Uno spazio non è un luogo

Questo post doveva intitolarsi “Fancazzismo berlinese – ovvero lo strabismo della città bambina”. Doveva essere l’ultimo scritto da Berlino, la città dove il blog è nato poco più di anno fa. Avevo in mente di parlare ancora dei quartieri del centro, dove si contano più bar, ristoranti e locali notturni che pali della luce. Dei giovani e meno giovani che non hanno lavoro e si dichiarano artisti o aspiranti tali. Dell’improvvisazione scambiata per spontaneismo creativo (tutti possono pensare di aprire un bar-ristorante o inventarsi parrucchieri o dj, almeno per qualche mese). Della frustrazione degli stranieri non “equipaggiati” (alias con le spalle coperte dal paese natio, da contratti o famiglia), costretti dopo dieci o più anni a campare con lavori poco pagati e poco soddisfacenti, sempre negli stessi settori: ristoranti, traduzioni, guide turistiche, fisioterapia se va bene (un ottavo della popolazione occupata a Berlino è assorbita dal settore sanitario). Dell’enfasi modaiola dei media, soprattutto italiani, che rimandano un’immagine illusiva della città, facile e colorata come un aquilone di cartapesta. Quello scritto che non ho pubblicato avrebbe voluto essere un piccolo contributo controcorrente, o semplicemente un atto di onestà. Adesso non ha più senso scriverlo, sono venti giorni che non sto più a Berlino e mi sembra essere transitato in un’altra epoca, complici i problemi di sempre, uguali in qualsiasi posto: ricerca della casa, finanze, futuro, ecc..

Nel frattempo ho compiuto 41 anni. Trovandomi da pochi giorni, temporaneamente da solo, a Dublino – è questa la città che mi ha accolto con un sorriso gentile – ho fatto finta di nulla, ho ignorato il compleanno. Ma i pensieri attorno alle scadenze temporali di questo assurdo gioco che chiamiamo vita  non hanno ignorato me. Così mi sono ritrovato a pensare alle vite viste attraverso un album fotografico o raccontate in un’intervista di un paio d’ore, la mia occupazione dell’ultimo anno e mezzo. Tutto appare così esile, pronto a sfuggire di mano al primo scossone involontario del destino. Ieri Haider era un idolo o un nemico e oggi non c’è più. Quello che conta è esserne coscienti. Ho sempre cercato di fare qualcosa di utile anche per gli altri. Non volevo mai essere di peso al mondo, che di problemi ne ha già troppi di suo. E continuerò così. Non ho intenzione di accodarmi alla geremiade collettiva sulla situazione italiana. Ho la mia idea e me la tengo, prima o poi ne scriverò. Chissà che qualcuno non sia d’accordo con me.

 

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One thought on “Uno spazio non è un luogo

  1. Jesses Max. jetzt hoffe ich doch sehr, dass die nächsten Jahre völlig!! zufriedenstellend für Euch sind. Das wäre jetzt Zeit und ich freue mich für Euch. Lass Dich mal hören. Lieben Gruß Chri

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