voce, troppo strana, incatalogabile per quegli anni: era uomo o donna?, si chiedevano i discografici e nel dubbio attribuivano il suo contributo a “voce maschile” o, come accadde in un disco di Charlie Parker, addirittura ad una donna che nel disco nemmeno cantava! A metà anni sessanta un inghippo contrattuale gli bloccò la carriera, in pratica non riuscì più a registrare dischi a causa di un vincolo contrattuale con un manager meschino. Cosa successe? Il nostro si rintanò nella natia Cleveland facendo vari lavori, tra cui l’operatore di ascensori (!), chiudendo in un cassetto la carriera musicale. Tutti sembravano essersi dimenticati di lui, ma nel 1991, dopo più di vent’anni di completo silenzio, cantò al funerale dell’amico Doc Pomus e qualcosa si sbloccò. Lou Reed lo invitò a cantare in un suo disco e da lì in poi la sua voce ritornò a circolare. Negli ultimi anni Scott gira il mondo come non ha mai fatto in gioventù, a 82 anni è ancora in grado di regalare emozioni.

Chi è fuorilegge?

Se provaste a spiegare a un cittadino qualsiasi, una persona rispettosa delle leggi, uno di quelli convinti che se tutti facessero il proprio “dovere” le cose funzionerebbero al meglio, che basta un po’ di buon senso, di onestà e rettitudine perdio! (se queste caratteristiche vi sembrano appropriate per i seguaci di beppe grillo non posso farci niente, non è quello l’obiettivo del mio discorrere), se a questo tipo di persona, che rappresenta la grande maggioranza della penisola e forse anche del resto del mondo, cercaste di spiegare che nei nostri ricchi e bei paesi esistono delle isole di totale illegalità, dei luoghi dove si compiono violenze illegittime e reiterate che fanno scempio delle stesse leggi che ci impegnamo quotidianamente a rispettare, beh, quel bravo cittadino vi prenderebbe per pazzo.

Eppure proprio a casa nostra, ovunque in Europa e in tutti i paesi del mondo dove c’è un po’ di ricchezza “da difendere”, esistono i “campi per migranti”. Sono strutture al di fuori della legge: sono delle prigioni ma chi vi è detenuto non ha i diritti che hanno i normali detenuti. Non essendo normali prigioni non ci sono regole precise, vengono gestite secondo l’inclinazione e le capacità di chi si trova a gestirle in quel momento. L’unico principio valido è che chi finisce dentro deve rimanerci finché non viene deciso altrimenti. Il “reato”? E’ per tutti lo stesso: trovarsi in un paese senza la carta giusta in mano. Quella carta, il permesso, la visa, il visto, il documento che autorizza la presenza, che identifica la persona, che la rende qualcuno di fronte al mondo, è il rovello di milioni di vite dagli Stati Uniti alla Grecia, dall’Italia all’Irlanda. Gli stati studiano i meccanismi più astrusi per rendere complesso l’ottenimento di quella carta, ne distinguono varie, creando vari livelli di legittimità, diversi gradi di umanità, perché, come dice Giorgio Agamben, nell’epoca attuale i diritti universali dell’uomo sono stati soppiantati dai diritti del cittadino. Sul piano dei diritti, se non sei cittadino non sei uomo. Per essere cittadino devi avere la carta giusta, oppure ne puoi avere una giusta solo in parte, un permesso temporaneo, e quindi sei un uomo a metà o a un terzo…

Nel sito di un’associazione che si chiama Migreurop ho trovato la mappa aggiornata al 2005 dei campi per migranti esistenti in Europa. Ci sono molte informazioni interessanti per capire quanto le procedure siano simili nei paesi della fortezza Europa. Per non pensare il peggio di noi europei basta però dare un’occhiata a cosa succede in Australia, per esempio leggendo un rapporto sulla condizione dei bambini migranti detenuti in zone remote di quell’affascinante paese…

Comunque, ciò che conta è parlare delle pensioni. Non perdiamo di vista le cose importanti.

