Quando le catene le faceva lui. C.E. Melzi e la Weissenfels

Sollecitato da diversi frequentatori di questo blog, che si erano infruttuosamente rivolti all’archivio online di Linus per rintracciare il mio articolo su Carlo Emanuele Melzi (credo sia andato perso nella ristrutturazione del sito del mensile), ho deciso di ripubblicarlo qui nella sezione “Inchieste”. Ci ho messo un po’ a decidermi perché avrei voluto pubblicare la versione originale lunga circa 21mila caratteri, ma deve essere rimasta in qualche dischetto o cd o nel vecchio computer. Comunque, ho trovato la versione pubblicata da Linus nel maggio 2004, lunga 14mila caratteri. E’ un articolo a cui sono particolarmente legato, perché cerca di portare un po’ di luce sulla controversa storia di questo imprenditore e politico che per circa 30 anni è stato la persona più potente nel nord-est italiano. Una figura che è ancora avvolta in un manto di intoccabilità, almeno in Friuli Venezia Giulia e per gli organi di stampa locali in particolare. Buona lettura.

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L’Irlanda d-e-gli U2

La (mia) curiosità può talvolta creare imbarazzo.

Mi sono sempre chiesto cosa pensassero gli irlandesi del fatto che i componenti degli U2 si fossero conosciuti in una scuola protestante. Va tenuto presente che l’istruzione primaria e secondaria è, da sempre in questo paese, monopolizzata dalla chiesa cattolica – in senso pratico, gestionale, non metaforico. Le cose sono lievemente cambiate negli ultimi anni, ma solo lievemente. La Mount Temple Comprehensive School, la scuola di Dublino Nord dove nacque la leggenda pop made in Ireland, è stata la prima scuola a direzione prostestante a venire parificata a Dublino. Dunque, mettiamo in fila alcuni fatti: gli U2 sono da almeno 20 anni l’immagine dell’Irlanda nel mondo; sono un po’ degli eroi nazionali perché partendo da un paese tra i più poveri d’Europa sono riusciti a conquistare il mercato musicale planetario; l’Irlanda è impregnata di clericalismo cattolico nelle sue istituzioni (le sedute del Parlamento si aprono sempre con una preghiera) e nella vita di ogni giorno (ho visto più segni della croce qui in otto mesi che in tutti gli anni che ho conosciuto mia nonna). Cosa se ne deduce? C’è qualcosa di strano nel fatto che dei ragazzi “non conformi” alla massa e all’idea che gli irlandesi vogliono rappresentare di sè da quando hanno uno stato, ne diventino i suoi principali rappresentanti/miti? O meglio, come mai questo aspetto perlomeno singolare della loro storia non viene mai citato o messo in luce?

Ho espresso le mie domande/osservazioni ad A, giovane dottorando irlandese dal piglio sicuro. Era fresco del concerto degli U2 al Croke Park, il grande stadio degli sport gaelici che ospita i concerti più importanti. Dopo avergli chiesto com’era andato il concerto e aver ascoltato i suoi entusiastici commenti, gli ho buttato lì la mia riflessione a buon prezzo. Mi ha guardato come se gli avessi detto che il latte che stava bevendo era scaduto. Non ci aveva mai pensato. Poi ha detto: però anche io ho frequentato una scuola interconfessionale. Sì, 30 anni dopo gli U2 però e in un villaggio al confine con l’Irlanda del Nord. Ok, ma The Edge è gallese. Ok, ma resta il fatto che questi hanno frequentato una scuola dove non si giocano gli sport gaelici (praticamente tutte le scuole promuovono gli sport gaelici). La discussione si è arenata. Forse sono strano io o sono strane le domande che mi pongo. Boh.

 

Videocracy

“Popolare diventa chiunque, basta apparire”. E’ una frase che spunta come un sasso appuntito dal promo dell’ultimo documentario di Erik Gandini. Sì, l’autore di alcuni dei film più bloccasedia che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni torna con un nuovo documentario e lo fa mirando in alto. Tema del film è l’Italia, la televisione e l’Italia, l’Italia che si guarda e vive attraverso la tv. E, soprattutto, l’uomo che la tv (e l’Italia) ha stravolto, Silvio B. Videocracy, questo il suo titolo, è già diventato un caso: verrà presentato al Lido di Venezia nella settimana del Festival del Cinema ma è stato escluso dalla selezione ufficiale. La notizia è raccontata così dal Corriere della Sera.

