Bici a riposo

Ecco Sparta, la protagonista di diverse avventure dublinesi di cui si è scritto su queste pagine. Per alcune settimane rimarrà a riposo, impacchettata e lucchettata, in un cortile metropolitano, sperando che nessuno la vada a disturbare. Qui appare in una versione ‘giovanile’, ai primordi della nostra relazione. Oggi circola con catena, manopole e sella nuovi (più o meno, qualcosa è riciclato). La mia missione friulana prevede la rimessa a nuovo dell’Atala del nonno Olvino, sì proprio quella de La bici sopra Berlino. Prima o poi verrà organizzato un incontro tra le due navigate rocce della strada.

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Ricordo di Piermario Ciani

Che fine ha fatto l’archivio di  Piermario Ciani? A cinque anni dalla sua prematura scomparsa è triste vedere che non ci sia – in Friuli – un interesse a riflettere sul multiforme e per certi versi ‘incatturabile’ contributo all’arte e alla comunicazione dato da questo agitatore/artista nato e vissuto a Bertiolo, provincia di Udine. Ricordando il suo rapporto trasgressivo con il mondo dell’arte e della cultura istituzionali viene difficile pensare un ‘centro studi’ nel paese natio. E’ un’idea chimerica, visto lo stato delle cose. Forse perfino inappropriata. Ma perché, invece, non pensare alla raccolta del suo archivio da parte della Galleria di Arte Contemporanea di Udine (GAMUD)? La mia può suonare una provocazione, ma cosa ci sarebbe di strano? La mail-art, le sfide mediatiche di Luther Blisset e le altre espressioni artistiche al di fuori dell’arte ufficiale, non sono forse “arte”? E se così fosse, che importa? Quello che conta è che Ciani ha tracciato un sentiero di contatti e scambi transnazionali attraverso la mail-art alcuni lustri prima dell’esplosione di Internet. Ha svelato la precaria “verità” dei mass media, senza inseguire facili protagonismi. Si è mosso in molte direzioni, spesso anticipando idee e interessi, sarebbe bello offrire ai più giovani, ai più curiosi tra i più giovani, memoria di questo.

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Perché ‘asilante’?

Quando è entrato nella lingua italiana il termine ‘asilante’? L’ho sentito usare durante una trasmissione radiofonica sul tema dei profughi e dell’emergenza libica alla quale sono stato invitato (al telefono).  Sarà per il fatto che negli ultimi cinque anni ho seguito le cose italiane in maniera giocoforza mediata e ridotta, ma ho sempre cercato di mantenermi aggiornato, soprattutto sui temi di cui mi occupo per interesse e lavoro. Eppure il termine ‘asilante’ usato in italiano per i rifugiati o richiedenti asilo non l’avevo mai sentito. E’ un termine adottato dal tedesco, dove il suo uso e abuso sono cosa pubblica da vari decenni. La ragione del suo utilizzo in italiano mi è ignota – forse suona più gradevole, meno minaccioso, di ‘profugo’?

Essere è essere aggiornati

Il titolo di questo post rende meglio il suo senso nell’originale inglese – To be is to be updated – ma la versione italiana è sufficientemente chiara. Prende spunto da una riflessione di Wendy Hui Kyong Chun, una delle voci più ascoltate in Nord-America nel dibattito sulle ‘nuove’ forme di conoscenza e di comunicazione. Senza volare troppo alto – i miei scarponi da viaggiatore mi tirano in basso, non ho scampo – dal mio punto di vista il tema è semplificabile attorno al dilemma: che fare di Twitter, Facebook, iPhone e di tutto ciò che potrebbe prenderne il posto in un futuro prossimo o prossissimo? Mentre Kyong Chun si apprestava a chiudere l’annuale conferenza Critical Themes in Media Studies mi sono trovato nell’impellenza di inviare un sms. Volevo avvisare di un ritardo imprevisto ma ho scoperto di non avere più credito nel telefonino. Non volendo allontanarmi dalla sala, e non avendo con me un laptop, ho chiesto ad un collega di usare il suo computer portatile per inviare un’email (la persona  che volevo contattare avrebbe controllato l’email in tempo reale). Questi mi ha gentilmente passato l’iPad e ho dovuto così improvvisarmi sulla tastiera di questo strumento a me fino a quel momento ignoto. L’email inviata sembrava scritta da qualcuno dalla limitata mobilità agli arti superiori o con una precaria conoscenza della lingua. Un pasticcio. Ho quindi continuato a seguire la relatrice non potendo evitare di collegare la mia resistenza alla vita online a quanto di accalorato lei andava predicando. Essere è essere aggiornati è la constatazione che nell’incedere implacabile di forme di comunicazione e di socializzazione ‘virtuale’ è difficile scindere la vita quotidiana dalla vita che passa attraverso la rete e le sue molteplici espressioni. Nel giorno successivo alla conferenza, quasi fosse una maledizione tecnologica, tipo una nuvoletta fantozziana, mi sono trovato di nuovo assediato dall’esigenza di mantenermi ‘in contatto’, di essere reperibile continuativamente.

