Appunti sudafricani

“Ho la bambina in macchina”. Aldo non mi aveva detto di aver lasciato sua nipote nell’automobile parcheggiata in strada e saperlo così, all’improvviso, mi fa trasecolare. Siamo insieme da un’ora, mi sta raccontando la sua vita di emigrante in Sudafrica, dove è arrivato negli anni sessanta alla ricerca di lavoro sicuro e – sottolinea – un po’ di avventura. Allarmato, gli chiedo spiegazioni. “E’ un rottweiler femmina, la mia bambina”, mi risponde aprendosi in un sogghigno tra il divertito e l’allucinato. “Non mi muovo mai senza di lei. E’ abituata ad aspettarmi in macchina, è anche un ottimo antifurto!”. Aldo mi spiega che ha deciso di acquistare un cane di questo tipo dopo l’ennesimo furto subito nel suo negozio. “Ora i ladri sanno che c’è il cane, un cane nero. I neri hanno paura della bestia nera, è la verità. Da quando c’è lei non si sono fatti più vedere”.

E’ il Sudafrica del dopo-Mandela, e dell’ormai vicino dopo-Mbeki, quello dove Aldo vive sempre accompagnato da un rottweiler che secondo lui impaurisce i neri perché è un animale nero. Camminando per Città del Capo, durante il giorno, il 90 per cento delle persone che incontri è nero o colorato (una distinzione, quest’ultima, eredita dall’apartheid e ancora utilizzata dai bianchi per definire chi non è nero, asiatico o arabo), comunque non europeo. Basta spostarsi un chilometro verso nord, però, appena sopra il centro cittadino, e si trova il centro commerciale “Gardens”. Gli shopping mall sono come il macdonalds, sempre uguali a se stessi in ogni dove: vendono alineazione e merci in quantità. Al suo interno la proporzione “razziale” è invertita: il 90 per cento delle persone che incontri sono bianchi. I neri sono la maggioranza tra i commessi dei negozi. Lo stesso gioco lo ripeto in altre situazioni e alla fine mi chiedo a che punto sia il processo di integrazione multiculturale che il paese ha avviato ormai 14 anni fa, alla caduta formale del regime di apartheid.

Alloggiamo presso la Guest House del Scalabrini Refugee Centre. I padri scalabriniani sono un ordine religioso che si occupa di migranti, ha missioni in molte parti del mondo e a Città del Capo sostiene in vario modo gli immigrati che arrivano da altri paesi del continente: Congo, Angola, Mozambico, Zimbabwe. Negli ultimi anni le periferie delle città sudafricane sono cresciute a dismisura e continuano a crescere. Secondo quanto mi riferisce un urbanista che lavora per la municipalità, un bianco ex militante del partito comunista sudafricano, un sostenitore del ANC piuttosto disilluso, la tendenza all’urbanizzazione è incessante in tutto il continente ma in Sudafrica è più marcata e i problemi da risolvere enormi. Spostandosi verso la periferia – ma cos’è la periferia nelle metropoli moderne? – gli slums disegnano un paesaggio pulviscolare di cui non si distingue il limite. Chilometri e chilometri di baracche di lamiera, dove gli immigrati sono gli ultimi arrivati e, ovviamente, i peggio attrezzati. Ma l’estensione urbana cresce anche per la costruzione di sempre nuovi sobborghi per ricchi di vari livelli, tasche di diversa capienza: cittadelle attrezzate di centro commerciale, con inclusi bar, ristoranti, cinema, uffici. Nuove urbanità autonome e, soprattutto, ben sorvegliate.

Allo Scalabrini Centre una volta al giorno viene offerto un pasto gratuito (la Scalabrini Soup), vengono organizzati corsi di lingue (molti immigrati non parlano l’inglese) e si insegna ad usare il computer. Per sostenere queste attività è stato recentemente aperta una Guest House, al terzo piano dell’edificio che ospita il centro. E’ un luogo pulito, semplice, colorato di un arancio brillante forse per contrastare il grigiore della zona. E’ la sistemazione più economica della città. Si trova non distante dal parlamento – la Repubblica del Sudafrica ha due sedi parlamentari – ma dopo il tramonto, come a Caracas, come in altri luoghi del mondo diviso e brutalizzato in cui viviamo, la strada è deserta, anche i taxi in transito sono rari, e nessuno ti consiglierebbe di uscire per una camminata, nemmeno se accompagnato.

