Dialoghi sopra la cittadinanza

Due donne sui 45 anni, si conoscono da anni. Una è tedesca, berlinese doc, l’altra italiana ma vive da vent’anni a Berlino. Conversano del più e del meno in un piccolo gruppo di persone. Qualcuno tocca en passant il tema della cittadinanza, l’italiana commenta che le farebbe piacere acquisire quella tedesca, visto che la legge italiana permette la doppia cittadinanza. Metà della sua vita l’ha trascorsa in Germania e, dice, si sente a casa qui quanto in Italia. La donna tedesca è sorpresa, la sua espressione non nasconde nulla: è semplicemente basita. “Tu? Ma perché?”. “Cosa c’è di strano? Vivo qua da vent’anni”. Assorbito il colpo, il tono della donna tedesca si fa più leggero. “Ma sei sicura che te la diano?!”, dice sul filo dello scherzo. “Perché? Non sono mai finita in prigione!”, risponde l’altra sorridendo.

L’aneddoto è vero. Al di là del tono assunto sul finale dalla conversazione, il problema che sottende è tutt’altro che leggero. A cosa è legata l’appartenenza ad uno stato, cioè la cittadinanza? In molte persone – in Italia come in Germania e altri paesi – anche acculturate, laureate, metropolitane, presuntamente cosmopolite, viene automatico collegare la “cittadinanza” con la radice etnico-nazionale del paese. “Tu, uno dei nostri? Ma no, non è possibile”, pensano queste persone. E’ un’opinione che magari cercano di trattenersi dall’esprimere in pubblico, ma come le cose che dal cuor vengono ogni tanto saltano fuori comunque, inaspettatamente. In un mondo dove la mobilità delle persone è un tratto inprescidibile, volenti o nolenti le politiche criminalizzanti od escludenti degli stati, le regole di definzione della cittadinanza non possono rimanere ferme a 50 anni fa. Il problema è che le leggi prima o poi magari cambiano, ma le teste delle persone, quanto ci vuole per cambiarle? Vari intellettuali hanno ragionato negli ultimi anni attorno a questi temi, mi piace ricordare la chiarezza di Saskia Sassen, che ha sottolinenato come la cittadinanza dovrebbe essere fondata sulla partecipazione più che sull’origine. In linea ideale sarebbe bello pensare un mondo senza carte di soggiorno, visti, passaporti, documenti di riconoscimento, ma è possibile? Stretti addosso ad un’esistente olioso e incatturabile viene ormai difficile anche sognare. Però non costa nulla. E almeno aiuta a guardare il presente con meno angoscia.

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11 thoughts on “Dialoghi sopra la cittadinanza

  1. Carino, l’aneddoto. A me, invece, che sto in Germania da una quindicina d’anni, chiedono tutti, con aria tra il sorpreso ed il costernato, come mai io non abbia ancora fatto richiesta della cittadinanza tedesca, è una tematica davvero ricorrente ed io devo spiegare ogni volta per quale motivo non ne abbia ancora fatto richiesta. Il mio Doktorvater a Berlino, a suo tempo, si meravigliò addirittura che non l’avessi avuta automaticamente col matrimonio (il marito è tedesco, quindi molti sembrano considerarmi tedesca per la proprietà transitiva)… non so, ma alla luce di queste esperienze ti consiglierei di non trarre conclusioni affrettate, io una conversazione come quella descritta nel tuo post davvero non l’ho mai dovuta affrontare e siccome mi sto stufando di giustificarmi ed ora è possibile avere la doppia cittadinanza, probabilmente farò il grande passo, sempre sognando il passaporto europeo…

  2. La mia riflessione non era limitata alla Germania, ma estensibile a molti paesi del ricco occidente toccati dall’immigrazione. Questo è uno dei punti caldi del dibattito in corso. Il fatto che i tuoi conoscenti si stupiscano del fatto che tu non abbia la cittadinanza (via matrimonio) è, comunque, una indiretta conferma di quello che vado dicendo. Avendo girato molte città tedesche e intervistato italiani residenti in questo paese da venti, trenta o cinquant’anni, posso dirti che sono una percentuale infinitesima coloro che sono interessati all’ottenimento della cittadinanza. Perché? Leggi complicate? Orgoglio nazionale? Aspirazione ad un “passaporto europeo”? Un po’ di uno e dell’altro. E così a molte persone rimane l’idea che la cittadinanza sia quello che era, un tutt’uno con la nazionalità.

