Pillole di saggezza per i tempi moderni

‘Non possiamo fidarci di quelle persone che sono anticonformiste’.

Ray Kroc, fondatore della MacDonald’s Corporation.

Citato da Greg Palast in Democrazia in vendita, Marco Tropea Editore, 2002. Titolo originale: The Best Democracy Money Can Buy, 2002.

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Biciclette e incidenti a Berlino

Qualche tempo fa ho spulciato le statistiche degli incidenti stradali a Berlino e notato una casistica preoccupante, il numero di incidenti mortali con vittime i ciclisti. In anni recenti il picco più alto si è avuto nel 2003, quando sulle strade della città avevano perso la vita 24 ciclisti, ma ne 2006 il numero è sceso fino 9. Lo scorso anno, 2007, il numero è risalito a 14. Va detto che in tutto questo arco di tempo è cresciuto costantemente il flusso di traffico su due ruote, cioè la percentuale delle persone che usano la bici per muoversi in città. Inoltre, la percentuale di incidenti stradali che coinvolgono biciclette è solo il 6 per cento del totale. Se volete saperne di più leggete l’articolo che ho scritto per il sito http://www.ilikebike.org. Per arrivarci direttamente basta cliccare qui.

Piedi solitari

Della serie, la realtà supera la fantasia (la mia). Dalla BBC vengo a sapere che sulle coste a nord di Vancouver, Canada, da qualche tempo si susseguono ritrovamenti insoliti. Piedi. Cinque piedi calzanti scarpe da ginnastica (ok, oggi si deve dire da jogging, è più cool) sono spuntati dal mare nel corso dell’anno passato. I primi quattro erano tutti piedi destri, ma pochi giorni fa è comparso un piede sinistro, non si sa ancora se compagno di uno di quelli ritrovati precedentemente. La storia è tremendamente vera e si può leggere qui.

Giuro che quando ho scritto la storia del dito che potete leggere in questo cortile digitale poco più in basso, dei “piedi canadesi” non ne sapevo niente. E questo fatto mi rende un po’ inquieto, a dire il vero. Speravo nell’ovvietà del reale e nella forza metaforica del fantastico. E invece.

Razzisti su Marte? Magari!

Un soldato ogni 24mila persone, sai che sicurezza! La decisione del governo Berlusconi di mobilitare 2.500 soldati per aumentare il controllo del territorio nazionale è una delle barzellette più assurde sentite negli ultimi anni. Però è un segnale dei tempi, come la campagna informativa dell’azienda per i trasporti pubblici del comune di Treviso, che ha riempito la città di manifesti in dialetto veneto e alcune lingue straniere, soprattutto arabo e cinese, per “sensibilizzare” i cittadini al pagamento del biglietto. Il messaggio è questo: Non paghi, non parti. Se non lo capisci te lo dico anche in arabo (ecc). Secondo quanto dichiarato dall’azienda municipalizzata i maggiori evasori di biglietto sono immigrati e studenti. Sarà vero, ma nei mezzi pubblici di qualsiasi città italiana la maggioranza degli utenti è composta da immigrati, studenti e, in percentuale minore, anziani, quindi è ovvio che gli evasori fanno parte di quelle categorie! Per gli studenti cosa faranno? Un manifesto con Dante Alighieri che li invita a pagare il biglietto recitando un brano della Divina Commedia? Oppure il Manzoni che minaccia l’intervento dei bravi se non rinnovano l’abbonamento? Ho trovato la notizia dell’ennesima manifestazione xenofoba in salsa trevigiana su questo blog.

Il post serviva in realtà per segnalare un articolo di Alessandro Dal Lago pubblicato su Il Manifesto. Parla di razzismo, razzismo all’italiana, con la chiarezza, la determinazione e la sana indignazione che hanno fatto scrivere a Dal Lago , alcuni anni fa, quello che è secondo me il libro più importante sul rapporto degli italiani con l’immigrazione, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale. L’articolo va letto e riflettuto, lo potete trovare qui.