Chi sono i bruti? Dov’è la violenza? Di giorno è difficile capirlo. La gente è gentile, disponibile e cordiale, anche quella che vive di poco o niente. Una ragazza nera (o è colorata?) si occupa di una piccola rivendita di ricariche telefoniche all’interno di un fast food gestito da un indiano. Compriamo una scheda sim ma la ricarica è disponibile solo nel taglio minimo. Ci dice di attendere e, senza nemmeno farsi pagare la scheda esce trafelata in strada. Torna dopo alcuni minuti con una ricarica maggiore, probabilmente recuperata in un altro negozio. Ci sorride, è un sorriso che apre le porte. Confortati da questo e altri incontri decidiamo di prendere un treno per una gita lungo la costa, diretti in una spiaggia famosa per il surf. In coda per il biglietto conto circa trenta persone, io e Bibi siamo gli unici bianchi. Accanto alla biglietteria un grande cartello raffigura un uomo mascherato con un enorme coltello in mano: Aiutaci a fermare il crimine!, dice lo slogan. Per arrivare ai binari si deve superare un controllo di polizia, passa solo chi ha il biglietto. Il treno è una linea metropolitana, i sedili sono solo lungo i lati. I passeggeri sono soprattutto ragazzi e ragazze in età scolare, ovviamente neri, delle donne con bambini, qualche uomo. Sul vagone ci sono dei poliziotti. Il viaggio dura un’ora e ci sono sempre dei poliziotti, mai uno solo, alle fermate un di loro scende ma ne sale un’altro o più di uno. A un certo punto conto otto poliziotti per circa 50 passeggeri. Perché? C’è un altro bianco oltre e noi, anzi due: un ragazzo biondo e assonnato, che per le tre fermate che ha percorso è rimasto con la testa appoggiata al palo vicino alla porta, gli occhi socchiusi e lo zainetto stretto tra le gambe; e una ragazza, bionda, con gli occhiali da sole e una lattina di coca cola in mano, che rimane per due fermate. Scesi loro il nostro biancore rimane unica eccezione. Al ritorno dalla gita, verso sera, leggo fino in fondo il quotidiano cittadino e trovo la risposta alla mia domanda sul perché della polizia. Il giorno precedente su quella linea, considerata una delle più sicure del sistema ferroviario della regione, c’è stato un accoltellamento. Un ragazzo, di origine indiana, si è alzato per difendere tre ragazzine minacciate da un uomo col coltello che voleva soldi. E’ stato ferito all’addome. L’assalitore è fuggito a mani vuote, insanguinate.

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Ciclomundi 2008

Manca poco alla seconda edizione di Ciclomundi, il festival del viaggio in bicicletta organizzato da Ediciclo editore. L’appuntamento è fissato per il 12, 13 e 14 settembre a Portogruaro, in provincia di Venezia. L’anno scorso non ho potuto esserci ma quest’anno non mancherò. L’interesse per l’utilizzo non sportivo della bicicletta sta crescendo un po’ ovunque in Europa e, complice il prezzo del petrolio, si spera continui a crescere. Viaggiare in bici è un’esperienza molto suggestiva che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita, ma la vera sfida è rendere la bici protagonista nelle città, nella vita di ogni giorno. Nello corso di Ciclomundi ci saranno spunti di riflessione e svago per tutti i gusti.

Dal comunicato stampa:

“Il programma della seconda edizione, pur riconfermando il modello di successo dell’anno precedente, si presenta ricca di novità e grandi appuntamenti che si articolano in due giornate ed un’anticipazione il venerdi sera con l’incontro-reading ‘Preistoria del viaggio in bicicletta’ dedicato ai pionieri dei viaggi a pedali. Si continua il sabato mattina con una tavola rotonda dedicata a ‘Viaggiare in bicicletta. Istruzioni per l’uso’, seguito dall’assegnazione del Premio Go Slow CO.MO.DO. – Confederazione della Mobilità Dolce. Nel pomeriggio, incontri con viaggiatori e conversazioni con l’autore. Sabato sera, spettacolo ‘Storie d’amore e di bicicletta’ della Compagnia Teatroridotto di Firenze, dieci mini atti unici che hanno come unica protagonista la bicicletta, simbolo di resistenza civile, sociale e quotidiana, ribellione estrema e senza armi alla fretta del mondo, celebrazione della lentezza come recupero dell’umanità.
La giornata della domenica, oltre agli appuntamenti con viaggiatori e scrittori, prevede, alle 11.30, un evento speciale con la partecipazione di Paolo Rumiz, giornalista autore di note imprese di viaggio, a pedali e non, raccontate magistralmente in numerosi reportage e libri di successo. Coordina l’evento Massimo Cirri, conduttore radiofonico del celebre programma Caterpillar su RadioRai 2. Sempre la domenica mattina, il vignettista Francesco Tullio Altan dirige il laboratorio di disegno ‘Pedalare con la Pimpa’ riservato ai bambini dai 5 ai 9 anni. Alle 15.00, pedalata di gruppo nei dintorni di Portogruaro, attraverso le incantevoli terre del Veneto orientale”.

Il programma completo su www.ciclomundi.it. P.S. Sabato 13 alle 16.00 si terrà un incontro con il sottoscritto ed Emilio Rigatti, intitolato ‘Ruote calienti’.

Il Venezuela e il reporter d’antan

Il Corriere della sera pubblica un reportage di Ettore Mo sulle carceri del Venezuela (lo trovate qui). Due anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, usciva un mio reportage sullo stesso tema per Diario che seguiva una serie di articoli pubblicati per la Voce d’Italia durante la mia permanenza a Caracas (basta cercare “le carceri del Venezuela” con google.it e trovate tutto nella pagina iniziale oppure, più semicemente, consultare la sezione “La Venezuela” in questo blog). Ok, Mo ha quasi 80 anni (è nato nel 1932), forse Diario non lo legge o non lo leggeva e Internet non gli piace, ma è strano che nel suo articolo ci siano le stesse persone, le stesse fonti, e per lo più gli stessi luoghi, del mio reportage del 2006. O forse neanche tanto strano, visto che Mo si avvale di informatori in loco che gli riferiscono storie – evidentemente raccolte da terzi, in questo caso io – , e vengono pagati per questo, poi lui, da saggio giornalista d’antan, non si cura di rammentare il lavoro fatto da altri. Peccato.