Mond(i)

Immersione nelle storie di vita di emigranti italiani in Sudafrica. Al fondo del continente originario pochissimo tempo per internet, il mondo virtuale soppiantato da quello reale, ach. Queste righe per segnalare le ultime dal nostro Adam a Citta’ del Messico. La sua storia e’ arrivata alla puntata numero 32. Intanto, quello che mi dicono essere uno dei maggiori periodici brasiliani, Epoca, ha dedicato due pagine al progetto letterario Estrangeiros, con tanto di foto degli autori protagonisti.

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L’informazione ai tempi della paura

Leggere sui giornali stranieri le notizie che riguardano l’Italia è una pratica utile ma anche rischiosa. E’ utile perchè uno sguardo da fuori è una boccata di ossigeno in un panorama informativo nazionale anemico e quasi completamente sclerotizzato (Internazionale è l’eccezione che conferma la regola). C’è spesso, però, il pericolo di vedere tutto semplificato attraverso luoghi comuni e pregiudizi che, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali, salgono a galla come alghe tossiche. Gli italiani amano la ‘bella vita’, i bei vestiti e la buona cucina. In Italia c’è la mafia e la corruzione. E c’è Berlusconi (che assoma su di sé un po’ tutte queste caratteristiche, magicamente). Pur tenendo conto di questo oggi ho avuto un sussulto leggendo sulla homepage del Guardian la notizia della morte di due ragazzine Rom sul litorale in provincia di Napoli. Con i cadaveri distesi sulla battigia la gente ha continuato a prendere il sole. Mentre venivano portati via nelle bare, i bagnanti sono rimasti seduti sui loro sdrai, un po’ incuriositi ma neanche tanto. Il Guardian parla di razzismo crescente in Italia, a nord come a sud, come dargli torto? A scuotermi forse più della notizia in sé è l’attenzione che l’episodio ha ricevuto nella stampa italiana, almeno quella a cui posso avere accesso dal mio tavolo in terra straniera. Nell’homepage di Repubblica la notizia è introvabile, facendo una ricerca con google news la si scopre trattata nelle pagine della cronaca di Napoli, ma quelle chi le legge? Sul Corriere va ancora peggio. C’è un trafiletto in fondo alla homepage, dal tono sprezzante.

L’auto non è più di moda (mancano i garage)

Ho scritto questo post per www.ilikebike.org, dove lo trovate pubblicato corredato da una simpatica foto

Tra le cose che colpiscono l’italiano trapiantato a Berlino c’è l’assenza del garage. Questa storica istituzione dell’edilizia italica, e non solo italica, è praticamente assente nei condomini della capitale tedesca. Avendo vissuto in cinque case e quattro zone diverse della città posso affermarlo con una certa tranquillità: il garage non c’è. Il motivo è semplice, l’auto è un bene poco coltivato. I pochi che la possiedono la parcheggiano in strada.

Le simpatiche statistiche cittadine, per cui ho un debole ormai riconosciuto, rivelano che solo un terzo degli abitanti possiede un’auto. Il rapporto è di circa 317 auto ogni 1000 abitanti. In certi quartieri, come il multietnico Kreuzberg, questo rapporto è addirittura di 200 ogni 1000. Messe a confronto con quelle di altre capitali europee queste percentuali fanno un certo scalpore, se si pensa, giusto per fare un esempio a portata di mano, che Roma ha un parco macchine di 700 auto ogni mille abitanti (ok, ufficialmente sono 699, i dati sono dati). Comunque l’auto non è un mania solo italiana, visto che città traino dell’economia tedesca come Stoccarda e Francoforte sul Meno hanno percentuali tra le 600 e le 700 vetture ogni mille abitanti.

Anche se a molti tedeschi la cosa fa venire i brividi – E la nostra industria automobilistica, che fine farà se tutti si comportano come voi?! – per i berlinesi fare a meno della macchina è un’opzione come le altre, tipo scegliere di bere il tè al posto del caffè. E, dicono sempre le statistiche, è in costante crescita, sulla spinta dell’impennata del costo del petrolio. Ma come è possibile vivere senz’auto? Dopo aver preso atto della situazione berlinese, ogni volta che vado in una città mi pongo questa domanda e cerco delle risposte. Ovviamente, il discorso ha un suo senso rotondo se ci riferiamo a famiglie con bambini, non al single devoto del pedale che riesce ad evitare le quattro ruote produci-gas anche nelle periferie più desolate. Ebbene, la questione è affrontabile in termini pratici se i servizi sono a portata di mano, i trasporti pubblici funzionano e, per quanto ci riguarda, la viabilità stradale accoglie benevolmente la bicicletta, cioè se ci sono corsie ciclabili o marciapiedi abbastanza larghi per farci passare le bici oltre ai pedoni. A Berlino queste condizioni sono soddisfatte praticamente ovunque, anche se la sicurezza dei ciclisti non è sempre assicurata (come rammenta il mio precedente articolo sul tema).

