Estrangeiros, finale in arrivo

Il 27 novembre si conclude Estrangeiros/Stranieri, il progetto letterario che mi ha tenuto impegnato per un anno. Era ora. E’ stata un’impresa cercare di mantenere una continuità negli aggiornamenti della storia tra traslochi (sei, attraverso tre paesi), viaggi di lavoro, spostamenti vari, cali di umore. Un casino. Però alla fine ce l’ho fatta… e la domanda conseguente è: chi me l’ha fatto fare?! Boh. Non so quanti dei lettori di questo blog abbiamo seguito la storia di Adam a Città del Messico, alcuni lettori occasionali mi hanno detto/scritto che non è molto divertente leggere una storia a questo modo, a spezzoni senza sapere quando ci sarà una continuazione…. Li capisco, tuttavia questo è un’esperimento e va bene così. La storia è giunta alla puntata 51, che potete leggere cliccando QUI. Fino al 27 novembre ci saranno frequenti aggiornamenti (non so quanti perchè devo combattere per trovare il tempo per scriverli!) fino alla conclusione… Collegatevi col sito di Estrangeiros per saperne di piu’.

Vino, biciclette e autostima

Questo scritto inaugura una mia rubrichetta irregolare sul sito ilikebike dove si parla di biciclette, citta’ e varie umanita’

Non ho mai portato amuleti. Non faccio gli scongiuri. Non mi turbo per un cappello lasciato sul letto o un gatto nero che mi attraversa la strada. Non credo nemmeno nei segni del destino (ma cosa sono? Delle stimmate a forma di timbro postale?). Però, il giorno del mio compleanno, quando sono entrato in un negozio di Dublino per comprare una bottiglia di vino e sono incappato in una etichette raffigurante una bicicletta ho alzato istintivamente il sopracciglio (ok, non so se ho veramente alzato il sopracciglio, ma nei libri scrivono così quando vogliono far intendere che uno si sorprende un po’, ma non troppo). L’etichetta sembrava disegnata per catturare la mia attenzione: una bicicletta nera stilizzata su di uno sfondo bianco. Fino a qui poteva anche essere una cosa su cui sorridere, ma l’elemento para-normale (per me, in quel momento, dati i miei precedenti ciclistici) era il nome dell’azienda produttrice, riportato in cima a grandi lettere, e il luogo di origine: Cono Sur, Cile. Il Cono Sur, per chi non è pratico del Sud America, è la parte meridionale del sub-continente, dove si trova la Patagonia per intenderci. So bene di stare facendo della pubblicità gratuita, ma è per una giusta causa (la promozione della bicicletta!).

Ho preso in mano la bottiglia pensando che come “incontro” era piuttosto strano. Avevo fatto di tutto per dimenticarmi il mio compleanno – e non era difficile visto che mi trovavo a Dublino da meno di una settimana e le quattro persone che conoscevo erano ignare della mia data di nascita. Nei mesi precedenti avevo cominciato a ri-pensare al viaggio in solitario come il miglior ‘caricatore’ di autostima. Spesso col pensiero riandavo a certe situazioni di difficoltà in cui mi ero trovato in Patagonia e mi dicevo: cosa vuoi che sia la stronzaggine individuale, con cui ho avuto spesso a che fare nei miei ultimi mesi italiani, di fronte alla intemperie che mettono in forse la tua sopravvivenza? Se avevo superato certe situazioni in quelle lande lontane senza l’ausilio psicologico del telefonino satellitare, e di altre piccole comodità moderne, perché farmi abbattere dalla cattiveria umana e dal cinismo, caratteristiche in aumento esponenziale nel nostro caro paese?

Il messaggio che la bottiglia portava con sé non era solo iconografico. Il retro dell’etichetta diceva ancora di piú: “Alla Cono Sur (…) ovunque vedrai biciclette appoggiate ai muri o ai filari delle viti. La bicicletta simbolizza il nostro spirito di innovazione, passione, impegno e rispetto per l’ambiente”. Wow. Cosa dovevo fare? Prendere un areo e farmi assumere da questa azienda? Oppure salire in bicicletta e ripartire per un altro viaggio? Il dubbio mi ha accompagnato mentre prendevo l’autobus numero 39 diretto nell’estrema periferia della città. Un viaggio di circa 10 chilometri percorso in 50 minuti. In bicicletta ci metterei di meno. Forse l’incontro con la bottiglia voleva dirmi solo questo. Chissá. Comunque il vino era buono.

 

L’immagine e il cambiamento

Obama non fará la rivoluzione, ma mi sono emozionato vedendo lui, la moglie e le due figlie sul palco al momento della comunicazione della vittoria elettorale. Cosa ci fanno in quel posto?, mi sono chiesto. E’ stata una sensazione istintiva. Pensate se Obama avesse avuto una moglie bianca, invece di una moglie più nera di lui con dei figli altrettanto scuri di pelle. L’effetto sarebbe stato molto diverso. L’impatto mediatico e la ricaduta sulle vite percepite e vissute di buona parte dei non-bianchi statunitensi, di molto attutito. Sarebbe stato, in fondo, un passo più ‘accettabile’ per tutti. Meno ‘radicale’. Ma l’immagine di quella famiglia afro-americana sul palco più importante del potere mondiale è altra cosa.

L’impatto che questa immagine avra’ nel mondo, soprattutto in quella grande parte del mondo che proviamo a chiamare Sud, sara’ secondo me straordinaria. Molta parte della “sinistra intellettuale” Usa – The Nation, Howard Zinn ecc – da mesi cerca di spiegare che Obama è un uomo di centro, che non è il caso di riversare su di lui eccessive aspettative di cambiamento. E’ comunque il presidente di un paese dove le grandi multinazionali hanno di solito deciso le sorti di tutti, usando i presidenti per i loro fini (vedi il clown involontario che siede ora alla Casa Bianca). Ok, questo ragionamento non fa una grinza. Ma non m’importa. Non è, secondo me, ciò che conta in questo momento. Da libertario ho una solida forma di disincanto verso la forma stato come mezzo di gestione e soluzione delle magagne collettive e di solito non mi entusiasmo per la vittoria di un candidato o di un altro. Questo caso è diverso. In un’epoca dove il linguaggio visuale domina su ogni altra forma di comunicazione, l’immagine di una famiglia nera al centro del mondo porterà cambiamenti che ora non siamo in grado di prevedere. I percorsi potranno essere soprendenti, spiazzanti. Gli Usa sono il paese che ha (im)posto se stesso al centro del mondo grazie a una straordinaria produzione di immagini. E quelle immagini, oggi, nell’epoca della rivoluzione elettronica, hanno maggior peso di sempre.