Il futuro ci insegue. In bicicletta

La mia idea di posto vivibile è associata alla possibiltà di fare a meno dell’auto e di potermi muovere il più possibile in bicicletta o con i mezzi pubblici. Alcune sere fa ho salutato alcuni amici e amici di amici dopo una serata passata assieme. Li ho visti partire in bicicletta, un piccolo gruppo di sei persone, tutte in bici, alle due e mezza di notte. C’era di mezzo lo sciopero della compagnia pubblica dei trasporti di Berlino che gestisce metropolitana e bus, uno sciopero durissimo, che ha incrementato il già notevole utilizzo della bici in questa città (secondo fonti ufficiali ogni giorno nella capitale circa il 12 per cento della popolazione si muove in bicicletta).

Sono rimasto per alcuni attimi imbambolato davanti a questa immagine, che mi ha fatto compiere un viaggio mentale attraverso i ricordi più remoti, quelli dell’infanzia in un piccolo paese del medio Friuli. Allora era normale muoversi in gruppo in bicicletta, anche tra bambini. Ricordo in particolare le trasferte della squadra della nostra frazione per una partita in un’altra frazione del comune. Questi incontri venivano organizzati sui banchi della scuola media, che essendo intercomunale permettava l’incontro di ragazzi provenienti da vari paesi. I contatti si sviluppavano anche fra quelli di noi che giocavano nel campionato ufficiale, nella squadra locale categoria “giovanissimi”. Le partite tra squadre delle frazioni non avevano nulla di ufficiale, ci si accordava per un’ora e un luogo e si partiva, in bici. La formazione si decideva collettivamente, lasciando l’ultima parola a quelli di noi che sul campo si erano guadagnati il rispetto e l’ammirazione di tutti. Ho in mente un piccolo corteo di biciclette, una giornata di dicembre, durante le vacanze di Natale, verso i miei dodici anni. Io avevo indosso le scarpe da calcio, erano nuove di pacca e le volevo abituare al piede prima della partita (un’idea ingenua, ma tant’è). Pedalare con le scarpe da calcio è come camminare in montagna con gli zoccoli di legno. Un’agonia. Però si faceva così, almeno io feci così in quell’occasione.

Oggi è impensabile vedere un gruppo di bambini-ragazzi spostarsi da soli in bici, nei paesi come in città. L’auto per tutti (a Roma 699 vetture ogni 1000 abitanti nel 2006) ha reso tutti più (in)dipendenti. E insicuri. Il traffico è ovunque. L’auto invasiva è un problema ambientale, perché l’aria che respiriamo è appestata dai tubi di scappamento, e di certo non sarebbe migliore anche se tutti avessero macchine supermoderne. Ed è un problema sociale, perché gli incidenti e la generale insicurezza che il traffico trasmette sono effetti devastanti di un modello auto-distruttivo di società.

Molte città europee (il sessanta per cento della popolazione europea vive in città) stanno investendo soldi ed energie per cambiare la mobilità urbana. Londra è capofila, in termini di spesa, ma tutte le grandi città si stanno impegnando. La bicicletta torna prepotentemente di attualità, per motivi pratici, senza romanticismi. A Copenhagen, la città ciclistica per eccellenza, il 36 per cento dei cittadini si muove ogni giorno in bici. Ho dato un’occhiata al sito del comune di Milano. Non c’è un accenno all’incentivazione del movimento in bicicletta. Se qualcuno lo trova me lo faccia sapere. Peccato, perché l’Italia ha alcune delle realtà modello in questo senso, come la mai troppo spesso citata Ferrara.

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2 thoughts on “Il futuro ci insegue. In bicicletta

  1. ciao Mauro, mi viene in mente il libriccino di Ivan Illich con il titolo ‘Elogio della biciclette’, molto bello..
    da Bollati Bjoringhieri ed. 2006. Ciao Christine

  2. Ho quel libro con me, l’ho letto alcuni mesi fa e avevo anche pensato di parlarne sul blog…poi me ne sono scordato…! Grazie di averlo fatto tu. E’ un breve saggio la cui prima stesura risale al 1973, l’anno della grande crisi petrolifera. Illich pone la questione attualissima del modello di vita imposto dall’automobile, pura chimera di velocità e indipendenza rivelatasi poi gabbia tritacittà e inquinatrice di rapporti umani e ambientali. In appendice a questa edizione del libro – che nell’originale francese suona meno ciclisticamente “Energie, vitesse e justice sociale” – c’è un contributo di Franco La Cecla, un’attualizzazione del pensiero di Illich su questi temi. Letture utili e opportune entrambi.

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