Il dito

Ho trovato un dito sul marciapiede. Era sporco di terra e polvere di asfalto, era stato calpestato più volte ma era ancora integro. L’ho raccolto, l’ho posato sul palmo della mano come fosse un diamante e l’ho guardato. Era evidentemente un dito adulto. Maschile. Un anulare o un dito medio, di certo non un indice, perché difettava della leggera curvatura verso l’interno tipica dell’indice, e nemmeno un mignolo, che è minuto, palesemente mingherlino. La nocca era nodosa, piena di pieghe come quella di un guidatore di bobcat. Per muovere tali macchine servono mani forti e agili che all’aria aperta si screpolano lasciando dei profondi segni nelle nocche. Segni che ricordano a chi li accarezza che la vita è una sequenza di rughe che nascondono ferite. Il dito aveva una storia.

Era un dito straniero? Difficile dirlo. Chi è lo straniero? C’è sempre qualcuno che è straniero rispetto a qualcunaltro. Non era un dito nero, questo si capiva, quindi se era straniero era meno straniero di altri stranieri, almeno in questo luogo.

Forse era stato il dito di un operaio di una ditta di traslochi, un operaio senza contratto e senza permesso di lavoro, fuggito sanguinante per timore della legge o del padrone. Un dito sacrificato all’altare della forza. Bruta. La legge dei moderni fuori legge: stato e padroni.

O forse era stato il dito di un ladro maldestro, costretto dall’arrivo di qualcuno a saltare dalla finestra della casa che stava cercando di svuotare e nel volo impigliatosi nella corda. Zac. Il dito è volato altrove. Solo.

E se fosse il dito di un uomo pestato da altri uomini? Ubriachi. Incazzati. Inconsciamente disperati. Convinti di ripulire il marcio in loro gettandolo sugli altri. Pestato, l’uomo è stato trascinato lontano dalle abitazioni. Ma il dito è rimasto lì.

Che ci faceva un dito sul marciapiede? Di chi era?

Mi seccava lasciarlo in terra, non mi sembrava umano ignorare un pezzo di mano, anche se appartenuto ad uno sconosciuto. Forse avrei dovuto avvolgerlo in un foglio di giornale, appoggiarlo sul davanzale della casa più vicina e appiccicarci sopra un biglietto. Attenzione: contiene dito abbandonato. Oppure avrei dovuto scrivere più biglietti e appenderli sui muri del quartiere, nell’atrio del palazzo, sui pali della luce. Chi ha perso un dito è pregato di rivolgersi a – e metterci il mio numero di telefono e magari pure un’email. Ancora, avrei potuto telefonare all’emergenza medica e raccontare il fatto: ho trovato un dito, che ne faccio? Ve lo venite a prendere? Invece no. L’ho raccolto e l’ho pulito con un fazzoletto di carta mezzo usato. A parte la terra e la polvere non c’erano macchie, il sangue che evidentemente era colato nel momento dello strappo, perché di taglio non c’era segno, si era rappreso e col suo colore nero buio indicava un estremo, il limite del dito. Oltre il nero c’è il vuoto: la fine del dito. Poi l’ho messo in tasca, ma nella tasca della giacca, che è più morbida e larga. Non volevo che si trovasse stretto nella tasca dei pantaloni rischiando un nuovo trauma. Poi me ne sono andato. Incamminandomi, però, mi sono guardato attorno. Ero un ladro? Probabilmente il possessore del dito a quest’ora se n’era già fatta una ragione. Forse l’aveva cercato assieme ai suoi amici (ma che amici sono quelli che di qualcuno che lascia un dito in strada?) e non avendolo trovato si sarà detto: un dito in meno, e cosa ci vuole?, basta farci l’abitudine. Così mi sono auto-giustificato, alleviando il senso di colpa.

Salendo le scale l’eccitazione per l’insolito ritrovamento si è tramutata in ansia. Ogni scalino un po’ più ansia e un po’ meno di eccitazione, fino ad arrivare alla porta dell’appartamento con lo stato d’animo di un accusato di omicidio colposo. Dovevo sbarazzarmi del dito. Eppure fino a pochi minuti prima era stata una ragione di curiosità, perché questo cambio repentino? Nella tasca, il dito mi pesava. Aveva assunto il peso di un martello, un martello che picchiava contro l’anca ma in realtà picchiava dritto alle tempie. Mi picchiava in testa per dirmi qualcosa. Il dito non è tuo. Ma io l’ho trovato. Il dito non è tuo. Ma io l’ho pulito. Il dito non è tuo. Ma l’hanno calpestato. Il dito non è tuo.

Ho aperto la finestra e l’ho gettato via. Lontano, oltre il muro che separa la mia casa da un parco.

Mi sono seduto sul balcone con l’orecchio teso in quella direzione, in attesa di reazioni. Ho buttato lo sguardo, potevo vedere il punto dove era finito il dito. Non c’era nessuno intorno. E’ arrivato un cane. Ha annusato. Ha annusato ancora e poi ha aperto la bocca. Il dito è scomparso tra la sua bocca e le orecchie penzolanti, in un angolo del parco. Fine.

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4 thoughts on “Il dito

  1. Se un giorno Lupo mi torna a casa con un dito non lo faccio neanche entrare. (Bella storia comunque. Noi europei del XXI secolo con poca esperienza della morte per strada)

  2. Giusto per scansare possibili (e inquietanti) equivoci, la storia del dito è inventata! Però, a dire il vero, in città come Caracas potrebbe essere verosimile…

  3. l’avrei anche creduta la storia…..fai un film con Bibi su questo..
    La mia storia invece é vera, da un amico ,tantissimi anni fa che con la sua 2CV e stato aggredito da un giovane violento che colpiva la macchina con una cattena. L’amico invece scappa con la sua macchina e trova piú tardi sia la cattena ma anche un dito strappato dalla cattiveria…é vero é vero

  4. Pingback: Il dito, questo sconosciuto « my home is where I’m happy

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