Il ritorno dello scaffale

Lo scaffale è protettivo. E’ accogliente come uno scialle di lana rispuntato intatto da un vecchio armadio. Allunghi il braccio per raggiungere una confezione lasciata indietro, addossata al fondale, e la riporti avanti. In quel gesto semplice, nudo, il nastro del tempo si riavvolge. Che anno era? 1984? O 1985? Gli scaffali allora erano bianchi, o comunque chiari, e riempirli era un dovere, un impegno familiare. Quanti anni passati a riempire scaffali? Venti, più o meno. Le scatole di cartone venivano scaricate, stipate, svuotate, smontate e infine caricate per un viaggio a ritroso. Il loro contenuto finiva negli scaffali. Gli scaffali erano le alpi e il mare nella vita dei prodotti. Muovere i prodotti da un luogo all’altro era un piccolo viaggio che la fantasia adolescente non si lasciava sfuggire. Grazie alla fantasia lo scaffale era la porta di un mondo impossibile. Oggi lo scaffale non è più famiglia, non è nemmeno casa. Forse ha un significato simile ma pronunciato in un’altra lingua.  Oggi lo scaffale è un impegno cercato, in un luogo diverso. E’ un ritorno inatteso, ma protettivo. Un atto volontario. Non si chiama più cooperativa di consumo, ma foodcoop. Tutto appare diverso. A parte lo scaffale. Un paesaggio di prodotti in varie lingue che sembrano capirsi tra di loro. Il mio braccio si allunga per recuperare una confezione lasciata indietro. Che anno è?

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Ritorni inattesi

Il declinare del ciclo vitale porta un rincorrersi di ritorni. Capitano cose che sembrano già accadute o semplicemente sembrano troppo simili ad altra già accadute, magari più di una volta, e uno si chiede: ma questo cosa vuol dire? (beh, invecchi, bestia, ecco cosa vuol dire) . Si accumula vita e per quanto uno si sforzi di cercare nelle cose lo stupore della prima scoperta non si possono evitare le ripetizioni. Che poi, diciamocelo, possono essere anche piacevoli, con quel lieve sapore di nostalgia soddisfatta. Per esempio, nelle ultime settimane la Windbeutel è tornata a farsi presente in due contesti disparati. Di passaggio a Berlino per una full immersion nel tema calcistico e per salutare l’amico J, che lascia la città per destinazione Oxford (se ne pentirà?), io e Bibi siamo saliti fino a Pankow per rivedere la Windbeutel. Arrivati alla pasticceria “tipica dell’est” in cui l’avevamo lasciata in buon isolamento rispetto al brulicare metropolitano, la signora dietro alla vetrina, ignara del nostro motivato perigrinare, ci ha gelato con un marmoreo “Montag nie” (di lunedì mai). Chi lo sapeva che il lunedì la Windbeutel non è ammessa? Mesto il rientro in metropolitana, ma spiazzante la scoperta della Windbeutel nel bar della metro, sì proprio lì!  E non solo lì, l’abbiamo vista in bella mostra anche nella stazione di Alexanderplatz dove sette anni fa avevamo fatto la sua conoscenza. Ora, i lettori del libello “La bici sopra Berlino” potranno sentirsi ingannati. In quelle pagine si denunciava la scomparsa della Windbeutel dalle zone centrali di Berlino. E invece. La città cambia continuamente d’abito, ecco la verità, e magari rimette ineffabile gli abiti di un tempo.

Due. In bicicletta lungo Capel street, zona nord di Dublino, sono incappato in una “Polska bakery”, un forno-pasticceria polacco. Bene, sono entrato a vedere cosa offriva. I prezzi sono tendenzialmente più bassi degli esosi pasticceri irlandesi e questo è già un segno positivo. Ma ecco, lì, in vetrina, la Windbeutel! Oh Gosh! La sorpresa è stata tuttavia resa amara dal vedere un’ombra scura sul fondo del pasticcino: marmellata. Perché questo? Perché? Il fondale di marmellata di lamponi o mirtilli (non distinguo la differenza, credo sia una forma di daltonismo culinario) ha svilito l’evento. Ma almeno è qualcosa.