Recessi di culture

Stavo seduto in metropolitana cercando di leggere un libro. Ad una fermata del centro la parte di vagone dove mi trovavo si è svuotata, siamo rimasti solo in due passeggeri, seduti uno di fronte all’altro, soli entrambi nei lunghi sedili altrimenti vuoti: io e un ragazzo nero assorto nella consultazione di alcuni opuscoli che mi sono sembrati in lingua francese. Vestito tutto fuorché in modo vistoso, poteva essere uno studente di ingegneria o comunque di qualche materia seriosamente seria. Dalla misura del piede e dall’altezza delle ginocchia si capiva che il fisico non era da fantino, tutt’altro, ma gestiva anche quello in modo riservato, tenendo lo sguardo basso, fisso sui fogli.

Il vagone è stato invaso da bambini, una masnada di piccoletti di circa sei o sette anni, in maggioranza femmine. Hanno assaltato i nostri sedili, il mio e quello del ragazzone nero, come api su di un fiore. Spinte, risa, urletti (anche i bambini tedeschi urlano, ma piano), poi sono saliti i due accompagnatori, un uomo e una donna, e la situazione si è placata, anche se non del tutto. La metropolitana è partita, mi sentivo schiacciato tra il bordo del sedile e parte della truppa infantile che era visibilmente eccitata dalla gita sotteranea. Alla fermata successiva alzo lo sguardo, la lettura era difficolosa, e mi accorgo di qualcosa di strano. Nel sedile di fronte c’è un vuoto accanto al ragazzone nero. C’è un vuoto e poi quattro bambini seduti stretti uno accanto all’altro. Butto lo sguardo sul mio lato e conto sei bambini. Sei, stretti loro e stretto io. Incredulo cerco spiegazioni nel resto della scena. I bambini sono ventuno, quelli seduti sono dieci, gli altri sono in piedi tenuti a bada con qualche difficoltà dai due insegnanti che li invitano a tenersi per non volare a ogni fermata e ripartenza del mezzo. Il ragazzo nero sembra non accorgersi di niente, assorto nei suoi opuscoli. Sento l’insegnante maschio indicare a un bambino il posto vuoto, in mezzo al chiasso, ma il bambino non gli dà retta. L’uomo lascia perdere, forse ha altro a cui pensare. Il viaggio continua e il posto accanto all’uomo nero rimane inesorabilmente vuoto. Due, tre, quattro fermate, poi scendo ed è ancora vuoto. Perché?

Nel 1997 l’Einuadi pubblicò un libro intitolato “La pelle giusta”. Era la raccolta di una serie di temi scritti da bambini delle elementari che avevano come oggetto il rapporto con “l’uomo nero”, epitome del diverso, dell’altro. Cosa faresti se tuo padre fosse nero?, era una delle domande rivolte ai bambini. Le risposte dei bambini erano sorprendenti, spesso tremende, ingenue ma cupe, molte volte allarmanti. Non avevano colpa, quei bambini del libro. Non hanno colpa i bambini della metropolitana, in un altro paese, nello stesso continente. Forse gli faceva paura quell’uomo grande e nero. Ma perché? Forse il maestro cercherà di parlarne in classe uno dei prossimi giorni. Ma temo di no.

P.S. La bambina seduta accanto a me, quella che mi aveva sbattuto in faccia il suo zainetto, era meticcia.

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2 thoughts on “Recessi di culture

  1. Anche io mi sentirei in colpa, è certo. Magari è solo un episodio isolato, capitato per caso, però è utile per chiedersi che spazio hanno nell’immaginario delle nostre società le persone di colore, i neri, per essere più precisi. Se va bene sono confinati sui campi di calcio, le piste di atletica, i palchi musicali (musica di genere), ma il più delle volte li ritroviamo riprodotti in situazioni cariche di drammaticità: fame, guerre, malattie (Aids), migrazioni disperate (barconi). Questa è l’immagine dell’uomo nero che arriva ai bambini. E la pubblicità non fa di meglio, anzi peggiora il tutto con i mezzi imponenti di cui dispone.

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