La piscina di Caracas

Mia nonna Lina diceva che per vivere a lungo devi avere delle abitudini. Così, pur tra qualche ostacolo, cerco di averne alcune. Una di queste è andare a nuotare. Io e Bibi siamo riusciti a mantenerla, un po’ irregolarmente, anche a Caracas.
Dopo una fase di ambientamento avevamo individuato una bella piscina a Chacao, quartiere delle ambasciate, del sindaco antichavista (e golpista), di un paio di vie “italiane” che sembrano quelle di una città nostrana dei ’70, con bar occupati da vecchi peninsulari caraibizzati, le foto della nazionale, le sedie quasi in strada, dialetti impenetrabili. Più che a carte, però, i vecchi giocavano a domino. La piscina dei nostri sogni caraibici era anche un modo per stendere il nervo occipitale, messo sotto sforzo dai tramonti capitolini, quando tutti sono di fretta e ogni minimo vuoto urbano può metterti la paura addosso. Ci piaceva, quella piscina scoperta, pur difesa da un muro alto alto, come tutte le proprietà venezuelane, lussuose o meno. Era più bella di tutte le piscine in cui avevo nuotato. Ed era pubblica! Almeno così appariva. Ci si poteva guardare dentro solo perché era posta su di una viale alberato che sale verso l’Avila, il monte di Caracas. Percorremmo a piedi il viale per poterla vedere meglio. Di buon mattino, ovviamente.
No, quella piscina è riservata ai residenti, ci spiegò un tipico abitante della zona, un funzionario diplomatico. E noi non abitavamo a Chacao, ma a La Florida, giusto alcuni chilometri più in là, ma verso ovest, il West, la frontiera del vecchio centro della città, l’ignoto impenetrabile del mondo al di là del mondo (per gli abitanti dei quartieri orientali). Niente piscina, allora. Tornammo mesti mesti nel nostro appartamento, quattro stanze che negli anni cinquanta forse erano state signorili quanto un appartamento della piccola borghesia europea. Allora era la dimora di una coppia di origine spagnola. La Florida era out, non più zona “sicura”, secondo gli abitanti dell’est. E non c’era nemmeno una piscina a portata di mano.
Non ci rimase che provare la carta del Centro Italo-Venezuelano.
Il Centro Italo, come lo chiamano tutti, è una collina. Una collina sulla cui cima sta un edificio che sintetizza le ambizioni e i sogni degli italiani arrivati nel dopoguerra, invitati dal manodestro di turno, a cui sarebbe piaciuto fare il dittatore ma il suo paese era il Venezuela, non il Cile né l’Argentina. Come molti, soprattutto militari illuminati sulla via di Bismark e dell’esercito prussiano, credeva che il Sudamerica andasse “sbiancato”. In pratica, si dovevano importare volentorosi europei, bianchi e cristiani, disposti a “fare il paese”. L’inciso era che gli indigeni non erano in grado di farne uno simile a quelli europei o del nord-nord America. Ma qui siamo in America Latina!, avrebbe detto l’idiota dostoevskiano di turno, la voce della sincerità. Nessuno però l’avrebbe ascoltato. Parentesi: se a qualcuno in tutto questo slancio del “fare” viene in mente il Risorgimento e Garibaldi si metta il cuore in pace, non c’entra nulla. Il “fare” era essenzialmente un atto pratico, un sogno materialista, o, a dirla tutta, semplicemente cementizio e asfaltoso. Che si tradusse in piccole e grandi fortune per gli immigrati di lusso, italiani, spagnoli, portoghesi, tedeschi. E frustrazioni tremende per quelli di loro che non ce la fecero.
L’edificio che domina la collina del Centro Italo è su più piani, con ampie sale, scalinate larghissime, terrazze interne ed esterne, spazi per ristoranti, piccoli negozi, sale riunioni, palestre. Nessuna comunità di immigrati ha qualcosa di simile, in Venezuela. Quello che lo rende prezioso sono, però, soprattutto i suoi impianti sportivi. Il resto, il grande edificio costruito nei primi anni sessanta in particolare, è in molte parti cadente, sfiancato al sole dei caraibi come i vecchi che lo frequentano. Gli impianti sportivi sono una ricchezza: due campi da calcio, uno con tribuna; due da baseball; quattro piscine, una con trampolino e piattaforme da tre, cinque e dieci metri; sei campi da tennis; vari campi da bocce. E’ un club, s’intende. Però, per i titolari di passaporto italiano l’ingresso e l’utilizzo delle sue strutture è gratuito per un mese dalla data che i severi doganieri venezuelani timbrano sul vostro passaporto.
