Dare un sorriso alla giornata

Questo scritto è stato pubblicato sul blog di Ediciclo

Dare un sorriso alla giornata

Mi piacerebbe invecchiare riparando biciclette e ascoltando punkrock. Sarei un vecchio sereno, perfino sorridente, perché no? Potrei comunicare al mondo attraverso le cose che mi hanno fatto stare bene negli anni in cui tutto poteva far male perché era nuovo e sconosciuto.

Ci sarebbe un angolo mio nella città, un luogo dove sentirmi a casa. Un luogo raccolto, grande abbastanza per contenere affetti, musica e biciclette, ma piccolo il giusto per non disperdere il ricordo della cucina della nonna Lina, dove il divano, la cassapanca e la vetrina con le foto dei parenti in Canada e Francia erano tutto quello che serviva al mondo per chiamarsi tale. In quel luogo conquistato a mia misura accoglierei biciclette affaticate, telai demodé, ma soprattutto dueruote senza più padroni o con padroni improbabili, anime sensibili, puri inconscienti sociali, condannati all’inadeguatezza da una realtà di convenzioni passite e bigottismo senza etichette.

La porta della mia casa avrebbe due ante e non un sola, per permettere l’ingresso di biciclette di ogni misura. I miei amici, perché una vecchiaia serena pretende degli amici, dei buoni amici, degli amici sinceri, arriverebbero nelle ore più diverse portando biciclette bisognose di cure. Io accoglierei loro e le biciclette con della musica, li farei accomodare, su dei cuscini o delle scatole, ognuno secondo i suoi gusti, e offrirei un té come segno di amicizia. Il tempo trascorrerebbe lieve ma colorato di mille racconti. Punkrock e biciclette sarebbero al centro di avventure metropolitane o rurali, di eventi fantasmatici tesi a un solo obiettivo: ridurre l’agitazione collettiva imposta dalla voglia grande e piccola di potere. Basta potere! Di fronte a tutto questo, alcuni di certo avrebbero pronte accuse, accuse pesanti: ecco, il mondo finisce a catafascio e quelli passano il tempo a riparare biciclette scassate e ascoltare vecchia musica. Sì, è proprio così. Ma che c’è di male?

Sto preparando l’ambiente per la mia vecchiaia. Ho trovato una bicicletta abbandonata, sfiancata, distrutta dalle botte e dalla ruggine, e l’ho portata a casa. Si chiama, dal primo sguardo: Sparta. E’ la marca incisa sul telaio. La ruota era piegata in due, il parafango era accartocciato e la camera d’aria penzolava molle e scolorita dal sole come l’arto di un animale ferito lasciato dal branco in mezzo alla savana. Ho smontato tutto il smontabile, ho pulito, grattato e oliato. La ruota no, era da buttare, ma prima di avviarla al suo destino l’ho portata da un meccanico perché volevo un’opinione. Quel cilindro al centro della ruota mi diceva qualcosa: il sistema frenante era collegato ai pedali. Come nella bici di mia madre portata dalla Svizzera: si frenava pedalando all’indietro. E’ stata la prima bicicletta da adulto su cui sono salito, un’emozione, uno spiazzamento, e ora nessuno sa dove sia finita, lasciata indietro in uno dei traslochi dell’infanzia. Peccato. Perché le cose a cui abbiamo voluto bene non rimangono per sempre con noi?

Il meccanico non aveva tempo di ascoltare le mie storie. Ha visto la ruota di Sparta e mi ha detto: qua in Irlanda non trovi ruote così, non esistono, è una bici d’importazione. Posso venderti una ruota nuova, una ruota normale, poi però vanno montati i freni, quelli standard. Sono andato via, non era quella la risposta che mi aspettavo. Dunque Sparta è una bicicletta straniera, come me. Il nostro rapporto ne ha risentito positivamente. Ho chiesto a Bibi di farci qualche fotografia assieme. Poi ho pensato che non era bello né cortese fotografare Sparta in quelle condizioni. Dovevo rimetterla in sesto.

Sono andato da un altro meccanico. Questo, più giovane, all’apparenza più scafato e cosmopolita, prima mi ha offerto una ruota nuova (per lo stesso prezzo dell’altro meccanico, 35 euro), poi, alla mia domanda se si poteva fare qualcosa per il freno, ha preso tempo. Si è allontanato verso l’officina, posta in fondo al negozio, ed è tornato con una bella notizia. Possiamo recuperare il cilindro e inserirlo nella ruota nuova, più o meno per lo stesso prezzo, ha detto. Buono. Da me non lo avrei saputo fare. Ho atteso. Doveva essere una settimana, è passato un mese. Alla fine Sparta ha avuto la sua ruota nuova. L’ho montata con un po’ di emozione. Ho provato il freno con la mano, facendo girare la ruota a vuoto, funzionava. Poi l’ho portata in strada. Ho fissato la sella alla giusta misura e sono salito. Via. Sparta era felice di tornare in strada. Quanti anni erano passati dall’ultima volta? Che cosa è successo per ridurla com’era? Che importa, ci sarà tempo per scoprirlo, e anche per accomodare i dettagli che ancora la rendono la timida copia della bicicletta che era. Per ora, questo basta per dare un sorriso alla nostra giornata.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...