Per chi suona la tastiera

L’aggiornamento di questo blog è rallentato terribilmente. La vita materiale incombe e non riesco a trovare il tempo per inserire alcunché. Dublino ha il mercato degli affiti più assurdo che conosca (ok, Caracas è fuori classifica), ma alla fine un posto dove stare l’abbiamo trovato. Evviva. Per i visitatori affezionati di questo cortile segnalo due spazi dove potete leggere qualcosa di recente. Il primo è il mio racconto online per il progetto Foreigners/Estrangeiros. La storia di Adam è giunta alla puntata numero 45. Per leggerla cliccate QUI. Si racconta dell’incontro di Adam con un detective singolare, un personaggio già noto agli appassionati di gialli latinoamericani. Sul sito http://www.ilikebike.org  è uscita invece l’ultima delle mie “Lettere da Berlino”. Cliccate QUI se volete leggerla.

Duemila papaveri rossi per A/Rivista

Oltre a scrivere di musica sulle pagine di A/Rivista Anarchica Marco Pandin da anni organizza iniziative musicali a sostegno della rivista che coinvolgono musicisti dalle provenienze geografiche e stilistiche più diverse. Sono occasioni di scoperta e di sensibilizzazione mai banali. L’ultima uscita da lui curata è un doppio CD intitolato ‘Duemila papaveri rossi’. Lo segnalo perché non viene distribuito commercialmente nei negozi ma si può richiedere alla redazione della A/Rivista offrendo una sottoscrizione di almeno 15,00 euro a copia. Per maggiori informazioni:  www.arivista.org. All’iniziativa hanno partecipato: il Suonatore Jones, Beppe Gambetta e Dan Crary, Giorgio Barbarotta, Malecorde, Fabrizio Poggi e Turututela, Mercantinfiera, La Macina, Bevano Est, Alessio Lega e Roberto Bartoli, Roberto de Luca, Kay McCarthy, Ciarán Ward e Eire Nua, Massimiliano Larocca e Andrea Parodi, Michele Anelli, Ensemble Laborintus, Piccola Bottega Baltazar, Renato Franchi e l’Orchestrina del Suonatore Jones, Luca Bassanese, Nicola Alesini, Isa, Razmataz, Leo Miglioranza, Mario Congiu, Caro de André, Le Quattro Chitarre, Andrea Maffei, Zuf de Zur, Gualtiero Bertelli, Fab Ensemble, Napo, Kinnara, Taré, ‘A 67, 70 m/s, Massimiliano d’Ambrosio e Fondazione G. Sulla copertina di “Duemila papaveri rossi” c’è un’immagine di Eric Drooker, la confezione è artigianale in algacarta.

Uno spazio non è un luogo

Questo post doveva intitolarsi “Fancazzismo berlinese – ovvero lo strabismo della città bambina”. Doveva essere l’ultimo scritto da Berlino, la città dove il blog è nato poco più di anno fa. Avevo in mente di parlare ancora dei quartieri del centro, dove si contano più bar, ristoranti e locali notturni che pali della luce. Dei giovani e meno giovani che non hanno lavoro e si dichiarano artisti o aspiranti tali. Dell’improvvisazione scambiata per spontaneismo creativo (tutti possono pensare di aprire un bar-ristorante o inventarsi parrucchieri o dj, almeno per qualche mese). Della frustrazione degli stranieri non “equipaggiati” (alias con le spalle coperte dal paese natio, da contratti o famiglia), costretti dopo dieci o più anni a campare con lavori poco pagati e poco soddisfacenti, sempre negli stessi settori: ristoranti, traduzioni, guide turistiche, fisioterapia se va bene (un ottavo della popolazione occupata a Berlino è assorbita dal settore sanitario). Dell’enfasi modaiola dei media, soprattutto italiani, che rimandano un’immagine illusiva della città, facile e colorata come un aquilone di cartapesta. Quello scritto che non ho pubblicato avrebbe voluto essere un piccolo contributo controcorrente, o semplicemente un atto di onestà. Adesso non ha più senso scriverlo, sono venti giorni che non sto più a Berlino e mi sembra essere transitato in un’altra epoca, complici i problemi di sempre, uguali in qualsiasi posto: ricerca della casa, finanze, futuro, ecc..

