Mestieri di una volta: il libraio

Qualche anno fa, devono essere otto o nove ormai!, il direttore del giornale per cui lavoravo mi chiese di fare una serie di interviste a librai del territorio. L’idea era bella ma non tutti i librai la condivisero. Ricordo una libreria storica di Udine il cui titolare mi ricevette in uno sgabuzzino senza sedie né tavolo. Dopo alcune insistenze da parte mia aveva accettato di farsi intervistare, ma solo in orario di apertura. Per non intralciare il lavoro delle commesse finimmo nello sgabuzzino, che in realtà era un corridoio lungo circa tre metri e largo meno di uno, con da un lato degli scaffali zeppi di libri fin sotto il soffito e dall’altro un muro nudo e scuro. Il librario, che ricordo avere la stazza di un giocatore di rugby, si piazzò in fondo, con la schiena appoggiata alla parete, io di fronte a lui col registratore e il block notes in mano. La sua figura mi sovrastava come una pala d’altare e le domande mi uscivano fuori inceppate. Non fu la migliore intervista della mia vita. Però mi aiutò a capire qualcosa di più del carattere dei friulani, o almeno di un particolare libraio autoctono.

Questo aneddoto mi è tornato in mente leggendo l’intervista che Giulio Mozzi ha realizzato con il direttore della libreria Feltrinelli di Padova, una delle librerie più grandi d’Italia (600 metri quadri!). La trovate qui e merita una lettura perché ci rende partecipi dei cambiamenti di una città visti attraverso gli occhi di un “operatore culturale” che io considero ancora imprescindibile, il libraio appunto. Purtroppo le cose cambiano, e anche nel settore dei libri il centro commerciale incombe come un’incudine sulla testa di noi tutti. Sono sempre di meno le librerie che funzionano da librerie, con una persona disponibile a segnalare libri, invitare alla lettura e soprattutto scegliere con la sua testa cosa offrire. Con la mole di volumi che si pubblicano ai nostri giorni un tale lavoro si è fatto di certo più difficile ma proprio per questo ancor più necessario. Pochi giorni fa è stata chiusa Equilibri, una piccola libreria di Gorizia che quest’anno avrebbe compiuto dieci anni di vita e che aveva avviato un bel lavoro culturale. Non conosco le ragioni della chiusura, ma posso immaginarle. Faccio un augurio sincero a Giovanni per le nuove intraprese.

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The air in here is dead industrial and so austere
The air round here smells of religion and Vauxies beer
We are this world we watch the sands drain from our hands
We’re naive but happy or so it seems

Leatherface, 1991

Un uomo speciale, Gino Donè

La notte del 21 marzo è morto Gino Donè, da tempo era malato e viveva ritirato. Fino alla fine ha cercato di proteggere i ricordi e la sua storia dalla spettacolarizzazione che i media ne avrebbero potuto fare. Era stato l’unico europeo a prendere parte allo sbarco del Granma, lo scafo con cui Fidel Castro e gli altri guerriglieri del movimento rivoluzionario avevano raggiunto Cuba per spodestare il dittatore Batista, nel 1956. Dopo quegli eventi Gino aveva avuto una vita intricata, aveva vissuto in vari paesi, si era infine stabilito negli Stati Uniti ed era rientrato in Italia solo pochi anni fa. Lo conobbi nel 2005 grazie ad alcuni amici friulani dell’Associazione Italia-Cuba. L’incontro non produsse un’intervista, Gino non la gradiva, ma un incontro umano molto speciale. Viveva di poco, presso la famiglia di una sorella, coi problemi di molti emigranti rientrati senza aver fatto fortuna. Se avesse voluto “sistemarsi”, avere una vecchiaia più comoda, avrebbe potuto offrire la sua storia a qualche editore importante o a una trasmissione televisiva. E’ quello che, ai nostri tempi, qualsiasi persona avrebbe probabilmente fatto al suo posto. Lui no. E’ un messaggio che fa riflettere, un gesto di resistenza sincera.

L’articolo su di lui che scrissi per Diario lo trovate nella sezione “Articoli”, basta scorrere verso il basso il cursore.

david byrne è dei nostri (dopotutto)

Non sono mai stato un fan dei talking heads, al pop intellettuale ho sempre preferito il sudore elettrico e nell’eventualità di una scelta tra due concerti nella stessa sera ai succitati avrei sempre preferito gli squirrel bait o qualcosa che gli assomigliasse anche solo nel fantastico nome. Però, però, è bello trovare convergenze illuminanti ed essere sorpresi lateralmente. In un blog di cicloamanti ho trovato linkato un documento video che mi ha messo di buon umore (un evento, di questi tempi). L’autore è David Byrne, ai più noto come fondatore e leader dei defunti talking heads. Nulla di musicale, bensì la cronaca di un tragitto in bicicletta compiuto dal nostro nel centro di New York per recarsi ad un concerto, un suo concerto. Grazie a una telecamerina montata sul casco Byrne documenta cosa significa girare in bici in quella città, mentre pedala commenta i comportamenti di autisti e pedoni e se la prende con simpatica ironia con un camionista del new jersey che ha parcheggiato sulla corsia ciclabile….il giro finisce direttamente nei camerini del locale dove david deve esibirsi, non scende dalla bici nemmeno nel corridoio, mitico. Non da oggi Byrne è un sincero sostenitore della bici per gli spostamenti urbani, ma con questo video diventa un testimonial d’eccezione. Continua così, David! Per vedere il video cliccate qui

