Le avventure di Sparta – La vera faccia del moccioso

Prima o poi Roddy Doyle dovrà essere giudicato dal tribunale degli scrittori. E’ un auspicio e allo stesso tempo un appello, il mio. Non può passare impunita la sua sistematica opera di ‘romanticizzazione’ del moccioso dublinese. Si tratta di un reato letterario tra i peggiori: fare agiografia del diabolico in erba. Il moccioso dublinese ha un’età tra i nove e dodici anni: si muove prevalentemente in gruppo in zone abitate da cronici ricevitori di sussidio sociale, staziona in strada alle ore più impensabili – tipo dieci di sera infrasettimanale – e compie le azioni più spregiudicate con la sfacciataggine di un rapinatore di banche. La battaglia di sassi da un lato all’altro della strada tra nemici di culla è un innocente gioco di bambini al confronto di quello a cui va incontro il ciclocittadino che ha la sfortuna di transitare nel momento sbagliato in una zona controllata dalla gang infantile. Purtroppo il sottoscritto si trova spesso ad attraversare aree a rischio moccioso. Un volta una mela ha colpito la borsa che portavo a tracolla, ben celata sotto la mantella anti-pioggia. Ignaro del pericolo incombente, pedalavo rapito quando ho sentito un colpo improvviso e secco sulla borsa. Ho pensato: ma che caz? Mi son girato e ho visto una mela di medie dimensioni rotolare via. Poco distante c’era un gruppetto di mocciosi che sfidava la mia reazione con gesti e urla. Forse non avevano mai visto una mantella, a Dublino nessuno la usa. Li ho guardati con qualcosa a metà tra  lo stupore e l’odio fisico, poi ho provato commiserazione e ho ripreso la via. La volta successiva c’era la neve, giusto un filo, che da queste parti anche la neve deve sottomettersi alla implacabile legge della pioggia. Mentre filavo a cavallo di Sparta una palla di neve  ha sfiorato il mio berretto di lana. In pratica, ha sfiorato la testa prima di sfagliarsi sulla strada. La zona non era la stessa della prima volta, ma nemmeno troppo distante. Il terzo incontro ravvicinato coi diavoli in erba è avvenuto in una giornata di tepore quasi primaverile (alcuni la scambiano per estate, ma è un miraggio). L’oggetto contundente lanciato dai villani è stato un gavettone. Un sacchetto riempito di cubetti di ghiaccio che è passato come un missile a pochi centimentri dal mio viso. Ho avuto paura. Cosa poteva succedere se mi colpiva? Finivo lungo sull’asfalto, sotto le ruote di un autobus. Questa volta ero determinato a fare qualcosa, bloccare almeno uno dei malviventi, consegnarli alla giustizia ciclistica, a qualsiasi tipo di giustizia, ma sono tutti rapidamente fuggiti in mezzo ai condomini.

L’Irlanda è il paese più giovane tra i 27 dell’Unione Europea. Tra il 1995 e il 2005, più o meno gli anni del boom, la natalità  ha toccato vette da record mondiale. I sussidi alla maternità consentono anche a famiglie senza reddito o a genitori soli di ‘custodire’ vari figli. Famiglie con cinque o sei figli sono frequenti, soprattutto negli strati più bassi della società irlandese, marcatamente classista sullo stile di quella britannica. Il buon Roddy Doyle, il maestro dei dialoghi e dello humor nero, proviene da una famiglia di solida estrazione borghese eppure si è appassionato alle storie della working class. Leggendo i suoi libri viene facile provare sentimenti di simpatia e affetto per i protagonisti, soprattutto per i piccoli tremendi protagonisti di Paddy Clark Ha Ha Ha o di A star called Henry. Però quella è fiction. La realtà sono i gavettoni di ghiaccio e l’attacco alla povera mantella ciclabile. Queste sono sacche di ignoranza e abbandono, altro che birbanterie pre-adolescenziali.

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