SARI FEST 2010, un piccolo film

L’11 e il 12 settembre scorsi il principale parco di Dublino, il Phoenix Park, ha ospitato la quattordicesima edizione della SARI Soccer Fest. Sport Against Racism Ireland (SARI) è un’organizzazione no profit che da circa 15 anni promuove iniziative sportive per favorire l’inclusione sociale di minoranze e lavora per la pacifica convivenza civile. Il Soccer Fest (in Irlanda spesso si utilizza “soccer” al posto di “football” per distinguerlo dal football gaelico) è un evento che raccoglie squadre maschili e femminili che vengono da varie parti dell’isola, anche dall’Irlanda del Nord. Alcune squadre rappresentano gruppi etnici – per esempio la squadra dell’Angola o della Libia – ma la maggior parte sono squadre dove persone di varie origini che vivono nella stessa città si trovano assieme per giocare a calcio. In questa edizione dell’evento c’era una squadra gay, i Dublin Devils, e varie squadre da East Belfast, espressione della comunità unionista nord-irlandese. Come si capisce, lo sforzo di SARI non è diretto solo alle comunità di immigrati ma è un progetto diretto a tutte le forme di diversità che meritano maggiore visibilità e attenzione nella società irlandese. Lo sport è un mezzo efficace per raggiungere questi obiettivi.

Io e Bibi abbiamo realizzato un breve film che documenta l’ultima edizione del SARI Soccer Fest. E’ visibile su YouTube e nel sito di SARI. Buona visione.  La canzone utilizzata come soundtrack è di un gruppo hip hop di ragazzi di origine romena che vivono a Dublino.

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La macelleria Morrissey ha chiuso

La macelleria Morrissey ha chiuso. Ogni volta che ci passavo davanti non potevo fare a meno di pensare agli elmetti sulla copertina di uno dei dischi più amati della mia adolescenza e a quella scritta stampigliataci sopra: Meat is Murder. Chissà che effetto avrebbe fatto al Morrissey più famoso del globo vedere una macelleria a lui intitolata. Ma forse il macellaio Morrissey non era altro che un lontano parente dei genitori del Moz, immigrati irlandesi dalle parti di Manchester. Ora la saracinesca è abbassata, l’insegna è stata rimossa, e non c’è più ragione per porsi domande fantasiose.

In Camden street ci sono altre due macellerie tradizionali e a dire il vero ero convinto che la Morrissey fosse quella destinata a durare più a lungo. Pur non frequentandole – a casa non mangiamo carne – le osservavo da fuori, passando in bicicletta oppure a piedi, incuriosito dalle loro vetrine a tinte rosso vermiglio, un po’ disordinate ma generose. Simili per dimensione, una stanza o poco più, simili i conduttori, uomini sulla sessantina con camice rosso-bianco e cappellino leggero (è carta?). La macelleria Morrissey aveva la vetrina foderata di cartelli e cartellini colorati scritti a mano, a segnalare le offerte della giornata. Mi pareva di vedere sempre un certo via via di gente, ma forse mi sbagliavo, forse erano solo amici di passaggio che entravano a salutare il titolare. Con la recessione la città è stata sommersa da cartelloni pubblicitari che annunciano prezzi al ribasso sui prodotti di largo consumo. Supermercati e fast food sono i primi committenti di questi annunci e la carne è uno dei beni più battuti. Carne offerta a prezzi di svendita. Un hamburger costa meno di un biglietto dell’autobus. Non c’è da stupirsi che le piccole macellerie tradizionali chiudano. Non che mi dispiaccia, la cosa mi lascia indifferente, ma è pur vero che le macellerie tradizionali di Camden street avevano colpito la mia attenzione fin dal primo momento.