Il futuro ci insegue. In bicicletta

La mia idea di posto vivibile è associata alla possibiltà di fare a meno dell’auto e di potermi muovere il più possibile in bicicletta o con i mezzi pubblici. Alcune sere fa ho salutato alcuni amici e amici di amici dopo una serata passata assieme. Li ho visti partire in bicicletta, un piccolo gruppo di sei persone, tutte in bici, alle due e mezza di notte. C’era di mezzo lo sciopero della compagnia pubblica dei trasporti di Berlino che gestisce metropolitana e bus, uno sciopero durissimo, che ha incrementato il già notevole utilizzo della bici in questa città (secondo fonti ufficiali ogni giorno nella capitale circa il 12 per cento della popolazione si muove in bicicletta).

Sono rimasto per alcuni attimi imbambolato davanti a questa immagine, che mi ha fatto compiere un viaggio mentale attraverso i ricordi più remoti, quelli dell’infanzia in un piccolo paese del medio Friuli. Allora era normale muoversi in gruppo in bicicletta, anche tra bambini. Ricordo in particolare le trasferte della squadra della nostra frazione per una partita in un’altra frazione del comune. Questi incontri venivano organizzati sui banchi della scuola media, che essendo intercomunale permettava l’incontro di ragazzi provenienti da vari paesi. I contatti si sviluppavano anche fra quelli di noi che giocavano nel campionato ufficiale, nella squadra locale categoria “giovanissimi”. Le partite tra squadre delle frazioni non avevano nulla di ufficiale, ci si accordava per un’ora e un luogo e si partiva, in bici. La formazione si decideva collettivamente, lasciando l’ultima parola a quelli di noi che sul campo si erano guadagnati il rispetto e l’ammirazione di tutti. Ho in mente un piccolo corteo di biciclette, una giornata di dicembre, durante le vacanze di Natale, verso i miei dodici anni. Io avevo indosso le scarpe da calcio, erano nuove di pacca e le volevo abituare al piede prima della partita (un’idea ingenua, ma tant’è). Pedalare con le scarpe da calcio è come camminare in montagna con gli zoccoli di legno. Un’agonia. Però si faceva così, almeno io feci così in quell’occasione.

Oggi è impensabile vedere un gruppo di bambini-ragazzi spostarsi da soli in bici, nei paesi come in città. L’auto per tutti (a Roma 699 vetture ogni 1000 abitanti nel 2006) ha reso tutti più (in)dipendenti. E insicuri. Il traffico è ovunque. L’auto invasiva è un problema ambientale, perché l’aria che respiriamo è appestata dai tubi di scappamento, e di certo non sarebbe migliore anche se tutti avessero macchine supermoderne. Ed è un problema sociale, perché gli incidenti e la generale insicurezza che il traffico trasmette sono effetti devastanti di un modello auto-distruttivo di società.

Molte città europee (il sessanta per cento della popolazione europea vive in città) stanno investendo soldi ed energie per cambiare la mobilità urbana. Londra è capofila, in termini di spesa, ma tutte le grandi città si stanno impegnando. La bicicletta torna prepotentemente di attualità, per motivi pratici, senza romanticismi. A Copenhagen, la città ciclistica per eccellenza, il 36 per cento dei cittadini si muove ogni giorno in bici. Ho dato un’occhiata al sito del comune di Milano. Non c’è un accenno all’incentivazione del movimento in bicicletta. Se qualcuno lo trova me lo faccia sapere. Peccato, perché l’Italia ha alcune delle realtà modello in questo senso, come la mai troppo spesso citata Ferrara.

blognews

Ho aggiunto una sezione dedicata alle interviste. Come nel caso degli articoli e delle inchieste si tratta di alcuni materiali non altrimenti disponibili in rete, nei siti dei giornali che li hanno pubblicati. Sono particolarmente affezionato alle due interviste inserite nel blog, perché sono il frutto della mia passione per il documentario. La prima è con Erik Gandini, documentarista funambolico che spiazza e incuriosisce in ogni sua opera. La seconda è con due registi/ricercatori irlandesi autori di un documentario sull’immigrazione in Irlanda che è una delle cose più belle che ho visto lo scorso anno.

InItalia, una trasmissione di Rai educational

La scorsa estate venni intervistato per una trasmissione di Rai Educational, un programma pensato per facilitare l’apprendimento della lingua italiana da parte degli immigrati. Attraverso una sorta di docu-fiction in ogni puntata veniva presentata una città italiana e la realtà degli stranieri nella regione di riferimento. In occasione della puntata dedicata a Udine mi sono prestato volentieri all’esperimento. Le puntate del programma (della durata di circa nove minuti ognuna) sono andate in onda durante l’autunno e ora sono disponibili su internet. Per vedere la puntata girata a Udine cliccate qui
p.s. Mi sa che è la prima e ultima volta che faccio una docu-fiction (anche se per una buona causa). E’ troppo imbarazzante essere chiamati a “recitare” se stessi!