Le sorprese del calcio (identità in gioco)

Ci sono varie ragioni che ultimamente mi hanno fatto “riscoprire” il calcio. Seppur condivida l’ansia di molti per la deriva dello sport moderno – visualizzata dai fisici bufaleschi degli atleti, dagli scandali del doping, dalla mercificazione di tutti gli aspetti dell’attività sportiva – a differenza di altre discipline il calcio offre sempre interessanti sorprese, soprattutto puntando lo sguardo verso gli aspetti marginali del fenomeno. Prendiamo per esempio il campionato europeo attualmente in svolgimento. La Germania gioca contro la Polonia e vince grazie a due gol del suo giocatore più brillante, che casualmente è polacco! Non si tratta semplicemente di un migrante di seconda generazione ma di un ragazzo che, a parte i genitori, ha tutta la famiglia in Polonia e che avrebbe indossato volentieri la maglia della Polonia se quel paese gliela avesse offerta… Dopo entrambi i gol si è visto bene che Lukas Podolski non ha esultato e alla fine della partita è stato l’unico “tedesco” ad indossare la maglietta della Polonia, maglietta che ha tenuto anche durante l’intervista fattagli dalla televisione pubblica tedesca…imbarazzando un po’ il cronista sovraeccitato dalla vittoria. L’eroe della serata con la maglia degli avversari (e che avversari, se facciamo memoria dell’annosissima diatriba storico-culturale tedesco-polacca)!

Altro palco, stessa scena. La partita è Svizzera-Turchia. La Svizzera va in vantaggio grazie a un gol di Hakan Yakin, il suo numero dieci nato a Basilea ma in possesso del doppio passaporto, turco e svizzero. Anche lui come Podolski ha evitato di esultare dopo aver realizzato il gol, probabilmente per non offendere i parenti residenti nei due paesi. Diversamente da Podolski, a quanto riferisce Wikipedia, Yakin ha scelto di indossare la maglia della nazionalità svizzera per ragioni personali, pur di fronte all’offerta di rappresentare il paese di origine della famiglia.

Questi due esempi non sono casi isolati ma rappresentano un fenomeno emergente che riguarda la generalità dei paesi europei. Da un lato, in modo seppur lieve, dimostrano la caducità delle “identità nazionali”. Cosa vuol dire oggi essere tedesco? E svizzero? E italiano? Dall’altro fanno aprire gli occhi sulla realtà che vivono i paesi ricchi, sempre più chiusi allo straniero “più povero”, pronti a criminalizzarlo, ma attenti a sfruttarne tutte le potenzialità, sportive o meno. Spero non sia lontano il giorno in cui il centravanti della nazionalità italiana sarà un ragazzo di origine rumena o albanese. Intanto, su tutt’altro fronte, un giovane scrittore di origine albanese, ma che scrive in italiano, Ron Kubati, è tra i finalisti dell’ultima edizione del premio Strega.

Chiudo la pagina sportiva segnalando i due cronisti sportivi più simpatici, quelli del Guardian. Quale giornalista italiano indosserebbe una maglietta dei Pixies in un servizio televisivo? Ecco il video.

Il dito

Ho trovato un dito sul marciapiede. Era sporco di terra e polvere di asfalto, era stato calpestato più volte ma era ancora integro. L’ho raccolto, l’ho posato sul palmo della mano come fosse un diamante e l’ho guardato. Era evidentemente un dito adulto. Maschile. Un anulare o un dito medio, di certo non un indice, perché difettava della leggera curvatura verso l’interno tipica dell’indice, e nemmeno un mignolo, che è minuto, palesemente mingherlino. La nocca era nodosa, piena di pieghe come quella di un guidatore di bobcat. Per muovere tali macchine servono mani forti e agili che all’aria aperta si screpolano lasciando dei profondi segni nelle nocche. Segni che ricordano a chi li accarezza che la vita è una sequenza di rughe che nascondono ferite. Il dito aveva una storia.

Era un dito straniero? Difficile dirlo. Chi è lo straniero? C’è sempre qualcuno che è straniero rispetto a qualcunaltro. Non era un dito nero, questo si capiva, quindi se era straniero era meno straniero di altri stranieri, almeno in questo luogo.