Arrivarci coi mezzi pubblici era un’impresa, perché quando venne costruito questa zona era estrema periferia. I suoi utenti, però, sono sempre state persone automobilizzate e quindi il problema per loro non si è mai posto. Oggi la collina è circondata da una vasta estensione di ranchitos, le favelas venezuelane, e alcuni carritos, i mini bus col dono dell’ubiquità, ci arrivano, ma facendo un lungo e faticoso giro. Dopo aver provato l’esperienza del carrito, se volevamo riprendere l’abitudine del nuoto e arrivare alla piscina con qualche energia in corpo non ci rimaneva che il taxi. In un paese dove la benzina costa meno dell’acqua (una tanica da cinque litri di acqua naturale costa al supermercato circa 5mila Bolivares, più di un pieno di benzina), l’utilizzo del taxi è piuttosto normale. Ma raggiungere la collina del Centro Italo da La Florida è un viaggio di circa trenta minuti, e gli scafati tassisti capitolini per perdere un’ora del loro tempo pretendono cifre sempre diverse. La trattativa non è da tutti ammessa.
Superati questi scogli, normali in una città come Caracas, il nuoto nella piscina del centro italo ripagava dello sforzo. Non era solo il nuotare in una piscina di cinquanta metri sotto il sole dei Caraibi, un fascino che era forse tale ai tempi in cui Simenon viaggiava e descriveva questi luoghi, ma il mondo umano attorno ad essa a stimolare la mia attenzione. La piscina grande era il più delle volte vuota. Anche andandoci in orari diversi potevamo avere tutta la vasca per noi, mentre sempre affolata era la piscina più piccola, circondata da sdrai e ombrelloni. Qui, oltre a qualche famiglia dove di italiano c’era ormai forse solo un nonno, si vedevano mamme di varie età con bambini e ragazzini perennemente urlanti. Le mamme esibivano tette da rotocalco in fisici tendenti allo sbando. Gli effetti della famosa industria venezuelana di chirurgia estetica. Costi bassi e tette nuove per (quasi) tutti.
Alzando lo sguardo oltre le alte recinzioni del centro italo, costantemente sorvegliato da guardie private, c’era qualcosa di surreale. Un immenso formicaio di piccole casupole affastellate copre le colline attorno al club degli italiani. L’architetto che lo disegnò, un arzillo novantenne originario di Gorizia, mostrandomi le foto dell’inizio dei lavori, aveva sottolineato proprio questo, il vuoto attorno alla collina del centro italo. Ma dagli anni sessanta molte persone hanno sentito il bisogno di entrare nel mondo lucente dei capitolini e hanno lasciato le campagne per raggiungere Caracas. Non c’è di che stupirsi, visto che quelle campagne erano lasciate a se stesse e la realtà che veniva presentata al mondo come “Il Venezuela”, la sua immagine planetaria, era la ricca ma minuscola parte delle sue città petrolifere. L’unica collocazione disponibile per questi migranti interni è stata di casette fatte di poco su ripide colline scivolose.
Visti di notte i ranchitos formavano un immenso presepe di luci, un presepe di luci che premeva sul mondo a parte del Centro Italo come un gatto attorno alla ciotola ricolma. Sostando in silenzio, con lo sguardo rivolto oltre la recinzione, si sentivano voci e rumori che incredibilmente parevano distinti, come un coro intermittente. Era una moltidudine vitale, ma di una vita di seconda o terza categoria. Dentro il club, i frequentatori si comportavano come sempre, facendo finta di nulla.
Spesso dalle colline dei ranchitos si sentono degli spari, ma nessuno ci bada. E’ qualcosa che scuote i nuotatori della domenica arrivati dall’Europa. Almeno finché non ci fanno l’abitudine, come tutti.
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