Migrazioni e ambizioni metropolitane

L’importante è crederci. E’ un vecchio motto che a Berlino sembra essere molto popolare. Nell’ambito di una lunga serie di iniziative dedicate a New York è stato organizzato un dibattito su “‘immigrazione ed etnicità a New York e Berlino”. Più che un tema di discussione è parso un pretesto – l’ennesimo, piccolo tuttavia a confronto di altri – per rinsaldare l’immagine di capitale europea e città internazionale che la Germania vuole costruire attorno a Berlino (e per perseguire il quale da quindici anni spende miliardi). Sul tavolo dei relatori una sociologa statunitense di lunga esperienza, Nancy Foner, e una giovane ricercatrice turco-tedesca, Nevim Çil. Le diversità delle due situazioni sono parse talmente grandi da condizionare un possibile dibattito. La statunitense ha presentato un veloce powerpoint con dei dati chiari: il 60 per cento dei newyorkesi è immigrato o figlio o nipote di immigrati (ok, il dato ha la memoria corta, ma tant’è). La percentuale dei nati all’estero attualmente residenti in città è vicina a quella del 1900 e il doppio di quella del 1970 (35 per cento oggi, 18 per cento nel 1970, 37 nel 1900). I problemi, ha detto Foner, sono grandi ma ci sono molti segnali di relazioni interculturali intense e produttive. Difficile fare altrimenti, contando che bianchi non ispanici sono appena un quarto degli abitanti. Tuttavia, ha sottolinenato che per molti immigrati di seconda generazione l’essere statunitensi viene in secondo piano rispetto al sentirsi newyorkesi. Se uno pensa agli Usa, pensa al Texas, pensa a George Bush, e non è un bel pensare neanche da quelle parti.

Sul lato berlinese i dati non sono stati così chiari, ma non per colpa della ricercatrice, brillante e polemica il giusto. E’ che veramente c’è poco da dire di una città dove l’immigrazione non è un fenomeno così radicato come nel Nord America e la multietnicità è data oggi in maniera preponderante da giovani e meno giovani dei paesi ricchi (o ricchi dei paesi “poveri”) che arrivano attratti dagli affitti bassi e dalla possibilità di inseguire per qualche anno i propri sogni, con scarse possibilità di realizzarli. I primi turchi sono arrivati negli anni sessanta, assieme ai primi italiani, ma il grosso dell’immigrazione era diretto verso i centri produttivi e industriali a ovest (Ruhr) e a sud. Oggi quelle comunità di primi immigrati nella attuale capitale sono circoscritte in alcune zone, dove le seconde generazioni hanno poche opportunità per sentirsi tedeschi. Non a caso in un quartiere come Neukölln, dove il 50 per cento dei residenti è turco (senza dire di altre origini), non c’è nessuno rappresentante politico locale di origine straniera. I giovani turchi, dice Çil, possono aprire un Doner o un negozio di cellulari, altro per loro non c’è. Con poche eccezioni. E così non c’è da stupirsi se si sentono più turchi (o italiani, o spagnoli) che tedeschi.

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