Macchine da consumo

Udine è circondata da centri commerciali. Nell’arco di circa dieci chilometri ve ne sono cinque, di dimensioni diverse ma tutti affini nell’idea: portare persone automunite a perdere tempo nei loro meandri riscaldati (o, d’estate, climatizzati). Sono cresciuti rapidamente, di numero e dimensioni, nell’arco di quindici anni, con uno scatto da velocista negli ultimi cinque. Al Città Fiera, il più grande e “popolare”, non manca nulla. Non è più solo questione di negozi, ristoranti, cinema, palestre. No, ci sono anche i medici specialisti, che hanno trovato ospitalità in una torretta nel bel mezzo dell’arena consumatoria. Il cerchio è completo. Non c’è bisogno di null’altro. Dalla patologia alla cura, tutto a portata di cammino. Dentro il capannone.

Quello dei centri commerciali alla città sembra un assedio, ma all’incontrario. Mentre gli assedi delle fortezze medievali miravano a portare gli assedianti dentro la città, a farne cosa propria occupandola, l’assedio dei centri commerciali mira a portare gli abitanti fuori, ad attrarli verso la vita ologrammata che si svolge nella cittadella del consumo, a “disossare” la città stessa. L’assedio funziona bene, visto che il centro cittadino perde negozi e assomiglia sempre più ad un salottino per boutique e bar eleganti. Probabilmente i centri commerciali non c’entrano, ma gli abitanti sono in calo e nemmeno gli immigrati riescono più a sostenere l’annosissima ambizione udinese di raggiungere i centomila residenti. Persino le librerie si spostano nella nuova città ancillare, alla ricerca del consumatore a tutto tondo, la perfetta macchina da consumo (anche il libro è merce, no?).

Gli “shopping mall” come li vediamo oggi proliferare ovunque ci siano potenziali consumatori, localizzati in aree suburbane o extraurbane dell’occidente e dell’oriente, del nord e di certo sud del mondo, sono il prodotto dello sviluppo urbanistico statunitense. Non a caso la data di nascita è indicata negli anni cinquanta, gli anni del boom dell’automobile negli Usa e della vita suburbana. I centri commerciali, intesi come contenitori fisici di più negozi, sono nati prima dell’automobile e del delirio urbanistico made in Usa, e trovavano spazio dentro le città, come il KaDeWe a Berlino, in palazzi storici o edifici degni di tale nome. In alcuni posti esistono ancora, ma sono gli altri, secondo me, il vero problema, quelli pensati in funzione dell’automobile.

Al pianificatore, al politico, all’amministratore pubblico, nulla importa del futuro, di quello che accadrà tra venti o trent’anni. Conta l’immediato, la promessa di “dare lavoro” per un anno o due a qualche centinaio di manovali per costruire e a qualche decina di commessi e guardiani quando il tutto sarà pronto. Ma che sviluppo ci aspetta? L’automobile – in città, ma non solo – ha il fiato corto e perfino negli Usa in molti se ne stanno accorgendo. Costruire strade non fa che aumentare il numero di automobili in circolazione. E costruire negozi in mezzo al nulla non fa creare nuove mete per l’incessante desiderio di consumo. “I negozi in città sono scomodi”, dice l’uomo/donna medio/a. “Si fa fatica a parcheggiare e poi hanno orari ridotti. Al centro commerciale vai quando vuoi e trovi sempre parcheggio”. Il ragionamento non fa una grinza. Ma che cosa c’è dietro questa apparente logicità? Il fatto che il consumo è diventato un’attività quotidiana, come andare al bar o passare a salutare la nonna. Non il consumo per fini alimentari o di sussistenza, ma il consumo come svago/passatempo ecc. Hai mezz’ora di tempo alla fine del lavoro? Sali in auto e voli al centro commerciale. Ti serve qualcosa? No, o forse sì, anzi sì, sì certo. Anche se hai già quattro paia di scarpe “outdoor”  magari ne trovi un paio scontato, più bello degli altri tre. E poi è meglio avere ricambi, anche di cose che non usi ogni giorno. La logica è illogica, ma funziona, s’impone, quindi è più logica.

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