I confini della parrocchia

Gli sport gaelici hanno una funzione sociale molto esplicita. Servono a mantenere saldi i legami della società irlandese con la sua dimensione rurale, percepita e immaginata come quella più ‘pura’, più ‘tradizionale’, più ‘irlandese’. I campionati di football gaelico (l’antenato rustico del football australiano) e di hurling (una specie di hockey dove la mazza gira pericolosamente ad altezza testa) sono organizzati a livello di parrocchia, di contea e di provincia. Parrocchia? Certo, la struttura della ‘parish’ è ancora cruciale al punto che è finita sui giornali la storia  di due ragazzini che hanno fatto causa alla Gaelic Athletic Association (GAA) perché impedirebbe loro di praticare il gaelic football, imponendogli di giocare nella squadra della parrocchia dove risiedono. L’articolo 20 dello statuto della GAA (scritto nel 1884), noto come la ‘regola della parrocchia’, prevede che si possa far parte esclusivamente del club gaelico della parrocchia dove si risiede. La madre dei ragazzi ha fatto presente che il club della parrocchia è situato a sette miglia (sebbene l’Irlanda abbia adottato i chilometri, i giornali preferiscono ancora comunicare alla vecchia maniera) da casa. La casa di famiglia è sul confine con un’altra parrocchia e il campo sportivo di quest’ultima dista appena un miglio. Se potessero giocare con la squadra della parrocchia confinante potrebbero andare a piedi agli allenamenti e tutto sarebbe più facile. La bellezza dei confini, a ogni latitudine, è che espongono la precarietà delle divisioni territoriali in  un contesto globale sempre più caratterizzato dalla mobilità di merci, persone, paesaggi culturali. Il confine di una parrocchia (!) può diventare la metafora di qualcosa di più ampio. Chi decide chi è dentro e chi è fuori (il confine)? E cosa implica trovarsi dentro (o fuori)?

La GAA ha risposto che la regola va rispettata, se i due ragazzini vogliono giocare devono farlo nella squadra della parrocchia di residenza. Punto. Tutto questo in barba al fatto che la regola è vecchia di un secolo e mezzo e nel frattempo l’Irlanda è diventata parte integrante del mercato globale, ospita varie multinazionali che hanno richiamato persone da molti diversi paesi, ha una società più ricca, diversificata e mobile di quella dell’800. Serve spiegarlo? Probabilmente sì. Nei fatti è probabile che una soluzione di compromesso venga trovata, magari senza farlo sapere ai giornali, così da mantenere l’illusione che nulla cambi. In fondo la GAA ha delle regole flessibili per permettere a coloro che si trasferiscono in città di poter scegliere se giocare per la squadra della contea (oops, parrocchia) d’origine o quella della città dove sono andati a vivere. Questo è particolarmente sentito nel caso di Dublino, dove oggi risiede circa il 30 per cento della popolazione del paese.

Sebbene la GAA sia ufficialmente una struttura amatoriale, le partite inter-provinciali sono seguite da migliaia di persone, trasmesse in tv e commentate sulle prime pagine dei giornali. Va da sé che i giocatori sono ufficialmente dei dilettanti, ma nei fatti…

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