Il ritorno dello scaffale

Lo scaffale è protettivo. E’ accogliente come uno scialle di lana rispuntato intatto da un vecchio armadio. Allunghi il braccio per raggiungere una confezione lasciata indietro, addossata al fondale, e la riporti avanti. In quel gesto semplice, nudo, il nastro del tempo si riavvolge. Che anno era? 1984? O 1985? Gli scaffali allora erano bianchi, o comunque chiari, e riempirli era un dovere, un impegno familiare. Quanti anni passati a riempire scaffali? Venti, più o meno. Le scatole di cartone venivano scaricate, stipate, svuotate, smontate e infine caricate per un viaggio a ritroso. Il loro contenuto finiva negli scaffali. Gli scaffali erano le alpi e il mare nella vita dei prodotti. Muovere i prodotti da un luogo all’altro era un piccolo viaggio che la fantasia adolescente non si lasciava sfuggire. Grazie alla fantasia lo scaffale era la porta di un mondo impossibile. Oggi lo scaffale non è più famiglia, non è nemmeno casa. Forse ha un significato simile ma pronunciato in un’altra lingua.  Oggi lo scaffale è un impegno cercato, in un luogo diverso. E’ un ritorno inatteso, ma protettivo. Un atto volontario. Non si chiama più cooperativa di consumo, ma foodcoop. Tutto appare diverso. A parte lo scaffale. Un paesaggio di prodotti in varie lingue che sembrano capirsi tra di loro. Il mio braccio si allunga per recuperare una confezione lasciata indietro. Che anno è?

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