Il corpo e la recessione

Nella via che percorro regolaramente per raggiungere il centro cittadino ho notato, negli ultimi due-tre mesi, dei cambiamenti palpabili. Alcuni negozi hanno chiuso. Tre, per la precisione. Un negozio di oggettistica varia gestito da cinesi, una cartoleria piuttosto fornita gestita da un irlandese, e un negozio di telefonia gestito da un mediorientale. E’ la recessione, vien da dire. E’ vero. L’Irlanda è scossa dai licenziamenti e non si parla altro che della crisi e di come affrontarla. C’è uno slancio emotivo che a chi viene dall’Italia, abituato in qualche modo a sbalzi economici e ricorrenti  crisi sociali, pare eccessivo. Alcuni giorni fa alla radio ho sentito pubblicizzare una “guida alla recessione”, in allegato gratuitamente ad uno dei più diffusi quotidiani. C’è, nei partecipati talk show radiofonici, chi chiama in causa il New Deal, ciò che seguì il collasso del ’29, e tutti sollecitano misure eccezionali da parte del governo. D’altra parte, il fatto che il maggior datore di lavoro del paese, la statunitense Dell, abbia comunicato il licenziamento di 1.900 dei suo 4.300 dipendenti nell’isola  (verranno ricollocati in Polonia) non è un segnale da poco. Però. Però ci sono delle cose che non capisco.

Uno dei negozi chiusi di recente a Camden street (quello dei cinesi) è stato rilevato e riaperto in tempi brevissimi. Il nuovo esercente è specializzato in vitamine, integratori, alimenti dietetici. Vende solo di questi prodotti. Suonerà bizzarro e improbabile, ma lo stesso identico tipo di attività è stato aperto ex novo nemmeno duecento metri più a sud, in un altro vano lasciato vuoto di recente. Mi sono fermato a guardare cosa c’è sugli scaffali, per cercare di capire. La persona dietro alla cassa è un tipo tozzo, col petto gonfio come un gallo sovraeccitato. Dietro e attorno a lui grandi contenitori di pillole e polveri misteriose dai colori più diversi.

Forse che in tempi difficili come quelli in cui viviamo c’è bisogno di forza, vigore fisico, e la massa (maschile?), in mancanza d’altro, si accontenta delle apparenze? O forse che in un mondo brutalizzato dalla comunicazione apparente, dall’eccesso mediatico  cortocircuitante, il corpo esprime solo quello che riusciamo a costruirgli addosso (con la chirurgia, le creme, le pillole) senza più alcun rapporto con quello che era? Un mondo di involucri barcollanti. Sagome sfatte pronte alla decapitazione. Tanatocosmesi su corpi (apparentemente) ancora vivi.

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