Il tatuaggio sul marciapiede

Per un certo periodo, anni fa, avevo pensato di farmi un tatuaggio. Avevo due o tre modelli in mente. Uno era l’amico Gigi Keller che portava e porta HUSKER DU inciso sul polpaccio, un segno di appartenenza e affetto condiviso. Il secondo era il fratello inzirlo Oscar che ha deciso di farsi tatuare la I del gruppo sulla spalla. Questo tatuaggio era ancora più ammaliante del mito Huskers perché rendeva indissolubilmente famigliare il nostro riconoscersi in musiche ruvide e parole sincere. Un terzo amico di cui ho perso le tracce portava inciso CRAMPS sull’avambraccio.  Una bella scelta di campo, ma un po’ fuori dalle mie corde interiori (per quanto ami i Cramps non riuscirei ad alzarmi ogni mattina in intima compagnia di Lux Interior). Insomma, per un periodo della mia vita il tatuaggio ha rappresentato un’idea. Poi sono arrivati i calciatori. E le vallette (o come si chiamano oggi), ma soprattutto i calciatori. Lo stillicidio di marchi più o meno colorati sulla pelle, tutti terribilmente ripetitivi e noiosi, ha eliminato in me l’ultimo barlume di affascinazione per il tatuaggio. Fino a ieri pomeriggio. Per il gioco degli opposti estremi, quando una cosa raggiunge il limite del pensabile può ridiventare interessante. Ieri alla fermata dell’autobus, erano circa le quattro, diretto come sempre nelle periferie dublinesi, noto una figura singolare. Una signora anzianotta – chi può dare l’età oggi? – che poteva avere 60 come 70 anni o magari 80, chissà. Forse il suo autista era malato e lei aveva perso la patente e non c’era nessun parente che la potesse portare in centro. Forse era alla ricerca di emozioni e ha pensato perché non prendo l’autobus dei disoccupati, operai immigrati di fastfood, studenti e ricercatori con la smania della verità sociale?

Era un pesce fuor d’acqua, con il suo collo di pelliccia e la mantella di velluto accanto a ragazzotti in maniche corte e gli immmancabili jeans sformati e stinti che si possono vedere solo a Dublino. Un cappello di feltro schiacciato in testa copriva buona parte del viso, quello che rimaneva libero era quasi interamente celato sotto occhiali da palombaro, gli stessi che si vedono indossati da Paris Hilton, per capirsi. Una sola, piccola, porzione di viso rimaneva visibile in questo quadro. Le labbra. Non la bocca, solo le labbra. Gonfie e lucenti come due materassini da mare tinta rosa maialino protundevano oltre gli occhiali, oltre il cappello, in un tragitto tutto loro attraverso la pubblica piazza. In basso, lontani parenti di tutto questo, c’erano i piedi. E accanto a loro le caviglie. Dai lembi inferiori della mantella spuntavano due stecchi avvolti in pantacollant neri che terminavano in esili caviglie scoperte, tinte di marrone, ma a chiazze. Maldestra era anche l’abbronzatura dei piedi, lasciati esposti per metà dalle ballerine del colore dei pantacollant. Ma ecco le caviglie. La destra, in particolare. Sulla caviglia destra una scritta. Un tatuaggio. Una parola in corsivo, anche aggraziato, a dire il vero: cuddles. Abbracci. Abbracci affettuosi.

La donna è salita sull’autobus 77. Le labbra e il tatuaggio sono rimasti sul marciapiede.

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L’inspiegabile suicidio di un uovo

Oggi, rientrando dalla spesa, uno delle sei uova che viaggiava con noi verso casa ha deciso di farla finita. Si è aperto in due in gran silenzio, riversando sul fondo dello zaino buona parte del liquido gelatinoso. Tutto questo senza una ragione plausibile, che so, un urto, uno scossone, una brutta parola delle carote o degli zucchini che si trovavano lì accanto. Ho la sensazione che l’uovo suicida abbia voluto mandare un messaggio. Perché non mi avete portato ad accogliere Tony Blair? Il mio destino era là, voleva dire. Forse l’uovo aveva le sue ragioni, però Tony non si merita un uovo fresco, per di più biologico. Al massimo una vecchia scarpa. Al massimo.