Nel frattempo ho compiuto 41 anni. Trovandomi da pochi giorni, temporaneamente da solo, a Dublino – è questa la città che mi ha accolto con un sorriso gentile – ho fatto finta di nulla, ho ignorato il compleanno. Ma i pensieri attorno alle scadenze temporali di questo assurdo gioco che chiamiamo vita  non hanno ignorato me. Così mi sono ritrovato a pensare alle vite viste attraverso un album fotografico o raccontate in un’intervista di un paio d’ore, la mia occupazione dell’ultimo anno e mezzo. Tutto appare così esile, pronto a sfuggire di mano al primo scossone involontario del destino. Ieri Haider era un idolo o un nemico e oggi non c’è più. Quello che conta è esserne coscienti. Ho sempre cercato di fare qualcosa di utile anche per gli altri. Non volevo mai essere di peso al mondo, che di problemi ne ha già troppi di suo. E continuerò così. Non ho intenzione di accodarmi alla geremiade collettiva sulla situazione italiana. Ho la mia idea e me la tengo, prima o poi ne scriverò. Chissà che qualcuno non sia d’accordo con me.

 

Il ripostiglio dei libri

Accanto alla cooperativa di consumo gestita dai miei, nella piazza del paese, abitava una coppia di anziani. Ogni tanto ero io a portagli la spesa, di solito dentro un cartone di pasta Barilla (i cartoni della pasta Barilla erano i più solidi e regolari nella forma, comodi da riempire). Un giorno la signora mi disse di depositare parte della spesa in uno stanzino separato, perché in cucina non c’era posto. Lo stanzino, come la cucina, aveva il suo accesso dal cortile, un lungo cortile condiviso con altre famiglie che finiva negli orti, il confine posteriore delle case di paese friulane. Era uno spazio piuttosto buio e entrandoci si sentiva il fresco degli ambienti protetti in cui le famiglie contadine conservavano gli alimenti più preziosi: salami, farina, vino, formaggi. Il casinò dei topi. Era proprio in tutto simile a un ‘camarin’, ma non conteneva provviste. Conteneva libri.

Al centro della stanza c’erano delle mensole di legno su vari livelli, degli scaffali alti come un uomo adulto, almeno tre file, e da ogni lato c’erano libri. Appoggiai la scatola e rimasi a guardare questa immagine che sembrava arrivare da un altro mondo. In paese non c’era una biblioteca e a casa nostra i libri erano merce  piuttosto esotica. Gli unici volumi che facevano mostra di sè in soggiorno erano una serie di libri sulla prima guerra mondiale, tutti uguali, una collana acquistata in stock e probabilmente mai destinata ad altro uso che a quello di arredamento. C’erano anche dei libri sui peggiori personaggi della storia: ricordo quello su Rasputin che lessi avidamente in quarta elementare e mi turbò non poco (il suo pene era conservato sottovetro, per dirne una). Tra i peggio ceffi c’era anche Nerone, gli altri non me li ricordo.

Lo stanzino dei due vecchietti, pieno di libri al posto del cibo, pareva uno scherzo. Io sapevo che i preti possedevano tante cose che gli altri non avevano ma pensavo le tenessero a casa loro, non a casa dei genitori. Il figlio dei due vecchietti era un prete, un prete studioso. Incosciente del tempo che passava, mi addentrai fra gli scaffali, cercando di scorgere qualcosa con l’aiuto del filo di luce che gli scuri lasciavano entrare. A parte Rasputin e i suoi amici, a quell’età avevo preso confidenza con le favole cupe dei fratelli Grimm, i viaggi di Jules Verne e qualche avventura di Salgari, ma lì c’erano cose misteriose, mondi ignoti, molta storia, ma non quella della prima guerra mondiale, e altri argomenti che  solo alcuni anni più tardi mi sarebbero diventati comprensibili. Passò del tempo, ero negli ultimi anni delle superiori, e ritornai nel ripostiglio dei libri, questa volta con l’autorizzazione a prendere in prestito qualcosa. Ero curioso ma, nel contempo, perso. Non c’era nessuno a consigliarmi cosa leggere. I consigli dei professori  avevano il sapore della reprimenda incorporata e li evitavo volentieri. Più che dei consigli erano degli obblighi: dei potenti propulsori di sensi di colpa. In quella stanza magica il senso di colpa non doveva entrare. Dopo una lunga e faticosa esplorazione presi due libri. ‘Cent’anni di solitudine’ di Gabriel Garcia Marquez e le ‘Lettere dal carcere’ di Antonio Gramsci.