Segni particolari nessuno

Un giorno ho avuto un pensiero. Tutto è partito da una domanda: cosa porto con me del Friuli? Cosa c’è di particolare, prezioso o irrinunciabile nel mio “immaginario friulano”? Istintivamente, le prime cose che mi sono venute in mente sono state il confine e Federico Tavan. Il confine è una dimensione geopolitica, una costruzione storica, ma anche un’idea:  il fatto di trovarsi in posizione liminale rispetto a due o più centri è stimolante. Dà l’impressione, a chi voglia coglierla, di trovarsi sospesi su di una corda e poter decidere di guardare da un lato o dall’altro. Poi nella vita di tutti i giorni il confine è magari altro, ma uno può anche sforzasi di pensarlo a questo modo, soprattutto standosene a qualche migliaio di chilometri di distanza. Federico Tavan è un poeta, una persona che ha trovato nelle parole vissute sulla carta e nel corpo il suo principale modo di comunicare col mondo. Il suo valore è così raro che me lo fa identificare come una delle poche figure che rimarranno nel tempo e nel luogo in cui mi sono trovato a vivere gran parte della mia vita. A un certo punto Tavan ha deciso che era giunto il momento di smettere di scrivere. Ha annunciato al mondo, o semplicemente a qualche amico che poi è lo stesso, che aveva detto quello che doveva dire e ora il mondo poteva andare in malora. Fino a quel momento aveva cercato, perlomeno per alcuni anni, di dialogare con l’umano paese. Dalla sua stanza ad Andreis, paesino che lui ha trasformato in un telescopio spaziale da cui guardare le vite degli altri e in primo luogo la sua, ha spiegato l’assurdo, usando le parole semplici, quelle che chiunque capirebbe, ma proprio chiunque. Ha cercato di farsi capire, o semplicemente di farsi conoscere. Lo ha fatto con due raccolte di poesie e un testo teatrale, nulla di più.

Ora la sua storia viene raccontata, attraverso le sue stesse parole e i suoi stessi sguardi, in un documentario che si intitola “Segni particolari nessuno”. E’ stato diretto da Paolo Comuzzi, regista udinese, e prodotto da Altreforme. Come il più delle volte accade in Friuli Venezia Giulia, anche questa produzione culturale è stata resa possibile dai contributi regionali. Diversamente da molte altre in diverse discipline artistiche, però, realizzate più sulla scia dei contributi che per reale urgenza creativa, questo film regala dei momenti di verità. E’ la parola di Tavan, e il suo corpo, a rendere questo possibile. Ma il regista ha saputo trovare i giusti modi per rappresentarla. Lo ha fatto con particolare efficacia creando uno spazio visivo e sonoro dove esporre le pagine del diario inedito di Tavan. Proiettate sulle pareti nude della sua stanza oggi abbandonata, con l’accompagnamento sonoro curato da Massimo Toniutti, le pagine del diario funzionano da rete. Sono la ragnatela che raccoglie una vita sola, una vita intera, ma che ne spiega tante altre. E’ il compito delle parole scritte, quando meritano fino in fondo il titolo di letteratura. Del documentario rimangono questi momenti, e non è poco. Il corollario di interviste e testimonianze di amici ed “esperti”, usuale al genere documentaristico classico, poco può aggiungere a quello che trasmettono le parole di Tavan. E’ lui stesso a farlo intendere offrendosi alla telecamera con voluttà, in situazioni diverse, ormai vecchie di anni. Non c’è molto da spiegare, basto io, dice Tavan. E lo dice(va) urlando. Ora la sua voce è sfinita e lui preferisce tacere.  Lascia la pagina a “dire” al suo posto. Il documentario è un’utile pila per illuminare Andreis e il suo arte-fice. In attesa che prima o poi, chissà, il poeta riprenda la parola.

 

 

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