Patagonia controvento su Lonely Planet

Una piccola notizia solareggiante per combattere l’improvvisa recrudescenza del freddo. L’ultima edizione italiana della guida Lonely Planet dedicata al Cile raccomanda, nella sezione letteratura di viaggio, il mio “Patagonia controvento”. Viene dopo un libro di Sara Wheeler (oops, ma i Wheeler non sono i padroni di Lonely Planet?) e uno di Paul Theroux…e ovviamente alcuni altri classici. Ringrazio Alessandro (Sardinia rulez) per avermi segnalato la cosa.

Anche i turchi sono tedeschi. O no?

In occasione della sua recente visita ufficiale in Germania il primo ministro turco Erdogan ha tenuto un incontro con gli immigrati di origine turca. Fin qui nulla di strano: da sempre i politici incontrano le comunità di loro emigranti durante le visite in terra straniera. Solo che Erdogan ha parlato in un palazzetto dello sport di fronte a circa 18mila persone (qualche fonte dice 20mila, altri 16mila). Il tutto è accaduto a Colonia. Per le dimensioni il fatto non ha precedenti in Germania, e probabilmente anche negli altri stati europei dove vivono consistenti comunità di immigrati provenienti da uno stesso paese.

Il grande afflusso di persone è in parte giustificato dalla breve distanza temporale tra l’incontro e la tragedia di Ludwigshafen, un incendio che è costato la vita a nove persone, cinque delle quali di origine turca. Prima di Colonia Erdogan aveva fatto tappa proprio a Ludwigshafen, facendo intendere quale idea avesse rispetto al rapporto tra la madrepatria e i suoi emigranti in terra tedesca. A Colonia Erdogan ha usato parole infuocate che hanno provocato un putiferio politico. Ha detto che “l’assimilazione è un delitto contro l’umanità” e ha espressamente sollecitato le autorità a predisporre istruzione in lingua turca in tutti i gradi scolastici, anche in quello universitario. In pratica, ha parlato a persone che vivono in Germania da venti o trent’anni, a molte nate in questo paese e che forse non hanno mai messo piede in Turchia, come fossero suoi compatrioti residenti in qualche provincia dell’Anatolia. E’ stato accolto con sventolio di bandiere e cori da stadio. Fuori dal palazzetto, un piccolo gruppo di immigrati di origine curdo-turca ha organizzato una contestazione.

La cosa ha ovviamente lasciato il segno nell’opinione pubblica tedesca e, comprensibilmente, risposte stizzite sono giunte sia da destra che da sinistra. Chi si crede di essere questo Erdogan a venire in casa nostra a creare zizzania e a dirci come trattare con gli immigrati?, è più o meno il tono assunto da politici e commentatori. Il fatto in sé ha tuttavia rilanciato un dibattito urgente che gli attuali governanti tedeschi avevano un po’ accantonato. Sul Tageszeitung, giornale berlinese assimilabile a il Manifesto è stato pubblicato un interessante articolo firmato da Daniel Bax. Bax è olandese ma da tempo residente in Germania, dove lavora come commentatore proprio alla Taz. Qual è la situazione dei turchi?, si chiede Bax. Molti immigrati di origine turca, anche quelli di terza generazione, si sentono più legati alla Turchia che alla Germania e costruiscono le loro opinioni sui giornali turchi e attraverso le televisioni che arrivano da Ankara. 1 milione e 750 mila immigrati in Germania hanno la cittadinanza turca, solo 500mila turchi hanno acquisito quella tedesca. “Chi auspica che gli immigrati e i loro figli si sentano a casa in Germania, deve facilitare l’acquisizione della cittadinanza e non complicare le procedure, come ha fatto questo governo”, conclude Bax. La situazione creatasi in Germania è un monito per gli altri paesi. Meglio attrezzarsi in tempo, lavorando sulle politiche di “inclusione”, per evitare un effetto Erdogan sotto altre forme.

Le molte (false) facce della democrazia

Circola su youtube il filmato di un incontro tenutosi in un’università cubana, con protagonisti alcuni studenti che pongono delle domande semplici e dirette a un ospite di un certo rilievo, il presidente del parlamento. Gli chiedono il perché dei limiti a viaggiare all’estero, le ragioni di un’industria turistica escludente, di prezzi e di problemi della vita di ogni giorno. L’ospite prende nota e risponde, senza tergiversare. Per molti mass media occidentali la notizia è duplice: primo, da Cuba esce un filmato dove si parla di politica non dal punto di vista del governo; secondo, a Cuba si dissente. Il filmato si presta però a letture divergenti. Il Corriere della sera, per esempio, evidenzia come le critiche degli studenti dimostrerebbero l’insoddisfazione della gente non tanto verso la situazione politica e sociale ma contro “il regime di Fidel Castro”.
Non sono mai stato a Cuba, come molti ho assorbito passivamente e attivamente molte informazioni che circolano su questa piccola isola, visto film, letto libri, ascoltato musica. Non ho un’idea precisa sulla realtà politica di Cuba e pur avendo partecipato ad alcune iniziative di Italia-Cuba mi esimo dal prendere posizioni nette sulle questioni generali che la riguardano. La lettura data dal Corriere della Sera mi ha tuttavia stimolato una riflessione irritata. Ve lo immaginate Veltroni (o Bertinotti o chiunque altro rappresentante istituzionale, a prescindere dagli schieramenti) che va in un’università e risponde alle domande degli studenti? Perché un posto letto a Roma costa 400 euro? Perché per avere un monolocale in affitto non a Roma o a Milano ma in una città di provincia si deve sborsare non meno di 600 euro?Perché non ponete un freno alla barbarie dei troppi tipi di contratti precari? No, non è possibile. Il politico nostrano preferisce lo schermo televisivo al confronto diretto. Al massimo si presta al “dialogo” in forma semiprivata, nelle “convention” di partito, ma anche lì di democratico non c’è molto. Insomma, una cosa come quella vista nel filmato cubano la democratica Italia se la sogna. Eppure per molti, come l’ex allievo di Renzo De Felice Paolo Mieli, direttore del Corriere, Cuba è un neo nel mondo democratico e va attaccata sistematicamente. Più dell’Arabia Saudita, della Libia, della Cina e di molti altri paesi apertamente autoritari e/o dittatoriali. Mah.