La città è organizzata per quartieri e aree con una loro struttura e identità storiche. Questo fa sì che, per esempio, i negozi di alimentari non distino mai più di duecento-trecento metri da casa e anche quelli che offrono beni particolari sono ben distribuiti. Un esempio personale: la nostra spesa settimanale si divide tra il negozio bio, che è un vero e proprio supermercato vista la sana mania nordica per il biologico e ha quindi dei prezzi abbordabili, e un supermercato generico per alcuni altri beni. Abbiamo mantenuto questa abitudine in tutte le case e ogni volta abbiamo trovato questi esercizi a non più di un chilometro da casa. Su di un altro piano, ancor più importante, lo stesso vale quasi sempre per scuole, asili e ambulatori.

Ho parcheggiato la Ford Fiesta sulla strada, di fronte all’ingresso del palazzo dove viviamo. Ogni tanto vado ad accendere il motore per non farlo morire di inedia.

P.S. Per non indurre in alcuni l’idea che questo sia un paradiso del pedale il prossimo pezzo sul tema biciclette a Berlino tratterà di alcuni piccoli (ma onnipresenti e pericolosi) nemici del ciclisti: i cocci di vetro di bottiglie di birra, le cacche di cane, gli ubriachi ondivaghi, i lavori in corso (un remainder della vecchia DDR).

‘Se cè un modo di essere materno, dove non traspare nessun sentimentalismo, questo era il suo: un attaccamento fisico e terrestre, una compassione amara e rassegnata; era come una montagna battuta dal vento e solcata dalle acque, da cui sorgesse una collinetta più verde e gentile’.

Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi

La lavatrice

La lavatrice è un elettrodomestico internazionale ma purtroppo non sembrano esserci delle regole internazionali per utilizzarla. Mi spiego. Io sapevo che la Regola Numero Uno prima di infilare gli abiti nel cestello è verificare che le tasche siano vuote. Certo, può capitare che un microscopico centesimo di euro rimanga incastrato nel tessuto di una camicia, oppure che una banconota si sia adattata alle pieghe dei jeans al punto da non farsi trovare al tatto delle dita. Però un tappo di bottiglia che fuoriesce come un naufrago stordito dall’oblò della lavatrice supera, francamente, ogni immaginazione. Ok, si tratta del tappo di una bottigilia di birra e siamo a Berlino-Germania. Però.

Il palazzo dove viviamo pro tempore è gestito da una cooperativa formata dai residenti. E’ una pratica diffusa nella parte est di Berlino. Dopo la caduta del muro il Senato della città (il parlamento metropolitano con poteri speciali) predispose dei fondi per gli inquilini che si univano in cooperativa e decidevano di ristrutturare gli edifici in cui abitavano. Il Senato metteva l’85% dei costi di costruzione e gli inquilini il resto. Alla fine della partita gli inquilini potevano avere gli appartamenti vita natural durante a un affitto basso. Dopo venti anni ne divenivano usufruttuari fino al congedo da questo mondo.

In un palazzo-cooperativa molte cose sono in comune. Nel senso che certi beni che di solito fanno parte del corredo casalingo di una abitazione possono essere condivisi tra più persone o famiglie. Nel nostro caso vi sono una decina di lavatrici per circa 25 appartamenti. Le lavatrici trovano posto in una lavanderia sotterranea, accanto alle cantine e al deposito delle biciclette. Non so se alcuni tengano la lavatrice in casa, ma credo di sì, comunque il nostro locatore condivide la lavatrice con la sua ex, che abita in un appartamento insieme alla figlia, che non sono sicuro sia del nostro locatore, ma questa è un’altra storia. L’utilizzo condiviso della lavatrice deve tenere conto delle abitudini del primo arrivato, così si deve sapere in che giorni plausibilmente l’altro inquilino usa la lavatrice e poi adattarsi. Capito questo, il resto va da sé. Fino a qui tutto ok, ma come intendersi sulla minima manutenzione dell’elettodomestico? Buona educazione vorrebbe che chi lo utilizza lo lasci pulito e possibilmente libero da oggetti. Invece. Nel nostro caso oltre al tappo di bottiglia, un evento fino ad ora isolato, il cestello è di solito animato da numerosi resti di noci indiane utilizzate al posto del detersivo (è una buona idea ecologica, però qualcuno dovrebbe spiegare ai bio-tedeschi che le finestre aperte d’inverno con il riscaldamento a palla guastano mille di questi volenterosi sforzi per il salvataggio del pianeta). Comunque, per consolarsi, in una delle lavatrici vicine, quella sulla sinistra, l’altro giorno abbiamo visto navigare un assorbente interno per signora. Sì, era ancora chiuso, però…