Forse era stato il dito di un operaio di una ditta di traslochi, un operaio senza contratto e senza permesso di lavoro, fuggito sanguinante per timore della legge o del padrone. Un dito sacrificato all’altare della forza. Bruta. La legge dei moderni fuori legge: stato e padroni.

O forse era stato il dito di un ladro maldestro, costretto dall’arrivo di qualcuno a saltare dalla finestra della casa che stava cercando di svuotare e nel volo impigliatosi nella corda. Zac. Il dito è volato altrove. Solo.

E se fosse il dito di un uomo pestato da altri uomini? Ubriachi. Incazzati. Inconsciamente disperati. Convinti di ripulire il marcio in loro gettandolo sugli altri. Pestato, l’uomo è stato trascinato lontano dalle abitazioni. Ma il dito è rimasto lì.

Che ci faceva un dito sul marciapiede? Di chi era?

Mi seccava lasciarlo in terra, non mi sembrava umano ignorare un pezzo di mano, anche se appartenuto ad uno sconosciuto. Forse avrei dovuto avvolgerlo in un foglio di giornale, appoggiarlo sul davanzale della casa più vicina e appiccicarci sopra un biglietto. Attenzione: contiene dito abbandonato. Oppure avrei dovuto scrivere più biglietti e appenderli sui muri del quartiere, nell’atrio del palazzo, sui pali della luce. Chi ha perso un dito è pregato di rivolgersi a – e metterci il mio numero di telefono e magari pure un’email. Ancora, avrei potuto telefonare all’emergenza medica e raccontare il fatto: ho trovato un dito, che ne faccio? Ve lo venite a prendere? Invece no. L’ho raccolto e l’ho pulito con un fazzoletto di carta mezzo usato. A parte la terra e la polvere non c’erano macchie, il sangue che evidentemente era colato nel momento dello strappo, perché di taglio non c’era segno, si era rappreso e col suo colore nero buio indicava un estremo, il limite del dito. Oltre il nero c’è il vuoto: la fine del dito. Poi l’ho messo in tasca, ma nella tasca della giacca, che è più morbida e larga. Non volevo che si trovasse stretto nella tasca dei pantaloni rischiando un nuovo trauma. Poi me ne sono andato. Incamminandomi, però, mi sono guardato attorno. Ero un ladro? Probabilmente il possessore del dito a quest’ora se n’era già fatta una ragione. Forse l’aveva cercato assieme ai suoi amici (ma che amici sono quelli che di qualcuno che lascia un dito in strada?) e non avendolo trovato si sarà detto: un dito in meno, e cosa ci vuole?, basta farci l’abitudine. Così mi sono auto-giustificato, alleviando il senso di colpa.

Salendo le scale l’eccitazione per l’insolito ritrovamento si è tramutata in ansia. Ogni scalino un po’ più ansia e un po’ meno di eccitazione, fino ad arrivare alla porta dell’appartamento con lo stato d’animo di un accusato di omicidio colposo. Dovevo sbarazzarmi del dito. Eppure fino a pochi minuti prima era stata una ragione di curiosità, perché questo cambio repentino? Nella tasca, il dito mi pesava. Aveva assunto il peso di un martello, un martello che picchiava contro l’anca ma in realtà picchiava dritto alle tempie. Mi picchiava in testa per dirmi qualcosa. Il dito non è tuo. Ma io l’ho trovato. Il dito non è tuo. Ma io l’ho pulito. Il dito non è tuo. Ma l’hanno calpestato. Il dito non è tuo.

Ho aperto la finestra e l’ho gettato via. Lontano, oltre il muro che separa la mia casa da un parco.

Mi sono seduto sul balcone con l’orecchio teso in quella direzione, in attesa di reazioni. Ho buttato lo sguardo, potevo vedere il punto dove era finito il dito. Non c’era nessuno intorno. E’ arrivato un cane. Ha annusato. Ha annusato ancora e poi ha aperto la bocca. Il dito è scomparso tra la sua bocca e le orecchie penzolanti, in un angolo del parco. Fine.