Un omicidio da dimenticare

Nel settembre le 2001 a Torviscosa, in provincia di Udine, venne ucciso Aroldo Prosperi, direttore di quella che fino a pochi anni prima era l’azienda agricola più grande d’Italia. Per una regione che ha un tasso di omicidi all’anno che si conta sulle dita di una mano fu un fatto eclatante, ma le indagini non portarono a nulla. L’inchiesta della magistratura fu archiviata e del caso non se ne parlò più. Nell’autunno del 2003 cercai di raccontare la storia per il settimanale Diario. Come purtroppo accade talvolta nei giornali, l’articolo non trovò la via per la pubblicazione. Sembrava dovesse uscire ma le settimane passarono e non uscì più. Visto che il blog è un po’ un magazzino e un po’ una vetrina, ho deciso di dare dignità a quell’inchiesta che mi costò molto impegno alla fine non remunerato.

 

La trovate nella pagina “Inchieste” (scorrendo la pagina in basso) dove ho inserito anche un’inchiesta sul destino del Triangolo della sedia, pubblicata nel 2005 da Diario. Altre le inserirò prossimamente.

Puzza più il kebab o il muset*?

Qualche tempo fa avevo raccontato in un articolo pubblicato dal settimanale Carta (lo si può leggere nel sito cliccando qui) una storia di ordinaria intolleranza/arroganza accaduta in provincia di Udine. Un uomo di origine marocchina, da vent’anni in Italia, lo scorso luglio ha aperto a Cividale del Friuli un ristorante per asporto dove si cucina Kebab e Pizza. Per la cittadina che vuole sentirsi internazionale e importante grazie a un costosissimo festival pagato con soldi pubblici, il Mittelfest, si tratta di una novità. Tuttavia, alcuni vicini non l’hanno gradita e in vari modi (con minacce esplicite al titolare, telefonate alla polizia per presunti schiamazzi) hanno cercato di farlo desistere dalla sua impresa, in pratica di farlo chiudere. A distanza di alcuni mesi, Hilali Mounin è stato chiamato in tribunale per una denuncia fatta dagli stessi vicini. Il motivo? La puzza del cibo che viene cucinato nel locale, completamente nuovo e quindi si presume in regola con le severe norme di legge in materia di sicurezza e igiene, impregnerebbe i muri delle case vicine. Chi ha presentato la denuncia non ha nascosto all’imprenditore marocchino la sua insofferenza verso gli stranieri, quindi è il pretesto per la denuncia a puzzare, non il cibo.

*Il muset è il cotechino in friulano

 

 

Di vite, montaggi e cacciaviti

A forza di raccogliere storie di vita uno perde il senso dell’imprevedibilità delle cose, se mai l’avesse avuto chiaro in mente. Tutto diventa troppo facilmente un canovaccio che sta lì solo per essere letto e reinterpretato. Facile, troppo facile. Sarà che il senso della vita, il suo montaggio, è dato dalla morte, come sentiva Pasolini, ma dopo quaranta o cinquanta volte che ascolti storie che assomigliano a uno spartito epocale, di lavoro, lavoro, lavoro (ma per cosa?), figli, famiglie, case, sconquassi e altro lavoro, finché non c’è più tempo e la trottola smette di girare, e non c’è modo di dire o pensare un perché ormai ha smesso di girare, oplà c’est fini, ecco, alla fine di questo tunnel di memorie rifrangenti che diventano una sola attraverso il filtro di chi le raccoglie è facile vedere tutto definito, prevedibile, già previsto. Il progetto di una vita. Non c’è progetto. Ma bisogna credere possibile ce ne sia uno altrimenti crolla il palco. Altro che montaggio cinematografico, qua c’è bisogno di un montatore, anzi di più montatori, armati di cacciavite e bulloni e ben istruiti per tenere in piedi un palco vacillante.

Svolazzi umorali in cerca di condono.

La gentrification del bignè

Tornando a Berlino dopo quattro anni, con di mezzo i Mondiali di calcio e l’iniezione di soldi che hanno provocato, ho notato vari cambiamenti. Uno, in particolare, mi lasciava nelle prime settimane incredulo: la scomparsa della Windbeutel. La Windbeutel è un pasticcino, dove il diminutivo suona inadeguato viste le sue dimensioni da mangiafuoco goloso ma tant’è. E’ tipo un bigné ma più grande, aperto in due e pieno di panna montata, in alcune versione c’è una base di vaniglia ma non è la regola. Per avere un’idea non precisissima di ciò di cui sto parlando cliccate qui. Quattro anni fa vivevamo a Kreuzberg e c’era una pasticceria sulla Kottbusserdamm che produceva quotidianamente delle Windbeutel buonissime, ottime per combattere il freddo grigioso di quell’inverno. Ne bastava una ogni tre/quattro giorni e il tuo io infantilmente goloso di sapori da cartone animato ne era sazio. Ebbene, a distanza di quattro anni quella pasticceria non c’è più, non ci sono nemmeno il supermercato frequentato dai tedeschi e quello frequentato dai turchi, che distavano neanche cento metri l’uno dall’altro, è rimasto al suo posto invece il vero supermercato interculturale, Lidl. Ho cercato la Windbeutel in altre pasticcerie della zona ma senza fortuna: della mia pasta preferita nemmeno l’ombra. Ho cambiato zona, sono andato a Friedrichshain, il quartiere ex est che attrae molti turisti. Ogni volta che incrociavo una pasticceria buttavo uno sguardo all’interno: niente. Infine sono andato ad Alexanderplatz, all’interno della stazione c’è una pasticceria, e quattro anni fa in vetrina c’era lei, l’amata pasta, ma nemmeno qui l’ho trovata. Stanco e innervosito da questa strana scomparsa ho chiesto a una commessa: “Perché non c’è più la Windbeutel?”. Lei mi ha guardato come si guarda uno che è entrato in mutande in cucina pensando di entrare in bagno. “Non c’è. Lavoro qui da due anni e non l’ho mai vista”, mi ha risposto gelida.