L’Elvis rosso

Che storia triste quella di Dean Reed, cantante e attore made in Usa che negli anni sessanta a settanta divenne un mito nei paesi comunisti. Morì in circostanze misteriose nel 1986, annegato in un lago della DDR, dove viveva da vari anni. Il documentario Der rote Elvis (L’Elvis rosso) ricostruisce la sua storia attraverso interviste e filmati d’epoca. Partito dal natio Colorado il giovane Dean raggiunse Hollywood dove si costruì una discreta fama di cantante dallo stile vicino a quello del maestro del rocknroll ma seguì un percorso del tutto diverso. Divenne presto una star in Sud America, in particolare in Cile dove appoggiò la campagna elettorale di Allende nei primi ’60 e si appassionò alla causa dei più poveri, divenendo un oppositore della politica imperialista del suo paese. Finì in prigione per aver vilipeso la bandiera e infine trovò la sua strada nell’est Europa. Si stabilì nella DDR (proprio la DDR) “funzionando”, forse idealisticamente di certo ingenuamente, da vessillo per la propaganda del partito unico. Tuttavia, la sua fama si estese in tutta l’area comunista, in particolare era trattato come una star in Unione Sovietica. Sono spiazzanti i filmati di lui sulla Piazza Rossa (che era altrimenti impossibile da filmare) mentre firma autografi a ragazze adoranti, a metà anni ’70! O ancora, mentre abbraccia Arafat con un mitra al collo durante un periodo trascorso in Palestina. Al di là di quello che si può pensare a posteriori del suo impegno politico, rimane l’impressione di un uomo statunitense del tutto singolare per la sua generazione, un attore-cantante “perfettamente americano”, dalla voce calda e i movimenti da attore nato che impara lo spagnolo e il tedesco e si butta a capofitto nella guerra fredda, che, va detto, si alimentava anche di immaginario, di cinema, di musica, di sogni manipolati. Il suo destino, tragico, va da sé, si compie a pochi anni dalla caduta del muro.

Ho visto il film in un cinema deserto, ero l’unico spettatore. Il proiezionista è arrivato in ritardo perché da poco divenuto padre. Complimenti a lui. E complimenti anche alla cassiera che mi ha fatto lo sconto per festeggiare il neopapà.

La fortezza si allarga e uccide

Un articolo di El Pais mi ha raccontato una storia che mi era sfuggita o forse era proprio stata tenuta in disparte dai media nelle scorse settimane. Una donna cecena ha perso tre dei suoi quattro figli cercando di entrare illegalmente in Polonia attraverso i boschi che questo paese condivide con l’Ucraina. Il fatto è successo ai primi di settembre. La donna era partita da una località a 20 chilometri da Grozni pagando duemila euro a qualcuno che le aveva promesso di portarla in Europa, nel “paradiso” dell’Europa occidentale. Lasciati nei boschi dell’Ucraina, vestiti con indumenti estivi e senza cibo, la donna e i suoi bambini si sono persi, la donna ha portato con sé il più piccolo andando a cercare aiuto ma al ritorno ha trovato gli altri tre morti assiderati. Quante volte ancora dovremo leggere storie di questo tipo? Sono storie simili a quelle che i giornali italiani riportavano alla fine degli anni ’40, quando emigranti italiani lasciavano la pelle sulle montagne al confine con la Francia cercando di raggiungere illegalmente quel paese. Sono passati sessant’anni eppure si ripetono. La nuova frontiera dell’Unione europea ad est sarà sempre più spesso causa di notizie come questa. E poi, lontani da occhi indiscreti dei mass media e delle organizzazioni umanitarie alcuni paesi gestiscono i nuovi (per loro) problemi delle migrazioni coi modi spicci della forza bruta. Poco si sa di quello che avviene per esempio in Ucraina, principale area di transito per chi cerca di entrare in UE attraverso la Polonia. Al Forum Economico Internazionale svoltosi proprio in Polonia ai primi di settembre (in una località lontana appena duecento chilmetri da dove la donna cecena ha perso i suoi figli) si è parlato anche di questo. In quell’occasione ho intervistato il direttore dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, un ente che affronta il problema sul piano “organizzativo”, cioè puramente militare, per dirla in parole semplici. Una conversazione utile per capire cosa succede e succederà con l’allargamento della UE e come le istituzioni europee non abbiano altra risposta che quella poliziesca. Ho proposto l’intervista a due giornali italiani (il Manifesto e l’Espresso): risposta? Silenzio. Troppo lontane le nuove frontiere ad est per il pubblico italiano.

