Essere è essere aggiornati

Il titolo di questo post rende meglio il suo senso nell’originale inglese – To be is to be updated – ma la versione italiana è sufficientemente chiara. Prende spunto da una riflessione di Wendy Hui Kyong Chun, una delle voci più ascoltate in Nord-America nel dibattito sulle ‘nuove’ forme di conoscenza e di comunicazione. Senza volare troppo alto – i miei scarponi da viaggiatore mi tirano in basso, non ho scampo – dal mio punto di vista il tema è semplificabile attorno al dilemma: che fare di Twitter, Facebook, iPhone e di tutto ciò che potrebbe prenderne il posto in un futuro prossimo o prossissimo? Mentre Kyong Chun si apprestava a chiudere l’annuale conferenza Critical Themes in Media Studies mi sono trovato nell’impellenza di inviare un sms. Volevo avvisare di un ritardo imprevisto ma ho scoperto di non avere più credito nel telefonino. Non volendo allontanarmi dalla sala, e non avendo con me un laptop, ho chiesto ad un collega di usare il suo computer portatile per inviare un’email (la persona  che volevo contattare avrebbe controllato l’email in tempo reale). Questi mi ha gentilmente passato l’iPad e ho dovuto così improvvisarmi sulla tastiera di questo strumento a me fino a quel momento ignoto. L’email inviata sembrava scritta da qualcuno dalla limitata mobilità agli arti superiori o con una precaria conoscenza della lingua. Un pasticcio. Ho quindi continuato a seguire la relatrice non potendo evitare di collegare la mia resistenza alla vita online a quanto di accalorato lei andava predicando. Essere è essere aggiornati è la constatazione che nell’incedere implacabile di forme di comunicazione e di socializzazione ‘virtuale’ è difficile scindere la vita quotidiana dalla vita che passa attraverso la rete e le sue molteplici espressioni. Nel giorno successivo alla conferenza, quasi fosse una maledizione tecnologica, tipo una nuvoletta fantozziana, mi sono trovato di nuovo assediato dall’esigenza di mantenermi ‘in contatto’, di essere reperibile continuativamente.

Dovendo fermarmi a New York solo per tre giorni, avevo deciso di non portare con me il portatile. Le ore in cui non sarò impegnato alla conferenza, dove comunque avevo accesso a Internet, le passerò a zonzo, mi sono detto. Belle parole, ma siamo nel 2011, non nel 1986 (purtroppo). Oggi – nel grande West che è l’Occidente spalmato a chiazze nel Sud e nell’Oriente del pianeta – le persone si relazionano in altro modo. C’è l’esigenza di comunicare continuamente, di rendersi ‘comunicabili’ senza interruzioni. O almeno questo è quanto le relazioni professionali, senza dire di quelle famigliari, imporrebbero.  Uno può cercare di farne a meno, ma sa che la vita si complica.

Qualche tempo fa una persona interessata a presentare un progetto di dottorato mi ha chiesto di vederci. Ci siamo scambiati un’email di conferma e mi ha comunicato di non possedere un telefonino. Per indole e natura sono rispettoso di tutte le minoranze, ma mi sono chiesto come faccia questo signore, con moglie e figlio e un lavoro regolare, a gestire la sua vita. Vabbè.  L’appuntamento prevedeva che il tale passasse a una certa ora dall’ufficio dove mi trovavo. Purtroppo un evento imprevisto mi ha imposto di uscire. Come avvisare il non-telefonabile? Ho lasciato un post-it sulla porta dicendo di essermi dovuto assentare, che sarei rientrato presto. Nulla di strano. Poco dopo ho ricevuto una telefonata da un collega che mi passava il tale. Aveva tempi stretti e voleva sapere quando sarei tornato, così ha dovuto chiedere a qualcuno di chiamarmi. E’ stato fortunato che ci fosse in quel momento una persona in possesso del mio numero, altrimenti l’appuntamento sarebbe saltato. La storiella dimostra che anche chi non usa il cellulare tende a ‘funzionare’ secondo i parametri dettati dallo stesso (e dalla connettività permanente). Devo comunicare subito, non ho tempo da perdere. Potrei dilungarmi in una serie di aneddoti sul modo di relazionarsi socialmente quando non esitevano né telefonini né internet, ma questo è sufficiente, per ora.

Tornando al titolo del post, durante le giornate newyorkesi ho cercato di capire meglio la funzione di Twitter. Un giovane ricercatore, lo stesso dell’iPad, mi ha guardato con un senso di pietà umana alla notizia che pur avendo un blog non fossi presente su Twitter e, udite udite, nemmeno su Facebook. A suo modo di vedere, e lui era nella regola, io nell’eccezione, tutto è un flusso di informazioni e comunicazione, che senso ha porre limiti? A chi giova? Essere è essere aggiornati (updated). Se inserisci un nuovo post nel blog la notizia passerà da Twitter e da Facebook e molte più persone ne saranno subito informate, senza doverle avvisare con un’email. Semplice. Logico. Ci sto pensando, ma non mi sono ancora deciso. Twitter mi pare un gioco ansiogeno. E’ vero che uno si alza al mattino con una serie di idee (a me capita prima di alzarmi, quando sono disteso e fa ancora buio) e sarebbe comodo liberarsi presto almeno di alcune di esse, lasciandole viaggiare per vedere se hanno gambe. In quel caso Twitter è utile. Ecco un film da vedere, un libro da leggere, un evento da seguire. Ma questo comunicare frammentato e sbrigativo, a cosa porta? A una moltiplicazione di messaggi, di informazioni, per lo più inutili e confusionarie, in una società globale che è già a rischio di annegamento mediatico e comunicativo.

Prendiamo Facebook. Un’amica mi ha spiegato che i messaggi su Facebook tipo: ‘Io e Sally siamo al Lidl’, non sono esempi di pura idiozia, come sarei tentato di pensare io (chissenefrega di dove ti trovi alle 17.54 di mercoledì?) ma operazioni di pubblicità per così dire ‘partecipata’. La persona che li posta riceve dei bonus dal negozio o locale alla cui pagina Facebook si è precedentemente iscritta. Semplice. E terribile.

Senza dire della lettura di libri elettronici. Come spiegato dal buon Richard Stallman, l’idea di scaricare libri (e musica) dalla Rete è una finta libertà. La vera libertà è poter entrare in un negozio e comprare un disco, un libro o un cd. Paghi esci e il tuo rapporto con il negozio finisce lì. Nella realtà online, dal momento dell’acquisto il rapporto diventa tentacolare. Non te ne liberi più, i tuoi dati passano di mano in mano e c’è pure il rischio che il libro che hai scaricato e pagato ti venga cancellato per decisione arbitraria di chi te l’ha venduto, come avvenuto nel 2009 a qualche migliaio di acquirenti di 1984 di George Orwell su Amazon. Assurdo.

Il futuro non è scritto, diceva il titolo di un documentario su Joe Strummer (ma l’hanno preso da una sua canzone?). Può darsi che  a un certo punto decida di utilizzare Facebook o Twitter (o entrambi), ma per ora preferisco pensare ad un giro in bici. Mi fa stare meglio.

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