Il nostro mondo è la casa?

Il comune di Milano ha tagliato il gas ad Alda Merini dopo che la poetessa avrebbe minacciato – in una conversazione telefonica con un amico – di suicidarsi facendo esplodere il palazzo. Non è tanto la notizia in sé a colpirmi, perché di storie e astruse e improbabili sono pieni i giornali, ma le considerazioni che Merini fa al Corriere della sera chiedendo di avere riallacciato il gas: “Ogni minuto che vola via, mi stringo con maggiore intensità al mio appartamento. Ho paura di perdere foss’anche un piccolo, magari insignificante, oggetto. Ho paura di venire abbandonata foss’anche da un minimo, invisibile particolare. Cosa ci resta, a noi vecchi, se non la casa e i ricordi che essa contiene?”

E’ così. E’ proprio così. E forse non vale solo per i vecchi. Parlo da un punto di osservazione tutto particolare, visto che negli ultimi due anni ho vissuto con Bibi in sette case diverse (in tre paesi diversi) e questa girandola putroppo non è ancora finita. C’è bisogno di un luogo a cui dare il nome di “casa” e c’è bisogno di avere vicino gli oggetti che ci hanno accompagnato e ci accompagnano in vita. Da ragazzo, preso in ingestibili conflitti socio-familiari, sognavo un piccolo spazio tutto per me: una stanza in un palazzo anonimo dove nessuno conosceva nessuno e nessuno era interessato a conoscere nessuno, ognuno libero di gestire in pace il suo dolore. Poi le cose sono un po’ cambiate, ma sempre mi è rimasto dentro il sogno di trovare un luogo a cui dare il nome casa e dove avere vicine alcune cose significative, essenzialmente libri e dischi. Nell’ultimo anno e mezzo la questione è diventata più pesante perché le mie cose sono sparse in case diverse. Posseggo due bici (una in eredità dal nonno), circa 600 dischi in vinile (soprattutto punk e new wave degli anni ’80), un’auto del 1995, una vecchia tv (altra eredità del nonno), alcuni mobili, il computer portatile e i libri. Il mio patrimonio è tutto qua. Sono i libri ovviamente la cosa a cui più tengo. Sono rinchiusi in molte scatole impilate in una stanza della casa dei nonni materni, vuota da quando loro sono morti. Spesso penso a dove erano collocati l’ultima volta che sono stati allineati in una libreria. Posso ricordare abbastanza precisamente la collocazione di quelli più consultati e questo fatto mi rende ancora più triste. Quando li riavrò con me? Perché non fai un mutuo e ti compri una casa?, mi sono sentito dire varie volte. Per pagare un mutuo serve una busta paga e con i lavori a progetto, a co.co.co ecc non ce la si può fare. E poi serve un capitale di partenza e quello o ce l’hai o c’è qualcuno che te lo può “prestare”, le possibili alternative sono queste. Dunque la soluzione è solo l’affitto, ma anche per quello serve un lavoro, ovviamente, e i lavori oggi sono come le libellule, volano via leggeri che neanche te ne accorgi. Ti muovi dove c’è il lavoro e continui a muoverti cercando di poter fare quello che sai fare, dove ti è possibile farlo finché ti è possibile farlo.

Ogni volta che leggo nelle biografie di artisti e scrittori “vive tra Londra e Milano” (improbabile sentire uno dire “vive tra Albenga e Aberystwyth”) o “Roma e New York” subito mi viene da pensare: ma chi paga l’affitto di due case?, o comunque: chi le mantiene? Il più delle volte se leggo cose questo tipo e il protagonista è un giovane semisconosciuto capisco che si tratta di un rappresentante delle classi alte, di mondi inavvicinabili. Tra gli artisti i figli di papà abbondano, è sempre stato così ma oggi la cosa appare più evidente. Tutti si saranno resi conto – e le statistiche ufficiali lo confermano – che negli ultimi 20 anni la forbice sociale si è divaricata. Il mondo occidentale è diventato ancora più ricco rispetto al sud del mondo ma al suo interno è cresciuta la distanza tra ricchi e poveri o comunque tra chi ha troppo e chi ha poco. Le opportunità se le spartiscono quelli che già le hanno e lasciano ai tanti altri le briciole. Volevo citarlo in un altro post ma no so quando lo scriverò quindi cito ora un articolo illuminante di Stuart Hall dove viene spiegato bene come il pensiero unico liberista dominante negli ultimi 20 anni abbia modificato – in peggio -i paesaggi urbani e le fisionomie delle nostre società.

Ero partito a parlare di casa e di Alda Merini e sono finito a parlare di sociologia e politica. Vabbè, è un blog. Chiudo così: oggi è difficile trovare la casa dove essere felice perché è difficile trovare casa ma è soprattutto difficile essere felice!

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2 thoughts on “Il nostro mondo è la casa?

  1. Mi sembra che, forse paradossalmente, sei diventato oggetto di studio dei tuoi interessi: tradotto in italiano intendo che vivi in condizione di nomadismo fisico come i mgranti di cui ti occupi. Il tema della casa è centrale in queste dinamiche di spostamenti. Avendo iniziato a leggete l’articolo che segnali mi sono venute da fare alcune considerazioni “bibliografiche”. Il primo flash riguarda un racconto di Gibson (ma potrebbe essere anche di Sterling, al momento cito più spannometricamente che a bibliografia) in cui parte della popolazione marginale di una città americana (San Francisco?) decide di occupare un ponte andato distrutto ed ivi costruirvi una propria società/dimensione di vita. Chi ha avuto modo di passare a Christiani a Copehagen tra gli anni ’70 e ’80 ha una vaga idea di come potrebbe essere in pratica. Potere comunque dell’immaginario cyberpunk! Collegata a questa citazione mi viene in mente l’ultimo libro di Mike Davis (città di quarzo ti dice qualcosa?) che si è occupato degli slums, soprattutto quelli del terzo mondo. Il problema abitativo, soprattutto in quelle condizioni, è collegato alla costruzione di società più o meno parallele che non hanno nulla a che fare con il naif ma logiche di imprenditoria e di mafie mica da poco (è un libro che ti consiglio vivamente).
    Approposito di mafie, se le ultime stime danno circa il 9% del PIL mondiale legato agli affari delle varie malavite, dove è il distinguo tra società civile e malavita? Anche qui ti consiglio un libro di un autore che si occupa di migranti in Italia, Alessandro Dal Lago, che in una ricerca fatta a Genova dimostra l’esistenza di una zona grigia tra malavita e società molto importante.
    Vabbè ho fatto il mio solito minestrone.
    Intanto goditi Berlino 🙂

  2. Beh, a me il minestrone piace…grazie per gli spunti. Il libro di Davis lo conosco, l’ho sfogliato un paio di volte in libreria e prima o poi lo leggerò (spero)… Dal Lago lo considero l’osservatore più attento delle dinamiche (im)migratorie in Italia anche perché ha uno sguardo che va oltre lo specifico fenomeno. Sterling e Gibson li ho persi di vista da diversi anni ma la cosa che dici mi incuriosice. In realtà di tentativi concreti di creare società utopiche e comunitarie è ricca la storia: in sudamerica a partire dalla seconda metà dell’ottocento ci hanno provato spesso. Erano utopisti europei ma non solo, migranti un po’ folli folli e per questo ancor più veri. I fallimenti sono stati purtroppo molto più frequenti dei successi…bon ci ritornerò sopra. ciao

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