Seconde generazioni, un destino da migranti?

Molti giovani laureati turco-tedeschi preferiscono emigrare perché nel mercato del lavoro tedesco si sentono discriminati. Lo riferisce lo Spiegel, che partendo da uno studio svolto dal Futureorg Institut svela una situazione allarmante. Il 38 per cento del campione di intervistati, composto da giovani nati in Germania e tre quarti di essi in possesso della cittadinanza tedesca, si dicono intenzionati ad emigrare in Turchia o in altri paesi dove c’è richiesta di laureati. Quasi tutti dichiarano che manca in Germania una credibile politica di “integrazione” per le seconde generazioni e per molti datori di lavoro il passaporto tedesco non significa nulla, turco sei e turco rimani anche se hai un curriculum d’eccezione. Il problema è che quelli che emigrano o vogliono emigrare sono la crema della comunità di origine turca, tecnici e laureati, proprio coloro che potrebbero agire nella società per invertire la percezione diffusa di un mondo a parte, quello degli stranieri, soprattutto turchi, eterni gastarbeiter. Un giovane ingegnere confessa che gli è indifferente dove andrà a lavorare, tanto rimarrà sempre uno straniero. Va detto che in Turchia c’è un forte interesse per i laureati “bi-culturali” (il termine politically correct usato in Germania per definire i figli di stranieri o i meticci), formati in un sistema educativo diverso e in grado di mediare tra due mondi.

Le seconde generazioni sono la chiave di volta per il futuro dei paesi che ricevono immigrati. Rappresentano la ricchezza prodotta dall’incontro, ma spesso subiscono umiliazioni maggiori di quelle sofferte dai loro genitori. Come quella ragazza di origine albanese diplomatasi in un istituto turistico col massimo dei voti che ho intervistato nel libro “La mia casa è dove sono felice”. La scuola premiava i diplomati a pieni voti con una borsa-lavoro, ma lei ne venne esclusa. L’unica. Non era italiana. Eppure aveva compiuto tutto il percorso scolastico in Italia e negli ultimi anni era stata più volte scelta dai suoi compagni come rappresentante di classe. Chi era, quindi, per l’istituzione pubblica questa ragazza? Un alieno? Un reietto? Nessuno si è chiesto quale danno può aver prodotto alla ragazza e alla sua famiglia l’assurda discriminazione della mancata borsa-lavoro?

Per alleggerire il tono del discorso, un aneddoto. Ieri ho raggiunto un amico a Kreuzberg per giocare a calcio. I suoi compagni di partita hanno dato forfait all’ultimo minuto, il campetto era deserto e ci siamo seduti al bar di fronte per bere qualcosa. E’ arrivato un gruppetto di ragazzi sui quindici-sedici anni con un pallone. Erano in quattro, due di origine evidentemente turca, uno portava perfino la maglietta della nazionale con la mezzaluna, gli altri due avevo aspetto molto tedesco (ma potevano anche essere danesi, o polacchi cresciuti in Germania!?). Hanno cominciato a giocare e gli abbiamo chiesto se potevamo aggregarci. Abbiamo fatto due squadre, tre contro tre. Ci siamo trovati casualmente in perfetta simmetria culturale: un tedesco, un turco-tedesco e un italiano per parte. La partita è finita 11 a 10 per la squadra a me avversaria, anche se siamo rimasti in vantaggio per buona parte del tempo. Capocannoniere, il ragazzo della maglietta con la mezzaluna. Finita la partita i quattro se ne sono andati assieme come erano venuti. Che il calcio serva a qualcosa?

Bici, bambini e città

Al piano terra del palazzo in cui abitiamo c’è un asilo. Uno di quegli asili con le vetrate grandi, tavolini e sedie di legno, armadietti di legno, maestre dall’aria poco truce e bambini sorridenti e spesso urlanti. Di fronte alla porta di ingresso che dà sul marciapiede c’è una rastrelliera per biciclette. E’, non so se ufficialmente, riservata ai bimbi che frequentano l’asilo, che evidentemente lo raggiungono pedalando dei minuscoli cicli dai colori vivaci. La serie di mini-biciclette parcheggiate una accanto all’altra è un’immagine spiazzante, quasi irreale se si pensa alle difficoltà che incontra l’uomo medio a circolare in bicicletta in buona parte delle città del mondo. A Berlino, o meglio in alcuni suoi quartieri, non è così, e anche i bambini in età di asilo possono circolare in bici, ovviamente accompagnati dai genitori.