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I confini della parrocchia

Gli sport gaelici hanno una funzione sociale molto esplicita. Servono a mantenere saldi i legami della società irlandese con la sua dimensione rurale, percepita e immaginata come quella più ‘pura’, più ‘tradizionale’, più ‘irlandese’. I campionati di football gaelico (l’antenato rustico del football australiano) e di hurling (una specie di hockey dove la mazza gira pericolosamente ad altezza testa) sono organizzati a livello di parrocchia, di contea e di provincia. Parrocchia? Certo, la struttura della ‘parish’ è ancora cruciale al punto che è finita sui giornali la storia  di due ragazzini che hanno fatto causa alla Gaelic Athletic Association (GAA) perché impedirebbe loro di praticare il gaelic football, imponendogli di giocare nella squadra della parrocchia dove risiedono. L’articolo 20 dello statuto della GAA (scritto nel 1884), noto come la ‘regola della parrocchia’, prevede che si possa far parte esclusivamente del club gaelico della parrocchia dove si risiede. La madre dei ragazzi ha fatto presente che il club della parrocchia è situato a sette miglia (sebbene l’Irlanda abbia adottato i chilometri, i giornali preferiscono ancora comunicare alla vecchia maniera) da casa. La casa di famiglia è sul confine con un’altra parrocchia e il campo sportivo di quest’ultima dista appena un miglio. Se potessero giocare con la squadra della parrocchia confinante potrebbero andare a piedi agli allenamenti e tutto sarebbe più facile. La bellezza dei confini, a ogni latitudine, è che espongono la precarietà delle divisioni territoriali in  un contesto globale sempre più caratterizzato dalla mobilità di merci, persone, paesaggi culturali. Il confine di una parrocchia (!) può diventare la metafora di qualcosa di più ampio. Chi decide chi è dentro e chi è fuori (il confine)? E cosa implica trovarsi dentro (o fuori)?

La GAA ha risposto che la regola va rispettata, se i due ragazzini vogliono giocare devono farlo nella squadra della parrocchia di residenza. Punto. Tutto questo in barba al fatto che la regola è vecchia di un secolo e mezzo e nel frattempo l’Irlanda è diventata parte integrante del mercato globale, ospita varie multinazionali che hanno richiamato persone da molti diversi paesi, ha una società più ricca, diversificata e mobile di quella dell’800. Serve spiegarlo? Probabilmente sì. Nei fatti è probabile che una soluzione di compromesso venga trovata, magari senza farlo sapere ai giornali, così da mantenere l’illusione che nulla cambi. In fondo la GAA ha delle regole flessibili per permettere a coloro che si trasferiscono in città di poter scegliere se giocare per la squadra della contea (oops, parrocchia) d’origine o quella della città dove sono andati a vivere. Questo è particolarmente sentito nel caso di Dublino, dove oggi risiede circa il 30 per cento della popolazione del paese.

Sebbene la GAA sia ufficialmente una struttura amatoriale, le partite inter-provinciali sono seguite da migliaia di persone, trasmesse in tv e commentate sulle prime pagine dei giornali. Va da sé che i giocatori sono ufficialmente dei dilettanti, ma nei fatti…