Il film è prodotto dalla Atmo, la società svedese di cui Gandini è uno dei titolari, nel loro sito si può vedere il promo

In questo cortile digitale è invece sempre disponibile l’intervista che ho fatto a Gandini un paio di anni fa, pubblicata su Alias/ilManifesto. La trovate nella sezione ‘Interviste’

Dare un sorriso alla giornata

Questo scritto è stato pubblicato sul blog di Ediciclo

Dare un sorriso alla giornata

Mi piacerebbe invecchiare riparando biciclette e ascoltando punkrock. Sarei un vecchio sereno, perfino sorridente, perché no? Potrei comunicare al mondo attraverso le cose che mi hanno fatto stare bene negli anni in cui tutto poteva far male perché era nuovo e sconosciuto.

Ci sarebbe un angolo mio nella città, un luogo dove sentirmi a casa. Un luogo raccolto, grande abbastanza per contenere affetti, musica e biciclette, ma piccolo il giusto per non disperdere il ricordo della cucina della nonna Lina, dove il divano, la cassapanca e la vetrina con le foto dei parenti in Canada e Francia erano tutto quello che serviva al mondo per chiamarsi tale. In quel luogo conquistato a mia misura accoglierei biciclette affaticate, telai demodé, ma soprattutto dueruote senza più padroni o con padroni improbabili, anime sensibili, puri inconscienti sociali, condannati all’inadeguatezza da una realtà di convenzioni passite e bigottismo senza etichette.

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Secondi a nessuno

Avevo questa notizia parcheggiata nelle bozze da un po’. Anche se in ritardo la divulgo perché mi pare interessante: apre una finestrella sulla società italiana – il mondo giovanile, in particolare – quale è ma non appare o non la si vuole far vedere. La riporto così come l’ho ricevuta:

‘Dal 16/06 in edicola “Secondi a nessuno” a cura della Rete G2 su Topgirl Storie, pensieri, emozioni dell’Italia che cambia raccontati dai figli dell’immigrazione. Da oggi nelle edicole di tutta Italia troverete una novità targata Rete G2 in collaborazione con il mensile giovanile Topgirl (editore Gruner und Jahr/Mondadori). E’ “Secondi a nessuno”: pagina interamente curata dalla rete nazionale di figli di immigrati dove le seconde generazioni si raccontano in prima persona, dalla Babele linguistica delle loro case alle avventure tipiche degli “italiani col permesso di soggiorno”, dai dilemmi identitari alle difficoltà di vivere senza pieni diritti nel Paese in cui si è cresciuti. Storie, pensieri, emozioni e curiosità di un’Italia che cambia dalle scuole alle università, dai luoghi di aggregazione ai posti di lavoro. Giovani che non vogliono essere considerati degli estranei o cittadini di serie B nel loro stesso mondo, la società italiana: appunto “secondi a nessuno”. La Rete G2 terrà compagnia alle lettrici e lettori di Topgirl per tutta l’estate fino a settembre, mese di riapertura delle scuole. Quindi se sei figlia/o di immigrati, hai dai 16 ai 23 anni, e vuoi raccontare direttamente un episodio significativo della tua vita o parlare del tuo stile speciale, modaiolo e non, in fatto di gusti, tempo libero e altro scrivi a: g2@secondegenerazioni.it Info: www.secondegenerazioni.it.’

Perché scrivere (invece di fare altro)

Non ho attribuito compiti particolari a questo libro. L’ho scritto perché c’era la possibilità di scriverlo e avevo una storia a cui dare luce. Punto. Solo che non sono capace di scrivere – se mai lo sono stato – per il semplice gusto di raccontare, storie vere o inventate non fa differenza. Quando mi metto a scrivere voglio capire. Voglio imparare. Voglio cambiare. Ogni libro è un evento interiore che mi deve portare da qualche parte, qualche parte dentro di me dove non sono ancora stato. Quindi questo libro mi dirà delle cose, me le deve dire. Lo spero. E il fatto che abbia un vestito improbabile per un libro che deve dire delle cose lo rende ancora più vero. Sinceramente vero. Purtroppo, fintanto che non sarà stampato e letto da altri potrà dirmi poco. Questo è l’inghippo del fare libri. Non puoi essere tu il lettore di quello che scrivi. Cioè lo puoi, lo sei, ma così non funziona. Il lettore che sei tu singhiozza nel tentativo di urlare una verità che crede di intravedere fra le pagine. Per muoverti e arrivare da qualche parte dentro di te dove non sei ancora stato hai bisogno degli occhi degli altri. Punto. Almeno così pare, ora. Però. Però. Ora che guardo la parete dove ho disegnato dei rettangoli sghembi a cui ho attribuito il ruolo di settimane e dentro cui ho inciso un numero corrispondente alla quantità di parole scritte, ora che guardo quella parete e i numeri che hanno segnato i mesi passati so che tutto è finito. E mi sento meglio. Non so cosa ho capito, ma mi sento meglio.