Bibi ha fotografato le biciclette e insieme abbiamo pensato un motto che potesse accompagnare la foto. Poi abbiamo inviato il tutto a Bibì Bellini (omonimo, ma con l’accento sulla seconda i), giornalista e ciclo-bloggatore bolognese che ha lanciato il progetto Mail Art for Bike. Nel suo sito http://www.ilikebike.org sono raccolti 350 contributi artistici da tutto il mondo, dedicati alla bicicletta e al suo uso quotidiano come mezzo di trasporto nelle distanze medio-brevi. Il sito contiene anche molte notizie e riflessioni utili a chi vuole pensare e vivere in maniera diversa il posto in cui vive. Senza auto, ovviamente. Per arrivare direttamente al sito e vedere la nostra ciclo-cartolina cliccate qui.

Razzismo Made in Milano

Con il nuovo governo Berlusconi i bassi umori – la pancia alimentata a televisione e xenofobia – si fanno politica istituzionale e ritornano amplificati nella società. Si crea un circuito venefico di cui tutti, in qualche modo, pagheranno le conseguenze. Come dimostra quanto accaduto a Roma il razzismo può esprimersi apertamente nel quotidiano, senza pudori, anche in forme violente. Di seguito un episodio raccontatomi dalla protagonista, senza enfasi, con la “tranquillità” di qualcuno che incontra delle difficoltà e le accetta, non potendo fare altro. E’ accaduto il mese scorso, prima delle elezioni….si vede che l’aria era già quella.

Una ragazza egiziana, laureata e dottoranda in un’università tedesca, si reca a Milano per visitare dei parenti. Arriva alla stazione centrale, non parla l’italiano ma si esprime fluidamente in inglese. Entra in un bar della stazione e ordina una bevanda. Paga con dieci euro e riceve in resto cinque euro di carta malridotti, in pratica la banconota è strappata in due pezzi e tenuta insieme solo da un piccolo lembo. La ragazza chiede se può avere un’altra banconota o almeno della moneta. Teme di non poter spendere quel pezzo di carta lacero e quasi irriconoscibile. La barista fa finta di non sentire e si mette a servire altre persone. La ragazza si impunta, chiede di essere ascoltata, di parlare con il manager (è la prassi di qualsiasi reclamo in qualsiasi paese civile). In effetti qualcuno arriva. Un uomo che comincia ad urlarle contro cose che lei non capisce, anche la donna che l’ha servita le urla quelli che dal tono appaiono semplicemente degli insulti. Nessuno dice nulla, gli altri clienti, le persone presenti nelle vicinanze, rimangono in silenzio, osservatori indifferenti di un’aggressione verbale verso una persona, una donna, ma straniera. La ragazza se ne va, confusa ma non demoralizzata. E’ abituata ad essere sotto la lente di ingrandimento perché porta il velo, un velo leggero e colorato ma pur sempre un velo. Però non pensava di trovarsi in una situazione così appena scesa dal treno a Milano.

Nel pomeriggio percorre una strada della città. Una signora che le sta camminando davanti ha la borsa mezza aperta, qualcosa sembra stia per caderle fuori, la ragazza nordafricana la chiama, si avvicina per avvisarla. La donna, sui trent’anni, elegante, ben truccata, si gira e vede una ragazza con il velo. Si scatena in lei qualcosa. Comincia ad insultarla, questa volta la ragazza capisce che ce l’ha con lei perché “mussulmana”, riconosce proprio questa parola tra le urla della distinta siura milanese. Questa non si limita agli insulti, ma con la borsetta molla un colpo alla malcapitata. Prende a borsate una persona che la stava aiutando! Il tutto avviene in una strada di Milano, nel pieno pomeriggio, con passanti indifferenti o forse compiacenti del fatto che la gente comune “reagisca” alla presenza degli stranieri, dei musulmani, dei neri. I capri espiatori di tutti malesseri della società.

La ragazza nordafricana racconta questi episodi ai suoi parenti, che sono originari del suo paese e quindi abituati al clima che si respira in città. Le dicono di lasciare perdere, sono cose che succedono. Anche lei la pensa così. Gente stupida la trovi ovunque, aggiunge. Era la prima volta che visitava l’Italia. Vorrebbe tornare per andare a vedere Firenze e Roma, ma non sa quando ne avrà la possibilità. In ogni caso, buona fortuna.

