Il ripostiglio dei libri

Accanto alla cooperativa di consumo gestita dai miei, nella piazza del paese, abitava una coppia di anziani. Ogni tanto ero io a portagli la spesa, di solito dentro un cartone di pasta Barilla (i cartoni della pasta Barilla erano i più solidi e regolari nella forma, comodi da riempire). Un giorno la signora mi disse di depositare parte della spesa in uno stanzino separato, perché in cucina non c’era posto. Lo stanzino, come la cucina, aveva il suo accesso dal cortile, un lungo cortile condiviso con altre famiglie che finiva negli orti, il confine posteriore delle case di paese friulane. Era uno spazio piuttosto buio e entrandoci si sentiva il fresco degli ambienti protetti in cui le famiglie contadine conservavano gli alimenti più preziosi: salami, farina, vino, formaggi. Il casinò dei topi. Era proprio in tutto simile a un ‘camarin’, ma non conteneva provviste. Conteneva libri.

Al centro della stanza c’erano delle mensole di legno su vari livelli, degli scaffali alti come un uomo adulto, almeno tre file, e da ogni lato c’erano libri. Appoggiai la scatola e rimasi a guardare questa immagine che sembrava arrivare da un altro mondo. In paese non c’era una biblioteca e a casa nostra i libri erano merce  piuttosto esotica. Gli unici volumi che facevano mostra di sè in soggiorno erano una serie di libri sulla prima guerra mondiale, tutti uguali, una collana acquistata in stock e probabilmente mai destinata ad altro uso che a quello di arredamento. C’erano anche dei libri sui peggiori personaggi della storia: ricordo quello su Rasputin che lessi avidamente in quarta elementare e mi turbò non poco (il suo pene era conservato sottovetro, per dirne una). Tra i peggio ceffi c’era anche Nerone, gli altri non me li ricordo.

Lo stanzino dei due vecchietti, pieno di libri al posto del cibo, pareva uno scherzo. Io sapevo che i preti possedevano tante cose che gli altri non avevano ma pensavo le tenessero a casa loro, non a casa dei genitori. Il figlio dei due vecchietti era un prete, un prete studioso. Incosciente del tempo che passava, mi addentrai fra gli scaffali, cercando di scorgere qualcosa con l’aiuto del filo di luce che gli scuri lasciavano entrare. A parte Rasputin e i suoi amici, a quell’età avevo preso confidenza con le favole cupe dei fratelli Grimm, i viaggi di Jules Verne e qualche avventura di Salgari, ma lì c’erano cose misteriose, mondi ignoti, molta storia, ma non quella della prima guerra mondiale, e altri argomenti che  solo alcuni anni più tardi mi sarebbero diventati comprensibili. Passò del tempo, ero negli ultimi anni delle superiori, e ritornai nel ripostiglio dei libri, questa volta con l’autorizzazione a prendere in prestito qualcosa. Ero curioso ma, nel contempo, perso. Non c’era nessuno a consigliarmi cosa leggere. I consigli dei professori  avevano il sapore della reprimenda incorporata e li evitavo volentieri. Più che dei consigli erano degli obblighi: dei potenti propulsori di sensi di colpa. In quella stanza magica il senso di colpa non doveva entrare. Dopo una lunga e faticosa esplorazione presi due libri. ‘Cent’anni di solitudine’ di Gabriel Garcia Marquez e le ‘Lettere dal carcere’ di Antonio Gramsci.

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One thought on “Il ripostiglio dei libri

  1. Una stanza nell’ala disabitata della casa di mia nonna, nella bassa friulana, aveva lo stesso odore, con meno umido e più polvere, perché era al primo piano.
    Però non conteneva libri, ma pacchi e pacchi di vecchi giornali ammucchiati lungo le pareti. Quelli che cercavo io erano vecchi numeri della Domenica del Corriere (quella con le tavole di Walter Molino) e del Corriere dei Piccoli. Ho passato giorni e giorni delle mie vacanze, alle elementari, a leggere quei giornali. C’era un numero della Domenica con la storia della trasmissione di Welles sull’invasione dei marziani, e le immagini erano affascinanti e paurose, quel giorno uscii dalla stanza silenziosa guardandomi con inquietudine d’attorno, sai mai…
    C’erano anche i numeri del Reader’s Digest della guerra fredda, e lì ebbi la mia prima formazione politica. Prova ad immaginare. Poi sono cresciuto, ho visto un po’ di mondo e letto qualcosa qua e là, ed è cambiata.
    Quello stanzone mi faceva un po’ l’effetto che mi fa internet oggi, troppo da leggere, troppo da vedere, in un gran disordine…

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