Il fascino indiscreto della spesa

Al supermercato non posso fare a meno di guardare nei carrelli della gente. Spesso mi capita di vedere delle combinazioni di prodotti che mi affascinano e istintivamente vorrei scambiare il mio carrello con quello della persona destinataria dei miei sguardi. “Scusi, mi darebbe il suo carrello? Ha comprato quello che avrei voluto comprare io ma non ci sono riuscito. In cambio le dò il mio”. In realtà, non sono i prodotti in sé ad attrarmi ma le configurazioni che si creano assemblandone diversi in uno spazio ridotto.

Oggi ho avuto un sussulto alla vista del carrello di una vecchina dal passo incerto ma dalla sensibilità che definirei quasi artistica per le compere. Non aveva acquistato molte cose, il carrello era semivuoto, ma la combinazione cromatica dei prodotti era qualcosa di romantico. Il colore dominante era il rosso: due confezioni di fragole (prodotte dove? In che stagione? Ma che importa), carne rossa bio, marmellata di fragole di marca francese, rape rosse. C’era anche dell’altro ma questi quattro oggetti-attori dominavano la scena, come ballerini di break dance in uno spettacolo di musica classica. La vecchina è diventata per me la regina della spesa in rosso. Che cosa l’avrà spinta a fare queste scelte? Sarà casualità, ma anche il caso ha le sue ragioni.

L’osservazione delle spese altrui offre squarci improvvisi sui mondi privati delle persone. E’ inevitabile, per me, pensare al momento in cui l’uomo che ha acquistato bockwurst lunghi 20 centimetri, salsa di patate da un chilo, senape, dessert alla panna e nocciole, birra e pizza surgelata, svuoterà la borsa sul tavolo della cucina del suo monolocale. Lo immagino solitario spettatore del suo schermo televisivo, ma comunque un desinante ordinato. Niente cibo consumato sul divano e scarponi appoggiati al tavolino. Me lo dicono le mele che ha acquistato. Quale frutto è più ordinato della mela? La mela non macchia, non schizza, non si sfa. Solo le persone dall’innato ordine interiore scelgono, tra la frutta, mele e solo mele.

L’intimità degli acquisti è in qualche modo protetta dal carrello. Finchè le cose sono al suo interno nessuno vi ha accesso. A contaminare l’intimità ci sono solo gli sguardi sfuggevoli o interessati di qualche altro cliente, ma il carrello rimane sotto controllo, è una piccola casa ambulante, nessuno può metterci mano. L’alchimia della casa portatile ha fine sul nastro della cassa. Lì sfuma anche la magia delle configurazioni di prodotti. Uno ad uno, ridiventano anonimi oggetti di acquisto, non sono più parti di un mondo organico e complesso. Non lo saranno più, perché nella casa del compratore gli verrà affidato un altro ruolo, un nuovo spazio, diversa identità. Attraverso le mani della cassiera (perché sono quasi solo donne a fare questo lavoro indelicato non si sa) i prodotti perdono colore. Chi li distingue più? Ma il carrello è anche salvifico. Distesi lì sopra, nudi come su di una bilancia di ospedale, i prodotti non mi dicono più nulla.

Sheldon Brown, un ricordo

Per qualsiasi appassionato di bicicletta che cerchi delle informazioni sul web è difficile non imbattersi nell’enciclopedico sito di Sheldon Brown (www.sheldonbrown.com). A me successe nel 2002, quando cercavo di immaginare/programmare il mio viaggio in Patagonia. Ero un totale neofita e mi ponevo domande banali che facevano sorridere i ciclisti nostrani. Leggere l’incredibile mole di informazioni raccolte da questo signore di Boston, Massachusetts, scritte con accuratezza, semplicità e simpatia mi fece stare bene, fu come trovare un consigliere amico. Ecco qualcuno che non vive la bici come competizione, moda, corsa al modello esclusivo da mostrare agli amici, o come mezzo per imprese da superominidi, pensai. Quando pubblicai il libro “Patagonia controvento” ovviamente lo citai. La notizia della sua morte mi ha colpito improvvisa. Sheldon Brown è deceduto il 3 febbraio per un infarto nella sua città natia, aveva 64 anni. Causa le condizioni di salute da alcuni mesi non saliva più in bici e con la consueta ironia si era rinominato “quello a cui fa male scendere a ruota libera” (Sheldon “coasting is bad for you” Brown). Grazie al web la sua passione per la bici potrà continuare a “contaminare” altre persone in giro per il mondo.