L’immigrato vedo e non ti vedo

La campagna elettorale attualmente in corso nell’isola annuvolata offre due spunti di riflessione, concatenati. Il primo è che, differentemente dalla generalità dei paesi dell’Europa occidentale, in Irlanda il tema immigrazione non è utilizzato per far cassa. Non ci sono partiti di destra che prendono gli immigrati come capro espiatorio di tutti i problemi della società e che come manovra taumaturgica ne prevedano la riduzione, la reclusione, l’eliminazione politica, economica o finanche fisica. Fino a qui l’osservatore tira un sospiro di sollievo. Il panorama politico irlandese è schiacciato al centro e vede 5 o 6 formazioni politiche sgomitare per richiamare l’attenzione dell’elettore medio. Per fare ciò non cercano colpi ad effetto, dicono più o meno tutti le stesse cose ma cercano di usare parole e stili diversi per dirle. Annunciano tagli agli stipendi dei parlamentari e dei dipendenti pubblici, interventi per richiamare nuovi investitori stranieri, tagli alla sanità e alla scuola, bastonate alle banche (in campagna elettorale si può tutto). Una cosa unisce i partiti, nessuno escluso: l’autoreferenzialità patriottica. Tutti vogliono il bene dell’Irlanda, che è fatta di brava gente e merita un futuro radioso e non ha colpe per quello che succede o è successo.

Proprio su questa caratteristica, l’autoreferenzialità patriottica, si innesta il secondo punto di riflessione. Dai messaggi elettorali sembra che i maggiori protagonisti del boom economico dello scorso decennio, cioè gli immigrati, non esistano. E’ sorprendente il modo in cui nessuno dei partiti in corsa si ricordi del fatto che circa il dieci per cento della popolazione è composta da immigrati, un certo numero dei quali ha diritto di voto, avendo acquisito la cittadinanza di questo paese. E’ un problema di rappresentazione e di cultura. L’Irlanda non riesce a vedersi diversamente da come, da sempre, si rappresenta. L’immigrato, soprattutto quello di colore, è altro. Non c’entra. Il suo è un contributo accessorio e dispensabile. La situazione viene espressa esemplarmenta da un attivista per i diritti dei migranti, Fidèle Mutwarasibo, cittadino irlandese dal 2003, che ha dichiarato all’Irish Times: “Sono molto impegnato politicamente e ho tutta l’intenzione di votare a queste elezioni. Però, quando incontro rappresentanti dei partiti che fanno propaganda casa per casa vengo ignorato perché non rientro nel loro stereotipo di quello che sembra e suona irlandese”.

Pur avendo richiamato e assorbito consistenti numeri di immigrati, l’Irlanda non si è dotata di una legge organica sull’immigrazione. Negli anni sono stati attuati interventi estemporanei dai risvolti spesso contradditori, come il referendum per “ridimensionare” il diritto di cittadinanza per i bambini nati nell’isola, che in pratica mantiene in certi casi il diritto “jus solis” per il bambino ma non può essere trasmesso al genitore. Questo fa si che, come è successo recentemente, l’espulsione di un genitore può portare anche alla espulsione del bambino, che è un cittadino irlandese! Un’altra zona grigia è quella dei richiedenti asilo, che possono aspettare 5, 6, o più anni anni prima di avere risposta alla loro domanda. Nel frattempo vivono in centri di accoglienza e ricevono Euro 19.90 a settimana (cifra bloccata dal 2001). Ovviamente non possono lavorare. Vivono in un limbo senza riferimenti. Anche se i partiti non ne fanno apertamente uso, i sentimenti anti-immigrati sono diffusi. Il razzismo è un problema emergente, e non si fa fatica ad accorgersene. Dal padrone di casa che ti dice che dall’Africa sono arrivati decine di migliaia di ruba-sussidi, al tassista che tranquillamente ammette di non sopportare i neri, agli allenatori di calcio giovanile che non sanno distinguere tra un insulto razzista e un insulto generico.

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