Trovandomi da spettatore nell’Irlanda in rapido transito dall’effimero boom alla chiacchierata crisi, e serbando memoria della fase precedente, quella dell’isola ai margini dello sviluppo economico europeo conosciuta nella prima metà degli anni novanta, le macellerie mi apparivano segni di un passato ingenuo. Resistenti ai vortici dell’euforia consumistica, circondate da pub, club e negozi di integratori e vitamine, rappresenta(va)no un mondo da cartolina. Almeno in questa singola strada del centro cittadino. Morrissey ha tenuto duro per tutti questi anni, mentre le catene di supermercati prendevano piede (Lidl festeggia i dieci anni di presenza in Irlanda) e le abitudini cambiavano. I soldi giravano e sembravano essercene per tutti. Ora non più.

 

Calciatori in viaggio

Dovrei parlare piu spesso di calcio. Le storie che si possono raccogliere negli sterminati meadri del fenomeno globale sono così curiose ed imprevedibili che uno può tranquillamente fare a meno delle imprese di Ronaldo, Messi etc per sfogare la sua passione per questo sport. Prendiamo per esempio la storia di un ragazzo dell’Irlanda del Nord che potrebbe presto sottoscrivere un contratto con una squadra brasiliana, il Porto Alegre FC, nota soprattutto per avere come proprietario il fratello di Ronaldinho. Ciaran Ryan ha 18 anni e fino ad oggi ha giocato con una squadra della serie B dell’Irlanda del Nord (diversamente dal rugby e altri sport, il calcio é tuttora organizzato su basi distinte: c’e una federazione gioco calcio con sede a Belfast e una con sede a Dublino). Grazie alll’interessamento di un allenatore brasiliano giunto in Nord Irlanda per conto della Fondazione Marcet il ragazzo è stato segnalato ai responsabili del club brasiliano, che si sono detti interessati ad ingaggiarlo. Se la cosa andasse in porto sarebbe il primo irlandese a giocare in Brasile. Tuttavia, l’aspetto interessante della storia è un altro. Brasile e Argentina sono i primi esportatori mondiali di calciatori. Ogni anno da questi due paesi escono alcune centinaia di ragazzi e giovani uomini che finiscono a giocare, con alterne e spesso improbabili fortune, in ogni parte del mondo, non solo nei più celebrati campionati europei, ma anche nei meno noti campionati professionistici dell’India, della Moldavia, in Iran, in Israele. Il percorso inverso compiuto dal ragazzo irlandese soprende e incoraggia a sperare che ci sia una corrente alternativa al “normale” corso delle cose. Chissà che il giovane irlandese non abbia successo. Intanto, a quanto riferito dalla BBC, il suo possible ingaggio sta suscitando scalpore nel paese che ha dato i natali a Zico ed Edinho (senza dimenticare Orlando Pereira, ovviamente!).

Segni particolari nessuno

Un giorno ho avuto un pensiero. Tutto è partito da una domanda: cosa porto con me del Friuli? Cosa c’è di particolare, prezioso o irrinunciabile nel mio “immaginario friulano”? Istintivamente, le prime cose che mi sono venute in mente sono state il confine e Federico Tavan. Il confine è una dimensione geopolitica, una costruzione storica, ma anche un’idea:  il fatto di trovarsi in posizione liminale rispetto a due o più centri è stimolante. Dà l’impressione, a chi voglia coglierla, di trovarsi sospesi su di una corda e poter decidere di guardare da un lato o dall’altro. Poi nella vita di tutti i giorni il confine è magari altro, ma uno può anche sforzasi di pensarlo a questo modo, soprattutto standosene a qualche migliaio di chilometri di distanza. Federico Tavan è un poeta, una persona che ha trovato nelle parole vissute sulla carta e nel corpo il suo principale modo di comunicare col mondo. Il suo valore è così raro che me lo fa identificare come una delle poche figure che rimarranno nel tempo e nel luogo in cui mi sono trovato a vivere gran parte della mia vita. A un certo punto Tavan ha deciso che era giunto il momento di smettere di scrivere. Ha annunciato al mondo, o semplicemente a qualche amico che poi è lo stesso, che aveva detto quello che doveva dire e ora il mondo poteva andare in malora. Fino a quel momento aveva cercato, perlomeno per alcuni anni, di dialogare con l’umano paese. Dalla sua stanza ad Andreis, paesino che lui ha trasformato in un telescopio spaziale da cui guardare le vite degli altri e in primo luogo la sua, ha spiegato l’assurdo, usando le parole semplici, quelle che chiunque capirebbe, ma proprio chiunque. Ha cercato di farsi capire, o semplicemente di farsi conoscere. Lo ha fatto con due raccolte di poesie e un testo teatrale, nulla di più.