 

 


I confini fanno bene!

I confini fanno bene ai tedeschi (e non solo a loro). I confini contaminano, frantumano, scompongono il castello di principi-idee-valori-tradizioni che gli stati nazionali si impegnano tenacemente a costruire sulla pelle dei loro cittadini. Gli stati fissano i confini, li difendono, ma poi questi finiscono per render pubblica e ancor più evidente la loro precaria essenza. Provate a girare la Germania da sud a nord e poi fate un salto a Saarbruecken, città al confine con la Francia che nella storia degli ultimi secoli è stata spesso oggetto di contese tra i due paesi soprattutto per le sue risorse minerarie. Devi arrivare qui per trovare gente che sorride, e senza una quota di birre in corpo. Entri in un ristorante turco e trovi la signora più accogliente e luminosa che puoi immaginare. Se anche i turchi sorridono, e di solito non ne hanno molte ragioni in Germania, beh, deve trattarsi di un posto particolare. A parte l’impressione epidermica di dolcezza, che contrasta con il declino economico subito dalla regione negli ultimi anni, a Saarbruecken si trovano spunti utili al progetto “A due passi” che io e Bibi abbiamo avviato un paio di anni fa. Strade dai doppi nomi, francesi e tedeschi, strade che fino a un certo punto sono un paese e poi ne diventano un altro. Poi parli con vecchi emigranti e figli di emigranti e scopri anche altro. Ti raccontano di ragazzi di terza generazione (nipoti di immigrati italiani) che non hanno la cittadinanza tedesca e neanche sono interessati a richiederla perché tanto “per i tedeschi rimani sempre uno straniero anche se hai la cittadinanza”. Storie che hai sentito e risentito (avete dato un’occhiata alla nazionale di calcio turca? Metà sono giocatori nati e residenti in Germania) ma che ascoltare dalla viva voce di nipoti di immigrati italiani, bianchi-cristiani e pure non-meridionali, che ha il suo peso a queste latitudini, fa un effetto ancor più forte. Comunque, la nuova legge per la cittadinanza in Germania ha abbassato a otto anni i tempi di residenza per poterla richiedere, in Italia sono dieci e nella prassi anche qualcuno di più. Ogni paese ha i suoi inghippi legislativi e le migrazioni hanno il pregio, se così si può dire, di metterli in luce e di metterne a nudo le assurde ragioni.

 

 

Il nostro mondo è la casa?

Il comune di Milano ha tagliato il gas ad Alda Merini dopo che la poetessa avrebbe minacciato – in una conversazione telefonica con un amico – di suicidarsi facendo esplodere il palazzo. Non è tanto la notizia in sé a colpirmi, perché di storie e astruse e improbabili sono pieni i giornali, ma le considerazioni che Merini fa al Corriere della sera chiedendo di avere riallacciato il gas: “Ogni minuto che vola via, mi stringo con maggiore intensità al mio appartamento. Ho paura di perdere foss’anche un piccolo, magari insignificante, oggetto. Ho paura di venire abbandonata foss’anche da un minimo, invisibile particolare. Cosa ci resta, a noi vecchi, se non la casa e i ricordi che essa contiene?”