Infine l’ho ri-trovata. Ho dovuto arrivare a Pankow, in un quartiere dove ci sono degli anziani, degli anziani soli con cane e delle coppie, con cane e senza, come è difficile vederne nei quartieri più centrali della città, quelli della vida berlinese più a la page dove l’età media è sotto i trent’anni. E’ gente che ha vissuto lì la caduta del muro e non si è spostata. In un forno/pasticceria che non a caso mi è stato indicato come “tipico dell’est” (della vecchia Germania Est s’intende), ho rivisto la Windbeutel. Il forno sembra lo stesso di venti o trent’anni fa, ha una vetrinetta che farebbe la sua figura in una mostra di antiquariato. L’allontanamento della Windbeutel dalle zone più centrali della città potrebbe essere una metafora delle trasformazioni urbanistiche che attendono, forse, Berlino. Se ne sente parlare, ne scrivono i giornali, l’idea che la città prima o poi perda quello che è rimasto della spontaneità degli anni ’80, lo spirito libertario di certi quartieri, in favore di ristutturazioni, di speculazioni edilizie uffici-negozi-ristoranti. Nei paesi anglosassoni hanno coniato un termine: gentrification, studiato e applicato prima su Londra – quartieri operai “occupati” dalla classe media – e poi da varie città Usa. Si presenta il tutto come recupero e “valorizzazione” ma in pratica si fanno salire i prezzi degli immobili e si obbliga i vecchi residenti a spostarsi e il centro diventa uguale a mille altri centri di metropoli. Chissà, intanto ho ritrovato la Windbeutel.

Anche questa volte invece di parlare delle cose che mi tolgono il sonno ho divagato. Il blog mi fa questo effetto.

I migliori film (lista provvisoria)

Non avere le a tv (salvo quella del nuovo vicino sordo che tavolta si addormenta con l’apparecchio acceso) favorisce una socializzazione imprevedibile. Ormai è da diverso tempo che io e bibi viviamo senza tv e questo ha fatto sì che si creassero dei percorsi singolari per trascorrere il tempo altrimenti dedicato all’anestesia dei sensi via tubo catodico. C’è il gioco del domino, un’idea recente e suggestiva, oppure dei giochi vecchi come il mondo ma, come dire, sempreverdi. Per esempio stasera, dopo cena, è saltato fuori il classico concorso dei migliori film di sempre. Nelle sue diverse e pressochè infinite varianti – i migliori dischi, i migliori centravanti, i migliori biscotti, i migliori libri di fantascienza – è un passatempo che ha tenuto occupati e incuriosito credo tutti, almeno una volta. Cercare di fissare in mente i film che più ci hanno segnato e in-segnato nel corso della vita ci ha preso una buona mezz’ora. Unica regola condivisa: la lista è provvisoria, sempre provvisoria, perché per quanto ci si sforzi di ricordare rimane sempre fuori qualcosa che si vorrebbe inserire nella lista ma ormai i giochi sono fatti. In ogni caso, il giochetto è divertente e lo consiglio.

I film di Bibi (non in ordine di preferenza): Aurora, di Friedrich Murnau / Elephant, di Gus Van Sant / La 25ma ora, di Spike Lee / Senso, di Luchino Visconti / Rumble Fish, di Francis Ford Coppola / Le lacrime amare di Petra Von Kant, di Rainer Werner Fassbinder / Les amantes du Pont-Neuf, di Leos Carax / Dolls, di Takeshi Kitano / The garden, di Derek Jarman / Me and you and everyone we know, di Miranda July .

I film di Max (non in ordine di preferenza): Apocalypse now, di Francis Ford Coppola / La caduta degli dei, di Luchino Visconti / C’era una volta in America, di Sergio Leone / La zona morta, di David Cronenberg / Fiztcarraldo, di Werner Herzog / Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri / Taxi driver, di Martin Scorsese / My beautiful Laundrette, di Stephen Frears / Permanent Vacation, di Jim Jarmusch / Fargo, dei fratelli Cohen.

I commenti. La lista di Bibi è più da intellettuale del cinema, con qualche escursione eccentrica e post-post-indie tipo il film della July o Van Sant (che lei vorrebbe addirittura al primo posto della lista), ma anche degli amori incontaminti tipo i film di Spike Lee. La lista di Max è più da divanista impenitente, amante delle storie e della Storia che talvolta ci sta dietro. Uno antiquato.

