Le avventure di Sparta – Biciclette abbandonate

Succede uno strano fenomeno nella Dublino della recessione. Biciclette vengono abbandonate. Intendiamoci, le vittime di questo singolare fenomeno sono biciclette di un certo tipo, che probabilmente non interessano gli indefessi ladri di città. L’identikit della bici poco appetibile è presto fatto: bici da uomo, nera, incidentata o mancante di pezzi, possibilmente d’importazione da paese non anglosassone. Rispondeva a questi requisiti la Sparta che circa un anno e mezzo fa io e Bibi raccogliemmo sul marciapiede, dopo averla vista abbandonata in stati pietosi per alcuni mesi. Oggi, dopo un caritatevole intervento riparatorio, Sparta è il mio mezzo di locomozione cittadino. Alcuni giorni fa il fenomeno si è ripetuto. Questa volta la vittima di abbandono è una bicicletta indiana, Atlas. E’ una bici da uomo con un robusto portapacchi largo che potrebbe accogliere un cuscino e diventare mezzo di trasporto pubblico, come si vede fare in molti paesi africani e asiatici. Ha una doppia canna, soluzione a me inspiegabile ma sicuramente giustificata. Atlas è in condizioni ancora peggiori di Sparta, al punto che potrebbe apparire una bici d’epoca. La ruggine ha corroso quasi tutto, coprendo anche il portapacchi e le parti cromate del manubrio. Una visione tristissima. A complicare il suo stato c’è anche la mancanza della ruota anteriore. Una serata di pioggia l’abbiamo trascinata fino a casa, offrendole alloggio accanto a Sparta.

In una ciclofficina del Dublin nord ho recuperato per 20 euro una ruota in buone condizioni, compresa di copertone e tubolare. Mentre la stavo montando nel cortile del palazzo, che poi è un cortile di vari palazzi, un tipo si è affacciato da un balcone e mi ha chiesto qualcosa. Mi sono avvicinato e mi ha fatto notare la sua bici – una mountain bike di poche pretese – luchettata lì vicino con una gomma a terra. Abbiamo cominciato a conversare. Il tipo è originario del Bangladesh e ha uno zio che vive in Italia da 25 anni, a Bologna. Lavora in uno dei negozi “etnici” della zona, dove è situate la principale moschea cittadina. Molti miei vicini di casa sono musulmani. Gli ho chiesto perché non ripara la bici. Forse non avendo una riposta pronta, mi ha detto che ha poco tempo, che i meccanici chiedono troppi soldi. Gli ho detto che è semplice, che posso aiutarlo io, ho una media di quattro forature al mese e una certa esperienza nel campo. In questa città di alcolisti di ogni età i vetri sulla strada sono diffusi come preti e suore in Vaticano. Il tipo mi ha sorriso ed è rientrato in casa. Poco dopo è sceso in cortile e mi ha ringraziato, mi ha dato la mano presentandosi: mi chiamo Ahmed. Poi se ne è andato, diretto al negozio. Io sono tornato alla mia missione, ridare vita alla bici abbandonata, ma i pensieri si sono avviluppati in una direzione imprevista. Eccomi a dialogare con un uomo del Bangladesh mentre cerco di riparare un relitto di bici originaria delle sue parti chissà come giunta nell’umida isola celtica. Forse era lui quello che doveva darmi consigli sulla bici, non io, ho pensato istintivamente, tradendo il pre-giudizio di uno che non è mai stato in India e nemmeno in Bangladesh e vorrebbe credere che da quelle parti le biciclette sono ancora più diffuse di ogni altro mezzo di locomozione (probabilmente lo sono, ma proprio per questo vengono percepite da molti come mezzo “povero” e quindi non meritevole di troppe attenzioni).

L’impresa di rimettere in strada Atlas si è rivelata più ardua del previsto e per ora la bici non è ancora in grado di circolare. Prima o poi ce la farà.

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