  3. Ma non é che stai confondendo la cittadinanza con la residenza? Vorrei specificare che la cittadinanza di un paese spesso implica il dovere di difendere il paese in questione in caso di conflitto e comporta anche il diritto/dovere di voto, tanto per dirne due. Io non ho un grosso interesse alla cittadinanza tedesca perché non ne avrei vantaggi o svantaggi particolari, tranne forse, qualche semplificazione burocratica e la possibilità di votare (visto che le tasse me le fanno pagare anche senza la cittadinanza) e non vedo perché dovrei mollare la cittadinanza italiana (magari spero, come tanti, un giorno, di tornarci a vivere, chissà). La scambierei volentieri con una cittadinanza europea, perché sono una convinta sostenitrice dell’unione europea (anzi, se potessi, sarei cittadina del mondo, a questo è un discorso lungo); per concludere, non mi considero un’emigrante, ma un’italiana (anzi no, una cittadina europea) che al momento vive in Germania (e, per dirla tutta, prima ha vissuto in Inghilterra e non ha la minima idea di dove vivrà fra qualche anno).

  4. Forse la differenza tra cittadinanza e residenza dovresti spiegarla agli italiani (o ai turchi, ai greci o gli spagnoli) di terza generazione che vivono in Germania con il passaporto del paese di origine dei nonni e, alla fine, rimangono stranieri in tutti e due i paesi. In Germania hanno un permesso di soggiorno illimitato, ma questo non fa altro che farli sentire degli stranieri vita natural durante. Su incarico di un’università italiana ho raccolto molte storie di questo tipo. Visto che dimostri tanta attenzione per questo blog ti sarai accorta che non mi occupo di gastronomia (con tutto il rispetto per tale settore) ma di cose che hanno un forte significato per me, figlio di emigranti nato all’estero. Comunque, in confidenza, la discussione sarebbe stata più proficua lasciando a casa un partecipante non gradito: la spocchia.

  5. Ciao, la mia esperienza e’ molto diversa per quanto riguarda la Svizzera e la Francia.
    Dopo 6 anni che stavo a Ginevra, mi trovai a discutere col vicino di casa del come mi sarebbe piaciuto partecipare alla vita politica locale, potendo ad esempio, almeno votare per i referendum. Mi rispose che non c’era alcun motivo di dare il diritto di voto agli stranieri, e che se proprio ci tenevo sarebbe stato molto facile chiedere la cittadinanza Svizzera, versando, per ottenerla, una cifra intorno al 10% del totale imponibile annuo! Mi spiego’ che serviva a selezionare solo coloro che veramente “ci tenevano”, e non solo gli approfittatori che miravano ad una cittadinanza solo per goderne i vantaggi.
    Trasloco in Francia: registrazione in comune, richiesta di iscrizione alle liste elettorali per le amministrative e le europee, a mia scelta. Ok, non posso ancora votare per Sarko (:-)), ma ho l’impressione che l’Europa sia sempre piu’ vicina, e sogno, come Isadora, un multicolore passaporto europeo.

  6. Mi spiego, obbligi a non finire, tassazioni divenute di colpo più pesanti del 30% rispetto al fortunato possessore di colui che vive con un permesso a tempo indeterminato e ridicolo del ridicolo, a livello di percezione sociale si viene sempre considerati “stranieri” e come tali trattati.

  7. Grazie Paolo. Il tuo messaggio svela come in effetti le carte non possono cambiare gli atteggiamenti culturali delle persone. Credo, comunque, che possedere il titolo di cittadinanza abbia un valore diverso per i figli dei migranti rispetto ai loro genitori. Coloro che crescono in un paese vivono, giustamente ritengo, in maniera piu’ forte il bisogno di riconoscimento e appartenenza che passa, volenti o nolenti, attraverso il pezzo di carta.

