E’ cominciata l’avventura di Estrangeiros/Stranieri e già mi tremano i polsi a pensare di portare avanti il racconto per un anno. Come trovare la serenità per scrivere se sei preso dentro un vortice di pressioni calamitate dal binomio casa-lavoro e non riesci a guardare oltre pochi mesi? Gli stati d’animo convulsi possono essere uno stimolo creativo – stai male e scrivi, si pensa – ma in verità se non hai testa né tempo è ben difficile mettersi a scrivere. Comunque, per ora le cose non vanno male, nei prossimi mesi andrà peggio, ma si vedrà. Dopo “Patagonia controvento” (quinto libro in sei anni) mi ero detto che non sarei riuscito a scrivere qualcosa – un libro – destinato alla pubblicazione almeno per tre, cinque anni. Questa idea bizzarra e simpatica arrivata dal Brasile mi ha tuttavia ridato dell’entusiasmo, degli stimoli, una nuova curiosità. Speriamo sia un seme fruttifero. Mi piacerebbe sentire qualche commento su quello che è apparso e su quello che apparirà nel sito del progetto.

 

 

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E’ online Estrangeiros/Stranieri

E’ finalmente online “Estrangeiros/Foreigners”, il progetto letterario che mi vede coinvolto assieme ad altri sei autori di paesi diversi (Brasile, Argentina, Messico, Austria, Australia, Canada), l’idea è della brasiliana Daniela Abade. La pagina iniziale del sito è in portoghese ma basta scegliere una delle ligue elencate sulla sinistra e c’è la traduzione. A destra l’elenco degli autori, ognuno ha una pagina e lì potete leggere la prima puntata della storia…..per raggiungere il sito cliccate qui

Buone letture!

Estrangeiros/Foreigners…

Vari giorni di assenza da una connessione veloce, sbalzato tra case e luoghi diversi, e intanto il blog continuava la sua vita, insospettabilmente. Nella mia ingenuità non pensavo di doverci dedicare tanto impegno. Vabbé, passiamo alle news.

 

Sarà online tra pochi giorni Estrangeiros/Foreigners/Stranieri, un progetto letterario che dire insolito è dire poco. Lo ha pensato e voluto Daniela Abade, giovane scrittrice brasiliana già promotrice di fortunati “giochi” letterari sulla rete delle reti. Ha coinvolto altri autori di paesi diversi (sette paesi e cinque lingue) con l’idea di imbastire una storia ambientata in una città dove non sono mai stati, da qui il titolo del progetto. Ogni autore avrà una sua pagina nel sito che verrà aggiornata a cadenza almeno settimanale. Tutto questo per un anno. Per i giri imprevedibili della vita Daniela ha coinvolto anche me, con un incarico tra i più gravosi… per fortuna che è solo un gioco.

STRANIERI – PRESENTAZIONE

di Daniela Abade

La sensazione di non appartenenza: a nessun luogo, a nessun gruppo, a nessuno. La scomoda capacità di guardare alle cose standone fuori, di girovagare come un fantasma tra la gente che ci pensa lì in quel momento, sul suo stesso piano. Ho sempre pensato che fosse questo l’impulso più forte a spingermi verso la scrittura: il fatto di sentirmi un’estranea anche a casa mia. La spiazzamento, la distanza, talvolta anche la mancanza di comprensione da parte degli altri e del mondo. “Non sono di qui, non appartengo a questo luogo e questo è ciò che vedo”.

Non ho mai pensato che questa sensazione fosse unica, esclusivamente mia. Però non immaginavo che potesse essere così diffusa. Più leggo, più vivo, più mi capita di conoscere altri “estranei”. Gente che non sa dove si trova, nemmeno dove andrà a finire, e che descrive ciò che vede lungo questo cammino.