Il cannone dell’amore

Nella casella della posta avevo 100 messaggi spam. Il fatto è che non li cancello spesso, li lascio proliferare e poi intervengo drasticamente. Questa volta prima di eliminarli ho dato un’occhiata ai titoli e ne ho salvato uno rappresentativo dell’insieme. L’ho fatto per capire cosa succede nel mondo, almeno quel pezzo di mondo che internet decide arbitrariamente di far entrare nella mia casella di posta elettronica. Il messaggio diceva così: Get armed with huge love cannon. Armati di un enorme cannone dell’amore. Non sono andato oltre il titolo per timore di finire in un inferno digitale ma, in fondo, non c’era bisogno di sapere altro. Il cannone dell’amore. Ma chi è che legge un messaggio così e magari clicca pure sopra alla link indicata? Cosa c’è dietro tutto questo? Mi è venuto in mente Marcello, un pensionato romano incontrato in Venezuela.

Come pensionato era un pensionato baby, perché probabilmente non aveva ancora 60 anni. Di certo, faceva di tutto per dimostrarne molti di meno. Jeans attillati, maglietta anch’essa attillata a far risaltare il fisico asciutto. Stivali a punta modello cowboy. Occhiali fumè anche di sera, con delle lenti sul celeste a coprire parte delle inevitabili rughe del viso. Capelli corti e ben rasati, ancora folti, grigi, ma di un grigio curato, intonato con gli occhiali. Lo conobbi in un bar punto di ritrovo di vecchi emigranti italiani. Lui non era un emigrante, non lo era per i motivi che spiego tra poco, ma frequentando quel posto si sentiva un po’ in famiglia. La prima volta che lo incontrai, appena aprì bocca fu come trovarsi di fronte un incrocio tra Mario Brega e Lando Buzzanca. Il primo per la parlata romana senza mezze misure, il secondo per il modello del macho italico portato sullo schermo in molti film degli anni settanta. Nella vita Marcello, era lui stesso a dirlo, aveva un unico, solido, duraturo, interesse: la figa. Non era solo una questione di sesso, se così si può dire, ma era governato dall’ambizione di “conquistare” nuove donne. I Caraibi erano il suo campo di azione.

Ottenuta una pensione precoce da un ente pubblico, libero da vincoli familiari, aveva deciso di spostarsi in Sud America e attuare in quelle lande i suoi propositi di “cacciatore”. Aveva vissuto per vari mesi a Cuba e poi si era trasferito in Venezuela, attirato dall’imponderabile nomea di paese di bellezze (il più delle volte frutto di un gran lavorio di chirurgia estetica, va detto). Ma non era soddisfatto della scelta. “Ao’, qua mi costa troppo”, mi disse. “Ed è pure pericoloso. E poi trovare casa è un’impresa. Ma il problema vero è che le donne non te la danno. Le devi portà fuori, trattarle da signore, e si fanno pure pregare. Cioè, la prima volta non te la danno, ma la seconda spesso sì. Però tra cena e il resto mi costa una fortuna. Troppo lavoro! In un mese e mezzo a Caracas me ne sono fatte una decina. Sono stato un mese a Cartagena, in Colombia, tutta un’altra storia. Me ne sono fatte 23 o 24, non me ricordo la cifra esatta e non ho speso niente”. Balle? Fanfaronate? Deliri di onnipotenza di un Califano dei poveri? Chissà. L’uomo trasudava gel e Bandiera Gialla, chatline e Rocco Barocco taroccato. Era un esemplare da studiare. Di fronte alla mia curiosità sul metodo utilizzato nelle sue “ricerche” esibì questa spiegazione. “In stì paesi le donne sopra i trenta non le vuole nessuno. Son vecchie. E’ per questo che ce stamo io e li miei amici”. Venne fuori che ancora residente a Roma Marcello e altri suoi compari venivano in contatto con donne caraibiche attraverso le chat. Non so in che lingua comunicassero perché l’uomo masticava poco e male lo spagnolo anche dopo vari mesi di permanenza nel continente. Però conduceva la sua missione con dedizione. Mi assicurò che le donne dei Caraibi impazzivano per l’uomo italiano. Aveva fatto i suoi conti: con i soldi della pensione in Italia riusciva a malapena a campare, in Sud America poteva fare lo splendido. Fino a un certo punto, però. Il Venezuela per lui era troppo caro, e le donne troppo esigenti.