  8. Caro Mauro, chiedo scusa per i miei errori grammaticali ma sono franco quando parlo… tra i figli degli immigrati italiani (ma potrei dire lo stesso di portoghesi e spagnoli) nati e cresciuti in Svizzera, Germania e altri paesi mete di immigrazione la cittadinanza è ampiamente snobbata perché non è garanzia di una reale accettazione nella società che li ha visti crescere. Alcuni ricordi dei loro genitori (leggi discriminazione) sono ancora vivi e gli accordi politici degli ultimi 15 anni hanno portato a parificare di fatto la cittadinanza con il permesso di residenza illimitato tanto che in talune occasioni il secondo è nettamente superiore alla cittadinanza per i diritti di pancia conferiti (per dirtenere una… preferiresti essere cittadino svizzero oppure avere a disposizione 800/900 Euro in più all’anno da spendere come vuoi? Preferiresti farti gli affari tuoi oppure vederti recapitare una marea di materiale per qualsiasi cosa?).

    Sai chi richiede il passaporto tra gli italiani? Qualche anziano che magari ha passato la sua vita in Svizzera e che quindi si sente in diritto di avere il passaporto perché lo reputa come una sorta di premio maturato con gli anni di residenza, ma tra i giovani…

    Discorso inverso è per chi proviene da paesi che presentano una forte instabilità politica (ad esempio regione balcanica e Africa) e che quindi ambiscono al passaporto di paesi stabili e con un buon welfare. Le statistiche di provenienza di chi richiede la cittadinanza conferma queste parole.

    Ho la vaga idea che si confonda il modello di cittadinanza americano e più in generale di paesi con un’ampia estensione da colonizzare dove non c’è nessuna differenza tra bianco, nero e asiatico perché alla base non c’è un modello culturale di riferimento.

    Vi siete poi completamente dimenticati di quanto accaduto nelle periferie francesi? Si diceva ai giovani rivoltosi di origine africana o nord africana che dovevano assimilare il modello francese… salvo che queste persone nel 90% dei casi fossero di fatto francesi a tutti gli effetti. In Svizzera sono stati condotte delle ricerche in merito e se si ha un cognome esotico il rischio di vedersi scartato il curricolo aumenta in maniera esponenziale pur disponendo del passaporto svizzero.

  9. Caro Paolo, ti ringrazio per la riflessione. Hai certo delle buone ragioni per portare i tuoi argomenti, tuttavia il quadro che presenti mi pare venato di pessimismo. Non c’è dubbio che le richieste di cittadinanza – e questo vale in Italia, come in Germania e Irlanda o Svizzera – siano maggiori tra le comunità che provengono da paese politicamente instabili; più poveri o geograficamente lontani. Ma io vedo questa scelta come un atto di fiducia verso il paese, oltre che di investimento sul futuro dei figli. D’altra parte, come dici, forme di discriminazione permangono un po’ ovunque. Ma se si crede nella bontà delle società culturalmente diversificate o semplicemente più ricche di potenzialità, le discriminazioni vanno combattute, non accettate come uno status quo irrimediabile. I modelli culturali cambiano, come cambiano le leggi e le persone che le fanno. Un anedotto incommentabile: tempo fa una famiglia svizzera-tedesca mi disse: ah quando c’eravate voi italiani era meglio, adesso con ‘sti slavi… Peccato che trent’anni prima pochi la pensassero così degli italiani.

    Oggi questo è un tema cruciale in tutta Europa: il pieno accoglimento delle seconde generazioni e la definizione di nuove modelli culturali di cittadinza. Paradossalmente, nel contesto dell’Unione Europea ogni paese gestisce la questione a modo suo e come giustamente osservi ci sono tradizioni e storie diverse (coloniali o non) che influiscono sulla realtà attuale. Nessuno ha la bacchetta magica e nessuno è salvo da complicazioni rese più marcate dalla crisi economica. Cionostante, le risorse offerte dalle nuove generazioni d’immigrazione sono più importanti e più proficue dei fatti negativi che fanno troppo spesso notizia. Ma diciamocelo, che senso ha l’appartenenza nazionale, oggi? Sono sempre di più coloro che vivono la vita in paesi diversi, che si spostano, e questo numero è destinato ad aumentare, inevitabilmente. Questo è il presente e il futuro. Chi discrimina o non vuole vederlo ha gli occhi chiusi o è in cattiva fede. In entrambi i casi, ha torto.