E’ qui che ho cominciato a pensare a questo progetto. Visto che la sensazione di “straniamento” è un buon impulso per la nostra creatività, ho deciso di invitare alcuni autori (amici o meno ma comunque autori che stimo) a diventare più stranieri di quello che già sono. Nessuno di questi scrittori condivide la nazionalità o la città dove risiede. A ogni autore è stata affidata la città di un altro coinvolto nel progetto con il compito di scrivere un diario lungo un anno. Alla base del progetto c’è l’idea di aumentare lo spiazzamento che percepiamo nel nostro ambiente per accrescere la nostra creatività. Le regole da seguire sono poche:

1. L’autore non deve avere alcuna familiarità con la città di cui scriverà.

2. L’autore non potrà visitare questa città per tutta la durata del progetto.

3. Il protagonista della storia deve avere la stessa nazionalità dell’autore. In altre parole, il creatore e la sua creatura hanno la stessa origine.

Gli autori hanno accettato questa distribuzione delle città:

Daniela Abade – Udine/Italia
Florencia Abatte – Sidney/Australia
Claudia Chibici–Revneanu – Santos/Brasile
Max Mauro – Città del Messico/Messico
David McGuire – Buenos Aires/Argentina
Matt Rubinstein – Graz/Austria
Gonzalo Soltero – Hamilton/Canada

La condizione di straniamento verrà portata all’estremo. L’autore sarà così straniero rispetto al luogo di cui scriverà al punto da non conoscere nemmeno la città – dovrà localizzarla nella sua immaginazione. I diari verranno aggiornati almeno una volta alla settimana. Gli autori scriveranno e pubblicheranno nella loro lingua, a questo modo anche il lettore si sentirà un po’ straniero perché sarà in grado di capire ciò lo scrittore scrive di altri posti, ma molto probabilmente non riuscirà a comprendere ciò che verrà scritto del suo stesso paese o città da autori di altre nazionalità.

L’idea finale del progetto è di raccogliere tutto il materiale e tradurlo in ognuna delle lingue in cui è stato scritto. Avremo quindi una versione inglese, una portoghese, una spagnola e così via. In conclusione, tutti gli “stranieri” parleranno la stessa lingua. E, forse, se sono fortunati, riusciranno a dimostrare che nonostante si sentano stranieri possono trovare una casa nelle parole che scrivono.

La brevità della vita

“Perché ci lagnamo della natura? Si è comportata generosamente: la vita, se sai usarne, è lunga. Uno è in preda a un’avidità insaziabile, uno alle vane occupazioni di una faticosa avidità; uno è fradicio di vino, uno è abbruttito dall’ozio; uno è stressato dall’ambizione, che dipende sempre dai giudizi altrui, uno dalla frenesia del commercio è condotto col miraggio di guadagni di terra in terra, di mare in mare; alcuni, smaniosi di guerra, sono continuamente occupati a creare pericoli agli altri o preoccupati dei propri; c’è chi si logora in una volontaria schiavitù, all’ingrato servizio dei potenti; molti non pensano che ad emulare l’altrui bellezza o a curare la propria; i più, privi di bussola, cambiano sempre idea, in balia di una leggerezza volubile e instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nessuna meta, a cui dirigere la rotta, ma sono sorpresi dalla morte fra il torpore e gli sbadigli, sicché non dubito che sia vero ciò che in forma di oracolo si dice nel più grande dei poeti: “piccola è la parte di vita che viviamo”. (…)