Una sera un amico mi invitò a mangiare in un ristorante gestito da un suo conoscente. Un posto dove cucinavano solo ostriche. Come diceva il mio ospite, in Europa non potresti mai permetterti un piatto di ostriche perché costano troppo. Io, che pure non avevo mai mangiato ostriche in vita mia, non capivo il suo slancio, ma tacqui per non guastare un rapporto da poco avviato. Si aggiunse a noi Marcello, il fornicatore di Centocelle in trasferta. Visto il menù e i prezzi, comunque alti anche per i nostri stipendi in Bolivares, Marcello storse il naso. Appena arrivò il suo piatto di cinque o sei ostriche trattate con differenti aromi, il linguaggio del corpo si tramutò in uno sfogo verbale. “Tutti stì soldi per quattro conchiglie! Un piatto di tagliatelle da Alfredo (un ristorante italiano di Caracas NdR) me costa dieci volte meno e mangio di più!”. A parte i rapporti con le donne, presunti o reali non era possibile saperlo, Marcello trascorreva il suo tempo caracollando tra un bar frequentato da vecchi italiani e una trattoria, gestita anch’essa da italiani e dai loro figli. Di quello che succedeva nel paese non gli importava molto. O meglio, gli interessava un aspetto esclusivo (vedi sopra).

Purtroppo non ho la sua email, altrimenti gli invierei l’annuncio recapitato nella mia casella di posta elettronica. Il cannone dell’amore. Lui sì che saprebbe cosa farne.

Il festival del barbeque

Io voglio capire. Voglio capire chi sono le persone che organizzano il campionato mondiale di barbeque. Chi sono, ma soprattutto, perché lo fanno? Esiste un’associazione mondiale di appassionati della griglia che conta membri in una ventina di paesi. L’ho scoperto nella lavanderia automatica, dove ho trovato un volantino che pubblicizzava un incontro di alto livello: quattordici squadre di grillatori a contendendersi il titolo di campione tedesco. Ho segnato la data sul calendario, ho coltivato la mia curiosità per una settimana, alfine la fatidica giornata è arrivata. Circa sette chilometri in bicicletta per arrivare da Friedrichshain nella zona della metallissima Stazione centrale. Proprio di fronte alla Hauptbahnof, sul lato opposto della Sprea, c’è la cosidetta spiaggia della stampa tedesca, Bundespressestrand, praticamente un campetto coperto di sabbia importata da chissàdove. Ci sono degli sdrai, dei chioschi, un’atmosfera da spiaggia di plastica che forse piace ai giornalisti più che agli altri, chissà. E’ qui che si tiene la BerlinBBQ 2008, il Berlin Barbeque 2008.

Anche non sapendo dove si svolge la manifestazione, l’odore di carne arrostita attanaglia le narici varie centinaia di metri attorno al luogo dell’evento. Parcheggio la bici e mi introduco nel festival dei carnivori. Cosa mi può dire sui tempi che viviamo una cosa come questa? Cercare spiegazioni nelle espressioni apparentemente marginali dell’uomo moderno è la mia piccola personale missione nel tempo libero. E’ lì, nelle periferie dell’umana insanità, che si annida limpido e chiaro il senso delle cose, cioè il nonsenso in cui siamo immersi. Il programma indicato sull’invito segnala nel pomeriggio l’esibizione di una “star”, un grillatore di fama che pubblica libri e pubblicizza coltelli. E’ un tipo massiccio – ovviamente – con in testa un cappellino con frontino, lo stesso che indossa nel cartellone pubblicitario che campeggia all’ingresso. E’ pelato, rasato e luccicante, probabilmente per effetto dei fumi che salgono dalla griglia, fumi bollenti che fanno sudare. Dal microfono che tiene addosso a mo’ di cuffia incita il pubblico al consumo dei “manicaretti” appena smistati dalle mani dei suoi aiutanti. Spiedini. Pezzi ci carne bruciacchiata. Aromi unti indistinti. Cosa direbbe Jeremy Rifkin di fronte a questa crapula in stile vichingo chic? Alcuni anni fa ha pubblicato un libro sui disastri provocati al pianeta dalla dieta ipercarnivora del mondo ricco (Ecocidio. Ascesa e caduta delle cultura della carne). Foreste distrutte per fare campi per coltivare cereali per allevare mucche per farne bistecche. Troppe bistecche. Se quei cereali venissero destinati a fini alimentari tutti ne avrebbero dei benefici. Ci sarebbe più cibo per sfamare le popolazioni in difficoltà. Si ridurrebbe l’incidenza dei tumori provocati dal consumo di carne. Meno tossine in circolo, meno problemi. Non è uno scherzo, ma gli amici del barbeque forse non lo sanno. E’ per questo che sono venuto, per informarli dei danni che provocano al pianeta, quindi anche a me.

