Mi vendi le scarpe?

Nell’estate del 2001 ho viaggiato attraverso l’Uganda con l’amico Jess. Il viaggio era una sua idea, voleva incontrare alcune persone impegnate nella lotta contro l’Aids, in particolare un ex funzionario pubblico che con i soldi ricevuti da una ong statunitense aveva aperto uno sportello per promuovere le posizioni dei “dissidenti dell’Aids“. Facendo un backup al computer ho ritrovato questo racconto sepolto in un’anonima cartellina. Buona lettura.

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Peter ha una bicicletta nuova fiammante, per quanto può apparire nuova una bici nelle polverose strade dell’Uganda. Freni a bacchetta, campanello grande come una mela, perché per fare spostare una mandria di mucche dalla strada ci vuole una certa potenza di suono, sella imbottita, cuscino sul portapacchi per il passeggero. E’ un ottimo mezzo di trasporto individuale, la bicicletta, ed è anche l’unico in circolazione da queste parti. Per un ragazzino di tredici anni è un bene di invidiabile ricchezza, ma sull’altopiano del Monte Elgon, a millecinquecento metri sul livello del mare, deve essere anche piuttosto faticosa da portare. L’unica strada che attraversa l’altopiano è una ripida e lunga salita. Un’impresa edile di Sarajevo, la Put Construction Entrerprise, sta lavorando per allargarla e asfaltarla utilizzando maestranze locali e tecnici europei. Orario di lavoro: dalle sette alle sette. Lo so perché il cantiere base è vicino al bungalow dove dormiamo.

Peter è felice di vedere stranieri da queste parti. Secondo suo padre, ci racconta il ragazzo, con la nuova strada sarà più facile trasportare a valle i prodotti che la terra regala in quantità. Nel clima mite e umido di questa zona cresce di tutto – banane, patate, frutto della passione, mais e altro ancora – ma non è facile portarlo altrove. Così può capitare che a centocinquanta chilometri di distanza un’annata di raccolto sfortunata causi una carestia mentre qui c’è cibo in abbondanza. La strada, inoltre, diventerà un’importante via di collegamento tra l’Uganda e il Kenia. Tra un paio d’anni questo posto sarà trasformato. Grazie alla strada potranno passare facilmente i camion e anche i turisti potranno venire più numerosi a vedere le cascate più spettacolari dell’Uganda, le Sipi Falls. Oggi i pochi stranieri, a parte i costruttori slavi, sono alcuni turisti indipendenti col gusto dell’avventura e pochi soldi in tasca. Il posto dove alloggiamo è stato aperto pochi anni fa da gente del luogo con l’aiuto di un paio di volontari internazionali. Sono alloggi basici, la doccia è all’aperto, un serbatoio sul tetto e un tubo che scende sul retro dell’edificio. Gli unici ospiti oltre a noi sono quattro ragazzi israeliani che stanno risalendo il contintente africano a bordo di una jeep.

Alle tre del pomeriggio siamo seduti sul lato della strada in attesa del matatu che ci riporti verso la pianura. Il matatu è un furgoncino Toyota che fa da autobus e mezzo di trasporto universale. Dalla stazione di Kampala ne partono a tutte le ore per tutte le direzioni, pieni zeppi di gente e merci di ogni tipo. Dovrebbero avere un limite di “14 passengers”, così si legge sulla porta del guidatore, ma non ce ne stanno mai meno di venti, un giorno ne ho contati 26.

Peter è fermo di fronte a noi, sempre in sella alla sua bici. Non se ne separa mai. Nemmeno lui è sicuro dell’orario del matatu. Passa nel pomeriggio, ci conferma, il che vuol dire alle quattro, ma forse anche alle tre oppure alle cinque. Dipende. Nell’incertezza siamo arrivati alle tre e sono passate due ore senza vedere un singolo veicolo, a parte il camion dell’impresa stradale. Gruppi di bambini ci salutano con la solita frase “How are you doing?”, a cui segue una risata collettiva, e continuano il loro tragitto. Peter è con noi perché è stato il primo a conoscerci quando siamo arrivati al vilaggio. Siamo un po’ una sua “conquista” e ci tiene a mostrarlo agli altri. E’ scalzo, come tutti i suoi coetanei. Allontanandosi dalle città le scarpe scompaiono, la gente è scalza, oppure le indossa solo per recarsi al mercato o a compiere qualche commissione fuori dal villaggio. Peter è sempre sorridente, come tutti quelli che che incontriamo.

Mi vendi le tue scarpe? Dice improvvisamente rivolgendosi a Jess. Ti do diecimila scellini e un paio di sandali, aggiunge mentre noi lo guardiamo allibiti senza aver avuto il tempo di rispondere. Osservo le vecchie Nike di Jess, taglia 45. Peter sarà alto un metro e sessantacinque, se va bene. Cosa se ne fa di quelle scarpe?  Forse le vorrà rivendere. No, le vuole per sé. Jess gli spiega che sono le uniche calzature che ha portato e che non può dargliele. Peter si arrende, un po’ deluso. Delle scarpe così non le ha nessuno. Erano ottime per frenare senza consumare i freni a bacchetta.

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