Seneca, La brevità della vita

Regole del ciclista urbano a Berlino #1

E’ successo che stavamo andando in bici, c’era il sole, era una domenica, era dalle parti dei musei, l’isola dei musei come la chiamano qui, a un certo punto Bibi mi dice qualcosa, mi giro perché in bici non è che si senta troppo bene se uno non urla, ed ecco che mi distraggo (son già distratto di mio) e blam! travolgo un paletto di quelli che servono a bloccare l’ingresso delle auto nei viali. E’ uno di qui paletti di ferro alti circa un metro, per fortuna che sono mobili, si possono sganciare e si abbassano altrimenti…insomma volo in avanti come un petto di pollo sfuggito di mano a una massaia con le mani di pastafrolla. Un volo vero, con tanto di atterraggio sulle mani, sbucciature e bestemmie incluse. La tenace mia bici vetusta quanto me ha assorbito il colpo – che non era da poco perché stavo pedalando bene e pure in leggera discesa – incastrando il paletto sotto il manubrio. Mi rialzo acciaccato, raccolgo quel vecchio ferro che non vuole decidersi a lasciarmi (ma dopo aver superato insieme il meridione del grande continente bicefalo – aka America – neanche io ho voglia di separarmi da lei), verifico che i danni non sono così seri, tutto è funzionante. La bibi è preoccupata per me, ma la tranquillizzo. Ovviamente la scena ha luogo sul vialetto, che non è poi così stretto, ma insomma sempre vialetto è. Neanche il tempo di riprenderci dal piccolo incidente che vediamo scendere a tutta velocità un grasso grosso ciclista tedesco con moglie o compagna al seguito. Inutile pensare che possa intuire la ragione del nostro trovarci lì, mezzo intontito io e perdipiù inginocchiato accanto alla ruota della bici per osservare meglio la cicatrice impressa dal paletto sul freno anteriore. No, impossibile pensarlo possibile. La regola domina su tutto. Anche sull’intuito umano. La regola è: sulla corsia si corre, non si sosta. E così fu. Il grasso grosso ciclista tedesco sfreccia accanto a me, tra me e la Bibi, e pure riesce a dire qualcosa con una smorfia di dispetto: “Guten Morgen”. Beh, gli ho urlato dietro delle maledizioni, gli ho mostrato il dito medio, gli ho indicato il paletto, gli ho promesso che se si fermava lo avrei trafitto o impalato comunque dissanguato. Ero così incazzato che devo avergli fatto paura, anche se ero la metà di lui, ma ero come pazzo, e un pazzo fa pazzie quando è pazzo.

La regola (1). Mai sostare, nemmeno in punto di morte, sulle corsi ciclabili a Berlino.

La regola (2) (mai pedalare a velocità moderata sulle corsie ciclabili) la spiego un’altra volta.

 

Lance Hahn r.i.p.

Il 21 ottobre è morto Lance Hahn, anima dei JChurch e un riferimento della scena punk internazionale degli ultimi 15/20 anni. L’ho saputo tardi, vivo un po’ fuori da tante cose. In un periodo, i primi anni novanta, in cui l’underground musicale Usa veniva scoperto/assalito dalle multinazionali del disco e molti salivano eccitati sul carrozzone del business musicale, per poi magari pentirsene amaramente, Lance Hahn ha rappresentato una delle voci più significative per segnare un percorso altro nel fare e vivere la musica indipendente (ma che vuol dire oggi?). I suoi JChurch suonavano melodico, facevano cover degli Smiths, cantavano di tutto e riuscivano a dire cose intelligenti. Era originario delle Hawaii e lì formò il suo primo gruppo, per poi trasferirsi a San Francisco, negli ultimi anni viveva ad Austin, Texas. E’ morto in ospedale dove era ricoverato per curare una malattia ai reni. Negli ultimi mesi erano state avviate varie iniziative per raccogliere fondi ed aiutarlo nel sostenere le spese sanitarie. Come molti nel “paese delle opportunità”, non aveva un’assicurazione sanitaria. Aveva 40 anni. Nel dicembre del 2004 i JChurch avevano suonato al csa di Via Volturno, a Udine. Ricordo una persona molto semplice, un tipo alla mano, schietto come le sue canzoni.

Roma e i suoi rom

La cacciata decisa dal governo Prodi contro rom e romeni mi ha fatto saltare sulla sedia. Stando un po’, anche se non troppo, lontano dall’Italia le cose appaiono di solito più sfumate, meno immediate, ed in qualche modo questo aiuta a inquadrarle meglio. Di fronte a un’operazione di quel tipo però non c’è distacco possibile, è un gesto così irruento che sembra frutto di un delirio di potere degli imperatori della Roma decadente piuttosto che di un governo democratico nell’Europa del 2007. “Chi dà fastidio al popolo?”. “E’ lui, quello là, il moro”. “Che gli sia tagliata la testa e il suo corpo trascinato per tutta la città!”.

Via email mi è giunta una lettera aperta al sindaco di Roma Walter Veltroni scritta da Roberto Pignoni, docente universitario di statistica di origine friulana. Conosce bene la condizione dei rom nella capitale e ha assistito agli sgomberi dei campi nomadi romani. Volevo inserirla nel blog ma è stata pubblicata nel sito di Carta e quindi rimando chi voglia leggerla (è un po’ lunga ma ne vale la pena) a questa link.