Mentre attendo il mio momento, perlustro la zona. Le “squadre” di grillatori sono all’opera in stand come quelli delle fiere, solo più piccoli. Hanno divise e cappellini. Al 98 per cento sono uomini. I maschi amano la carne. La griglia è una cosa da maschi. I maschi hanno pance impressionanti. Allo stand della squadra della bassa sassonia si trova la pancia più grande di tutte, è così grande che potrebbe essere utilizzata come scivolo per un bambino in età di asilo. Una pancia immensa, con annesso un uomo. O meglio una testa e due braccia attaccate alle estremità della pancia. I componenti della giuria li si riconosce dal cartellino “Giuria” che portano appeso al collo. Girano i vari stand, si rimpinzano, poi prendono appunti. Alla fine della giornata verrà incoronato un vincitore. E il pubblico? Il pubblico è composto da affamati di tutte le età, che spiluccando tra i vassoi possono riempirsi la pancia. Una signora si avvicina al grill da poco abbandonato dal Ronaldhino del barbeque con in mano un tapperware portato da casa. L’addetto svuota gli avanzi nella vaschetta, sorride simpatetico, la donna, tra 65 e i 70 anni, ricambia il sorriso, quindi raggiunge un ometto in camicia a fiori e pancia da dilettante della griglia e insieme consumano gli avanzi della festa.

Tra gli stand c’è quello degli “Amici del bratwurst della Turingia”. Indossano costumi para-medievali e distribuiscono volantini che pubblicizzano l’apertura del “Museo del bratwurst”. E’ tutto vero, non è uno scherzo. Cosa esporranno al museo? Poco più in là lo stand di una ditta che produce griglie. Lo slogan è chiarissimo, e spiega un mondo: “Il grill è il passato. Il presente è il barbeque”. Sotto, una postilla in inglese che incarna il messaggio commerciale e non solo quello: “America outdoor living”. Ma non è finita. Chi ha celebrato il declino culturale dell’impero è meglio riponga coriandoli e festoni, il peggio deve ancora venire. C’è una ditta che vende la “casa americana”. “Leben und wohnen in amerikanischen Stil!”, vivere e abitare nello stile americano. Che paura. Mobili e corredi rielaborati da tradizioni inventate, re-inventate, re-re-inventate. Appendini con i colori della bandiera, stelle e strisce bianco blu rosso. Cuscini tenerezza e conformismo e ovviamente il meglio per il barbeque. In copertina al manifesto pubblicitario la casettona in legno uguale identitica a quella de “La casa nella prateria”.

C’è un maiale che giace su di un tavolo. E’ morto. In coda al suo capezzale una decina di persone con forchette e piattini, qualcuno senza piattino e nemmeno forchetta, all’assalto con le nude mani. Un signore di mezza età (quindi più o meno la mia) nella foga di raggiungere lo sdraio perde un pezzo di carne, che finisce nella sabbia. La moglie lo avvisa e lui alza la testa, come a dire che importa, ce n’è in abbondanza. Una ragazzotta vestita come la moglie di Jorg Haider si fa fotografare con la star del grill. Lui ride pacioso e butta l’occhio nella scollatura della donzella. Ah, la carne. Caracollo stordito fino allo spiazzo dove è prevista l’esibizione di un gruppo di danza. Danza? In prima fila c’è la tipa che si è fatta fotografare con il re della griglia. I suoi compari sono vestiti come lei, o peggio. E’ un gruppo di “ballo country”. Non pensavo fosse possibile, ma nei momenti di grave crisi anche l’impossibile si fa possibile. Ballo country?! Il gruppo è composto da 14 persone, dieci donne e quattro uomini. Solo 4 indossano stivaletti stile tex willer, gli altri portano scarpe di gomma più adatte al ballo. Ballo? E’ come chiamare “melodia” il rutto di un vecchio cirrotico. Piroettano stancamente al ritmo di una canzone che inneggia a libertà, motorismo e porto d’armi per tutti. E la mia missione? Ero venuto con una missione in mente. Mi manca l’aria. Dovrei saltare in mezzo alla pedana, interrompere l’esibizione dei matti senza la patente (ma perché i matti patentati vengono perseguiti e reclusi e quelli senza patente possono circolare liberamente?), e arringare i presenti. Pochi minuti per lanciare il messaggio. Leggete Ecocidio! Smettetela di farvi/ci del male! Organizzate un festival di mangiatori di torte, vi verrà il diabete ma almeno le foreste saranno salve! Fate un giro in bicicletta! E invece niente, rimango ammutolito e confuso. Il ballo country. Tutta colpa del ballo country. Se non ci fosse stato il ballo country avrei continuato a credere possibile la mia missione, anche se disperata, ma quel che è troppo è troppo. Tra i fumi di griglia e sigari digestivi intravedo la mia bici. E’ finita. Addio.