 

Ok, magari è interessante condividere questa leggerezza con altri. Se qualcuno ne ha voglia, l’ingresso è gratis.

 

La tv del vicino

Come contrastare il rumore della televisione del vicino di casa? Non c’è rumore più insidioso di quel farfugliare di voci che rimbalza attraverso le pareti coi bassi che ogni tanto si alzano e poi si risiedono e speri che abbiano finito e poi riprendono e ogni tanto lasciano spazio, ma poco poco giusto un attimo alla musica, è la pubblicità, e poi ancora e ancora dentro le tue orecchie e in giro per la testa, fino in fondo al cervello.

Ma cosa c’è dentro la tv? Il rumore del traffico che arriva dalla strada è altro. Circola, passa, e tu sai che può anche non passare e questo ti aiuta a fartelo piacere, o almeno sopportare. Ma la tv del vicino no, lui non la spegne. E’ sordo, quasi. Dorme, forse. Si addormenta con la tv, talvolta può capitare pure questo, ha detto la padrona di casa. La casa è dolce, il quartiere tranquillo, forse si può anche scrivere, dopo aver lavorato e mangiato e dormito e parlato. Ma il vecchio sordo, no, lui non ci sta. E’ vecchio, e anche tu sarai vecchio tra un po’, perché prendersela con lui allora? Ha la tv per combattere la noia. Che noia grande deve esserci nella vita di un vecchio sordo che si addormenta con la tv accesa. La noia sarà anche la tua, un giorno, temi.

Parla un’altra lingua, la tv. Anche il vecchio parla un’altra lingua. Quello che mi circonda, le cose che posso toccare, quelle che posso vedere, parlano un’altra lingua. E così il vecchio non è più solo un vecchio sordo che si addormenta con la tv accesa ma un vecchio straniero. Lo straniero, però, sono io. Il mondo è capovolto.

Oltraggio alla religione? Ma dai! / Ernesto Rossi vive

Che vi interessiate di cose italiane o meno (la tentazione di chiudere il canale informativo-comunicativo è forte anche per me) la notizia è di quelle che non lasciano indifferenti. Il pretore di Trani, cittadina capoluogo di quella singolare provincia tricefala che si chiama “Barletta-Andria-Trani”, ha ordinato il ritiro dalle edicole de “Il Mucchio selvaggio”, la storica rivista di musica e altro (più altro che musica negli ultimi tempi). Il motivo? L’aver commesso un reato del tutto italico e molto clerico-fascista: “oltraggio alla religione”. Nell’ultimo numero in copertina campeggiava il pastore tedesco, aka il papa bavarese, con in mano la testa mozzata di Waltere Veltroni. Un fotomontaggio evidentemente provocatorio e dal messaggio chiarissimo: cambiano i tempi, cambia la politica ma la Chiesa l’è sempre lì a menar le danze. La notizia completa e i commenti cliccando qui

 

Per caso o forse boh nei giorni scorsi ho terminato di leggere un libro di cui volevo parlare in questo loculo telematico e che cade preciso come la punta dell’incudine sul fatto di cui sopra. E’ uno di quei libri che ti si attaccano addosso e non riesci ad abbandonare finché e finito, ma quando si avvicina la fine e tu sai che è la fine e non ci puoi fare niente vorresti tornare indietro e ripartire daccapo…vabbé, il libro è “Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi”, di Giuseppe Fiori (Einaudi, 1997). E’ una biografia ma si legge come un romanzo. Ernesto Rossi è una di quelle figure la cui assenza nei programmi scolastici conferma l’inutilità della scuola, almeno per me. Intellettuale antifascista, liberale di sinistra, anticlericale, economista autodidatta, passò 13 anni della sua vita (dai 33 ai 46) in carcere, nelle carceri fasciste in cui vennero rinchiuse le migliori teste dell’Italia tra le due guerre. Negli anni ’50 scrisse dei libri che diedero uno scossone al pilatismo italico (il tipico “Francia o Spagna basta che se magna”) toccando alcuni nervi scoperti della società, i poteri forti di sempre che beneficiarono del fascismo e ne uscirono rafforzati: i grandi poli economici e il Vaticano. Alcuni dei suoi libri sono stati ristampati recentemente da Kaos edizioni di Roma (lode a loro). In particolare andrebbe tenuto sul tavolo, in questi tempi di affarismo transpolitico e di fusioni metastoriche PCI-DC, un libro: “I padroni del vapore”. Per capire quanto di assurdo e di normale c’è invece nella decisione del pretore di Trani andrebbe letto “Nuove pagine anticlericali”. Info sulle opere di Ernesto Rossi cliccando qui

Una nota. Il libro di Giuseppe Fiori (autore di altri libri imperdibili sull’Italia del ‘900, come “Uomini ex” sui partigiani comunisti fuoriusciti in Cecoslovacchia) l’ho trovato tra i remainder a 1 euro e ce n’erano pure varie copie! Che tempi.