Il giornalismo senza il giornalismo

Alcuni giorni fa, in un notiziario radiofonico della RAI, annunciano un servizio sulla Coppa d’Africa, attualmente in corso in Guina Equatoriale e Gabon. La voce dell’inviato ci giunge gracchiante come uno si aspetta che sia provendendo da un luogo lontano. Fa un effetto d’antan, simpatico. Provo un’imponderabile e imprevisto amor patrio all’idea che l’emittente pubblica abbia fatto tali passi avanti: un inviato alla Coppa d’Africa! Un segno che forse sono finiti i tempi in cui la RAI mandava all’estero gente che non sapeva nemmeno parlare una lingua straniera (e governava male pure l’italiano) a riferire cose inutili da paesi stra-noti. Verso la fine del servizio mi sorge un dubbio: ma non è che l’inviato ci sta raccontando la Coppa d’Africa seduto nel suo studio di Nairobi? E’ proprio così, il malaugurato inviato della RAI non si è spostato dal Kenia (unica sede di corrispondenza della RAI in Africa) e ha raccontato due notizie che avrà trovato nel sito ufficiale della manifestazione e si è pure lamentato che la Guinea Equatoriale non offre adeguate garanzie tecnologiche per i collegamenti…insomma, il suo ragionamento è stato: andare in Guinea era un po’ scomodo e così son rimasto in Kenia! Attorno a questa triste storiella si possono fare alcuni ragionamenti.

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Metti David Bowie allo zoo di Berlino (con gli ACDC)

In questi giorni David Bowie ha compiuto 65 anni. Pochi personaggi hanno influenzato il corso della musica rock-pop come lui negli ultimi quarant’anni, quindi è opportuno ricordarlo. Una delle intuizioni di Bowie che, ai miei occhi, lo hanno reso un fuoriclasse è l’aver puntato lo sguardo su Berlino e averla trasformata per alcuni anni nel centro della sua attività creativa, in un periodo in cui di Berlino si parlava solo nei libri di spionaggio.  L’apice della sua liason berlinese è condensato nella partecipazione al film ