Libri inscatolati

Che vita fanno i libri inscatolati? Da cinque anni ho stipato tutti i miei libri (e i dischi!) accumulati nell’arco dei precedenti venti anni in una serie di scatole di cartone. Le ho ammassate in una stanza dei nonni, defunti, e le ho coperte con delle lenzuola. Ogni volta che capito in Friuli vado a vedere come stanno. Spalanco le finestre per portare un po’ di luce. E aria. Nella stanza c’è ancora il letto dove dormivo durante le mie estati leggere lontano dalle paure casalinghe. Poi alzo le lenzuola e comincio a guardare in giro, con l’ansia di un vecchio a cui hanno sequestrato l’orto e ogni tanto gli permettono di passeggiarci vicino. Io l’orto me lo sono sequestrato da solo. Cinque anni fa. Prima o poi me lo riprendo, però. Non so per dove, non so quando, ma mi riprendo il mio orto di parole di carta inscatolate e le rendo al mondo (cioè a me, piccolo mondo a fette sminuzzate). Prima o poi i libri inscatolati usciranno allo scoperto. Ci riconosceremo?

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Sanchez e il mio libro marziano

Ho deciso, Sanchez lo compro io. Sono stanco di questo tira e molla tra non so quante squadre che vogliono il nostro cileno da esposizione. Ogni volta che leggo notizie italiane trovo l’ennesimo aggiornamento sulla saga Sanchez, non ne posso più. Così ho deciso di fare un’offerta anche io, utilizzando i proventi futuri di un contratto editoriale extra-planetario. Ho fatto un accordo per la pubblicazione di un libro (con opzione per altri due) per un editore di Marte, il noto pianeta a macchie rosse e rossastre. Ho in mente una storia di ex-astronauti a piedi nudi e maniche di camicia rivoltate che si siedono sulla veranda del pianeta Marte e buttano lo sguardo di sotto o di sopra o di lato, comunque dove diavolo si trova in quel momento il pianeta Terra. Cosa combinano quelli là? Chiede uno, sorseggiando del pastis (il pastis e la bevanda alcolica più popolare su Marte). A me sembrano tutti pazzi, risponde l’altro. Adesso non esagerare, solo perché sei emigrato quassù adesso ti senti di un altro pianeta. Ma sono su di un altro pianeta, quindi posso sentirimi di un altro pianeta. Non fare il filosofo, qua siamo tutti reietti, ecco la verità.

La storia prosegue con vari colpi di scena, che non svelo ora per non compromettere il successo del libro. Anzi no, uno lo svelo. Una partita di vin brulè affumicato viene bloccata alla dogana di Marte, facendo scoppiare uno scandalo sul contrabbando di vino di scarsa qualità. Tutti danno la colpa dei disatri ai due terrestri, gli ex-astronauti di cui si è detto prima. Come spunto non mi pare malissimo, credo ne potrebbe venire fuori un discreto libro per il pubblico di Marte. Ora mando un fax con la mia offerta per Sanchez. Ho solo un dubbio: accetteranno soldi provenienti da un’altra sfera temporale?

La rivolta della lucidità

L’Italia ha bisogno di rialzarsi ma dubito che la politica possa dare un contributo fattivo in questo senso. Il potere è corrotto e – soprattutto – corrompente, e questo rimane vero oltre ogni cosa, allo stato attuale. Molto di più può fare la cultura, soprattutto quella che in questi anni è rimasta lontana dalla tv. Ci sono (rare) personalità che riescono a dire cose vere usando parole semplici e a farlo rimanendo fuori dalla scatola avvelenata. Una di queste è Pippo Delbono. Ascoltarlo parlare di rivolta della lucidità e dell’incontro con Bobò, il protagonista dei suoi ultimi spettacoli che ha trascorso 46 anni in un’istituto psichiatrico prima di diventare attore nella sua compagnia, beh, è un raggio di luce che squarcia un cielo plumbeo (e  non lo dico perché mi trovo in Irlanda!).

Il dilemma delle corsie ciclabili (occupate)

Pedalare nelle grandi città è diventato più popolare, ma non più facile. Uno dei problemi in cui il ciclocittadino incorre regolarmente è la corsia ciclabile occupata. Dove vai se il furgone è posteggiato bellamente sull’unica stretta striscia riservata alla due ruote? Il peggio che può capitarti è tuttavia di essere multato per non aver pedalato sulla corsia ciclabile. Devi incappare in un vigile con poco senso del ridicolo, ma può succedere. E’ successo a un giovane regista newyorkese, che ha colto l’opportunità per realizzare un piccolo video mozzafiato…

Le avventure di Sparta – La vera faccia del moccioso

Prima o poi Roddy Doyle dovrà essere giudicato dal tribunale degli scrittori. E’ un auspicio e allo stesso tempo un appello, il mio. Non può passare impunita la sua sistematica opera di ‘romanticizzazione’ del moccioso dublinese. Si tratta di un reato letterario tra i peggiori: fare agiografia del diabolico in erba. Il moccioso dublinese ha un’età tra i nove e dodici anni: si muove prevalentemente in gruppo in zone abitate da cronici ricevitori di sussidio sociale, staziona in strada alle ore più impensabili – tipo dieci di sera infrasettimanale – e compie le azioni più spregiudicate con la sfacciataggine di un rapinatore di banche. La battaglia di sassi da un lato all’altro della strada tra nemici di culla è un innocente gioco di bambini al confronto di quello a cui va incontro il ciclocittadino che ha la sfortuna di transitare nel momento sbagliato in una zona controllata dalla gang infantile. Purtroppo il sottoscritto si trova spesso ad attraversare aree a rischio moccioso. Un volta una mela ha colpito la borsa che portavo a tracolla, ben celata sotto la mantella anti-pioggia. Ignaro del pericolo incombente, pedalavo rapito quando ho sentito un colpo improvviso e secco sulla borsa. Ho pensato: ma che caz? Mi son girato e ho visto una mela di medie dimensioni rotolare via. Poco distante c’era un gruppetto di mocciosi che sfidava la mia reazione con gesti e urla. Forse non avevano mai visto una mantella, a Dublino nessuno la usa. Li ho guardati con qualcosa a metà tra  lo stupore e l’odio fisico, poi ho provato commiserazione e ho ripreso la via. La volta successiva c’era la neve, giusto un filo, che da queste parti anche la neve deve sottomettersi alla implacabile legge della pioggia. Mentre filavo a cavallo di Sparta una palla di neve  ha sfiorato il mio berretto di lana. In pratica, ha sfiorato la testa prima di sfagliarsi sulla strada. La zona non era la stessa della prima volta, ma nemmeno troppo distante. Il terzo incontro ravvicinato coi diavoli in erba è avvenuto in una giornata di tepore quasi primaverile (alcuni la scambiano per estate, ma è un miraggio). L’oggetto contundente lanciato dai villani è stato un gavettone. Un sacchetto riempito di cubetti di ghiaccio che è passato come un missile a pochi centimentri dal mio viso. Ho avuto paura. Cosa poteva succedere se mi colpiva? Finivo lungo sull’asfalto, sotto le ruote di un autobus. Questa volta ero determinato a fare qualcosa, bloccare almeno uno dei malviventi, consegnarli alla giustizia ciclistica, a qualsiasi tipo di giustizia, ma sono tutti rapidamente fuggiti in mezzo ai condomini.

L’Irlanda è il paese più giovane tra i 27 dell’Unione Europea. Tra il 1995 e il 2005, più o meno gli anni del boom, la natalità  ha toccato vette da record mondiale. I sussidi alla maternità consentono anche a famiglie senza reddito o a genitori soli di ‘custodire’ vari figli. Famiglie con cinque o sei figli sono frequenti, soprattutto negli strati più bassi della società irlandese, marcatamente classista sullo stile di quella britannica. Il buon Roddy Doyle, il maestro dei dialoghi e dello humor nero, proviene da una famiglia di solida estrazione borghese eppure si è appassionato alle storie della working class. Leggendo i suoi libri viene facile provare sentimenti di simpatia e affetto per i protagonisti, soprattutto per i piccoli tremendi protagonisti di Paddy Clark Ha Ha Ha o di A star called Henry. Però quella è fiction. La realtà sono i gavettoni di ghiaccio e l’attacco alla povera mantella ciclabile. Queste sono sacche di ignoranza e abbandono, altro che birbanterie pre-adolescenziali.