E’ così. E’ proprio così. E forse non vale solo per i vecchi. Parlo da un punto di osservazione tutto particolare, visto che negli ultimi due anni ho vissuto con Bibi in sette case diverse (in tre paesi diversi) e questa girandola putroppo non è ancora finita. C’è bisogno di un luogo a cui dare il nome di “casa” e c’è bisogno di avere vicino gli oggetti che ci hanno accompagnato e ci accompagnano in vita. Da ragazzo, preso in ingestibili conflitti socio-familiari, sognavo un piccolo spazio tutto per me: una stanza in un palazzo anonimo dove nessuno conosceva nessuno e nessuno era interessato a conoscere nessuno, ognuno libero di gestire in pace il suo dolore. Poi le cose sono un po’ cambiate, ma sempre mi è rimasto dentro il sogno di trovare un luogo a cui dare il nome casa e dove avere vicine alcune cose significative, essenzialmente libri e dischi. Nell’ultimo anno e mezzo la questione è diventata più pesante perché le mie cose sono sparse in case diverse. Posseggo due bici (una in eredità dal nonno), circa 600 dischi in vinile (soprattutto punk e new wave degli anni ’80), un’auto del 1995, una vecchia tv (altra eredità del nonno), alcuni mobili, il computer portatile e i libri. Il mio patrimonio è tutto qua. Sono i libri ovviamente la cosa a cui più tengo. Sono rinchiusi in molte scatole impilate in una stanza della casa dei nonni materni, vuota da quando loro sono morti. Spesso penso a dove erano collocati l’ultima volta che sono stati allineati in una libreria. Posso ricordare abbastanza precisamente la collocazione di quelli più consultati e questo fatto mi rende ancora più triste. Quando li riavrò con me? Perché non fai un mutuo e ti compri una casa?, mi sono sentito dire varie volte. Per pagare un mutuo serve una busta paga e con i lavori a progetto, a co.co.co ecc non ce la si può fare. E poi serve un capitale di partenza e quello o ce l’hai o c’è qualcuno che te lo può “prestare”, le possibili alternative sono queste. Dunque la soluzione è solo l’affitto, ma anche per quello serve un lavoro, ovviamente, e i lavori oggi sono come le libellule, volano via leggeri che neanche te ne accorgi. Ti muovi dove c’è il lavoro e continui a muoverti cercando di poter fare quello che sai fare, dove ti è possibile farlo finché ti è possibile farlo.

Ogni volta che leggo nelle biografie di artisti e scrittori “vive tra Londra e Milano” (improbabile sentire uno dire “vive tra Albenga e Aberystwyth”) o “Roma e New York” subito mi viene da pensare: ma chi paga l’affitto di due case?, o comunque: chi le mantiene? Il più delle volte se leggo cose questo tipo e il protagonista è un giovane semisconosciuto capisco che si tratta di un rappresentante delle classi alte, di mondi inavvicinabili. Tra gli artisti i figli di papà abbondano, è sempre stato così ma oggi la cosa appare più evidente. Tutti si saranno resi conto – e le statistiche ufficiali lo confermano – che negli ultimi 20 anni la forbice sociale si è divaricata. Il mondo occidentale è diventato ancora più ricco rispetto al sud del mondo ma al suo interno è cresciuta la distanza tra ricchi e poveri o comunque tra chi ha troppo e chi ha poco. Le opportunità se le spartiscono quelli che già le hanno e lasciano ai tanti altri le briciole. Volevo citarlo in un altro post ma no so quando lo scriverò quindi cito ora un articolo illuminante di Stuart Hall dove viene spiegato bene come il pensiero unico liberista dominante negli ultimi 20 anni abbia modificato – in peggio -i paesaggi urbani e le fisionomie delle nostre società.

Ero partito a parlare di casa e di Alda Merini e sono finito a parlare di sociologia e politica. Vabbè, è un blog. Chiudo così: oggi è difficile trovare la casa dove essere felice perché è difficile trovare casa ma è soprattutto difficile essere felice!