Ora la sua storia viene raccontata, attraverso le sue stesse parole e i suoi stessi sguardi, in un documentario che si intitola “Segni particolari nessuno”. E’ stato diretto da Paolo Comuzzi, regista udinese, e prodotto da Altreforme. Come il più delle volte accade in Friuli Venezia Giulia, anche questa produzione culturale è stata resa possibile dai contributi regionali. Diversamente da molte altre in diverse discipline artistiche, però, realizzate più sulla scia dei contributi che per reale urgenza creativa, questo film regala dei momenti di verità. E’ la parola di Tavan, e il suo corpo, a rendere questo possibile. Ma il regista ha saputo trovare i giusti modi per rappresentarla. Lo ha fatto con particolare efficacia creando uno spazio visivo e sonoro dove esporre le pagine del diario inedito di Tavan. Proiettate sulle pareti nude della sua stanza oggi abbandonata, con l’accompagnamento sonoro curato da Massimo Toniutti, le pagine del diario funzionano da rete. Sono la ragnatela che raccoglie una vita sola, una vita intera, ma che ne spiega tante altre. E’ il compito delle parole scritte, quando meritano fino in fondo il titolo di letteratura. Del documentario rimangono questi momenti, e non è poco. Il corollario di interviste e testimonianze di amici ed “esperti”, usuale al genere documentaristico classico, poco può aggiungere a quello che trasmettono le parole di Tavan. E’ lui stesso a farlo intendere offrendosi alla telecamera con voluttà, in situazioni diverse, ormai vecchie di anni. Non c’è molto da spiegare, basto io, dice Tavan. E lo dice(va) urlando. Ora la sua voce è sfinita e lui preferisce tacere.  Lascia la pagina a “dire” al suo posto. Il documentario è un’utile pila per illuminare Andreis e il suo arte-fice. In attesa che prima o poi, chissà, il poeta riprenda la parola.

 

 

Le avventure di Sparta – Biciclette abbandonate

Succede uno strano fenomeno nella Dublino della recessione. Biciclette vengono abbandonate. Intendiamoci, le vittime di questo singolare fenomeno sono biciclette di un certo tipo, che probabilmente non interessano gli indefessi ladri di città. L’identikit della bici poco appetibile è presto fatto: bici da uomo, nera, incidentata o mancante di pezzi, possibilmente d’importazione da paese non anglosassone. Rispondeva a questi requisiti la Sparta che circa un anno e mezzo fa io e Bibi raccogliemmo sul marciapiede, dopo averla vista abbandonata in stati pietosi per alcuni mesi. Oggi, dopo un caritatevole intervento riparatorio, Sparta è il mio mezzo di locomozione cittadino. Alcuni giorni fa il fenomeno si è ripetuto. Questa volta la vittima di abbandono è una bicicletta indiana, Atlas. E’ una bici da uomo con un robusto portapacchi largo che potrebbe accogliere un cuscino e diventare mezzo di trasporto pubblico, come si vede fare in molti paesi africani e asiatici. Ha una doppia canna, soluzione a me inspiegabile ma sicuramente giustificata. Atlas è in condizioni ancora peggiori di Sparta, al punto che potrebbe apparire una bici d’epoca. La ruggine ha corroso quasi tutto, coprendo anche il portapacchi e le parti cromate del manubrio. Una visione tristissima. A complicare il suo stato c’è anche la mancanza della ruota anteriore. Una serata di pioggia l’abbiamo trascinata fino a casa, offrendole alloggio accanto a Sparta. Continua a leggere