  10. Mauro Mauro… oltre quindici anni fa, quando presentai la richiesta di naturalizzazione, ero della tua stessa opinione. Credevo che il sottopormi volontariamente ad una accurata analisi di natura professionale, fiscale, civica e penale poteva essere un’ulteriore valore aggiunto davanti alla società a cui chiedevo di diventare membro a tutti gli effetti passando come persona per bene con i fatti. Bisogna poi aggiungere che l’intera procedura ha avuto un costo vergognoso… in Germania una naturalizzazione costa 50 Euro per un bambino e 250 per un adulto, in Svizzera invece a causa di una certa ortodossia federalista si può partire tranquillamente da oltre 500 Euro per un solo bambino perché manca una legge che regola il carico delle spese e ogni comune può quindi fissarle come meglio crede.

    La gioia per il passaporto è durata circa sei mesi, da lì in avanti è divenuta un’escalation di rotture di scatole. Quando poi sei anni fa persi il lavoro diventando a tutti gli effetti un lavoratore precario sono andato a scontrarmi direttamente con il nocciolo duro degli indigeni, ossia gli svizzeri di nascita. Devi sapere che la società elvetica è molto esigente e a differenza dell’Italia ci si interroga poco sull’esistenza di forme atipiche di contratto e si pretende che uno deve essere capace di sbrogliare le situazioni da solo. Figurati che io con passaporto svizzero sono andato a finire a lavorare con lavoratori immigrati, titolari di permessi a breve termine, con turni irregolare a 11 Euro l’ora (che crollano a nove Euro se si è una donna immigrata). Il lavoro nobilita l’uomo, ma lo sfruttamento in Svizzera è condotto principalmente nei confronti degli immigrati.

    Molti miei conoscenti che hanno preferito trascorrere la loro vita con lo statuto di straniero “perché tanto il passaporto non serve a nulla” arrivano a guadagnare 20 Euro all’ora (con qualifiche professionali addirittura inferiori alle mie) e se ne fregano di speculazioni ideologiche e di quanto sia bello appartenere ad un popolo. Io stesso a causa della mia situazione personale mi sono ritrovato a richiedere un aiuto sostanzioso allo Stato diventando vittima di un odio feroce da parte di alcuni (pochissimi a dire il vero) zelanti funzionari che mi minacciavano dicendomi di prendere volontariamente la via di casa, che sarei stato espulso e che se non sarei riuscito a mantenere un certo ordine nel gestire la situazione personale avrebbero mandato niente poco di meno che la polizia per accompagnarmi alla frontiera (insomma… come se l’essere precario fosse una mia colpa). Il fatto che avessi acquisito il passaporto rossocrociato non rientrava in queste considerazioni di bassa lega e ci si dimenticava clamorosamente che nell’attestato di naturalizzazione c’era scritto esplicitamente che se avessi avuto bisogno di una mano a livello economico lo stato sarebbe arrivato immediatamente a soccorermi.

    Per darti l’idea é come certi americani di origine anglosassone che odiano pagare la scuola pubblica perché i principali utenti sono figli di ispanici ed afroamericani.

    Caro Mauro, devi poi calcolare che il partito che va per la maggiore è un partito populista che non si fa scrupoli ad incolpare gli stranieri per tutti i mali presenti nella società svizzera raccontando palle incredibili.

    Capisci perché sono pessimista e mi sono amaramente pentito del passo intrapreso inizialmente con i migliori auspici? Ho fatto l’esperienza direttamente sulla mia pelle e quindi certe cose le posso affermare con sicurezza. Da un punto di vista pratico è stato l’equivalente di un suicidio perché partivo da una situazione precedente che a giudicare oggi è nettamente migliore.

    Nell’epoca del villaggio globale sono giunto alla conclusione che la nazionalità è un retaggio stupido che non trova più ragione di esistere essendo legata ad un certo romanticismo di fine 800. Ci sono molte riserve sulle seconde generazioni, chi naturalizza credo ragioni come te, ma tra molti immigrati nati e cresciuti in Svizzera (o Germania) la mancanza di titoli di studio raggiunge risultati preoccupanti che si ripercuotono sull’intero sistema del welfare per via che molte persone divengono difficilmente collocabili all’interno di strutture economiche sempre più complesse. I tassi di disoccupazione confermano questa tendenza. Devi capire il commento della famiglia svizzero-tedesca… gli italiani hanno fatto di tutto pur di farsi accettare ed effettivamente alcuni slavi danno problemi di ordine pubblico. Credo che questi problemi siano derivati da un retaggio socio-economico più debole rispetto agli svizzeri.

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