I sacchetti per l’acqua e il torrente rosso

Tempo fa un amico africano, che da circa quindici anni vive in Italia, mi ha parlato di un suo progetto imprenditoriale. Con la crisi strutturale che ha colpito il settore della piccola e media impresa nel nord-est italiano, negli ultimi anni molti immigrati hanno perso il lavoro o si sono trovati in condizioni precarie. Ne conosco personalmente alcuni che hanno ripreso la valigia in mano e sono partiti per altri luoghi o hanno fatto rientro nel paese di origine, con destini il più delle volte imprevedibili. Statistiche ufficiali per queste casistiche non ce ne sono ma i numeri potrebbero sorprenderci.

Il mio amico non è uno di questi, ma è comunque inquieto e vorrebbe far fruttare nel suo paese quello che ha appreso negli anni di emigrazione. In Italia sta bene, dice, ma non si sa mai cosa può succedere, coi tempi che corrono. La sua idea è semplice: vorrebbe acquistare una macchina per impacchettare l’acqua, che verrebbe poi rivenduta in sacchetti da un litro. Mi ha spiegato che con 5mila euro si può comprare una macchina cinese che fa questo tipo di lavoro. Basta collegarsi ad una fonte e il gioco è fatto. Poi si caricano le buste su di un camion e si fa il giro dei villaggi dove non c’è acqua corrente. Secondo lui l’affare è sicuro, e il capitale da investire limitato. Gli ho chiesto come farebbe ad ottenere l’autorizzazione per spillare l’acqua ma mi ha detto che non c’è problema, non mi ha chiarito perché. Il mio dubbio più serio è però riferito ai sacchetti. Che fine fanno i sacchetti di cellophane una volta svuotati? Gli ho raccontato dei paesaggi inquietanti che ho visto nelle periferie di centri grandi e piccoli del sud del mondo – in Uganda, in Marocco, in Malesia, perfino in Patagonia: relitti di sacchetti di plastica aggrappati ai rami degli alberi, agli arbusti, ai fiori. Plastica portata dal vento anche dove l’uomo non vive, lontano dalle sue case. Indistruttibile, resistente più di chi l’ha creata e di chi l’ha usata. Che fine faranno i sacchetti dell’acqua?, ho chiesto. Mi ha guardato sorpreso, non è che non ci avesse pensato ma gli sembrava un problema secondario. “Se ne deve occupare il governo”, mi ha detto. Ha ragione, il suo ragionamento è logico.

Difficilmente riuscirà a portare avanti questo progetto, ma condividendolo con me cercava di convincersi che ce la potrebbe fare. La mia coscienza – presuntamente – politicamente corretta ed ecologista vorrebbe dissuaderlo dal continuare su questa strada, ma ho preferito fermarmi all’esposizione di alcuni dubbi. In fondo, che ne so io del suo paese, dove non sono mai stato?

Ho trascorso la seconda parte della mia infanzia e tutta l’adolescenza in un paesino del Friuli. Poco distante da casa c’era un torrente meta di escursioni in bicicletta piene di affascinazione. Nemmeno nei cartoni animati giapponesi si poteva vedere un torrente rosso. Ma anche blu. E viola. Giallo. Arancio. E molti altri colori ancora. Più volte a settimana il torrente cambiava colore, a seconda delle tinte che il colorificio lì accanto utilizzava per tingere la lana. L’acqua usata per lavare la lana veniva scaricata direttamente nel torrente. Per noi bambini, o almeno per me, era uno spettacolo spiazzante e affascinante come pochi altri. Non osavo chiedere agli adulti perché l’acqua avesse tutti quei colori. Nessun adulto, d’altra parte, si degnava di spiegarmelo. La fabbrica dava lavoro a molte famiglie. Con i soldi guadagnati in fabbrica molti hanno costruito la casa, risparmiato per comprare l’auto per poi cambiarla appena non piaceva più, hanno fatto figli che hanno comprato altre auto e costruito ancora nuove case. E via così, alla ricerca della vita possibile, della felicità.

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3 thoughts on “I sacchetti per l’acqua e il torrente rosso

  1. Purtroppo (e comprensibilmente) la quantità di plastica sparsa in giro potrebbe essere utilizzata come un parametro per stabilire la povertà di un Paese.
    Dovrebbe pensarci lo Stato come dice il tuo amico. Ma uno Stato impegna fondi alla raccolta dela plastica solo se costretto. Dai turisti, per esempio. E a volte nemmeno in questo caso.

  2. Plastica biodegradabile? Forse è a buon mercato per i paesi ricchi, quella scarta e più tossica finisce nei paesi poveri. E lì rimane. E i turisti? Quelli indipendenti penso siano generalmente più “sensibili” ma i grossi numeri si muovono nei villaggi turistici…si potrebbe pensare di far portare le immondizie dei villaggi turistici nei paesi di provenienza dei turisti. Ma non sarebbe sufficiente per risolvere il problema, purtroppo.

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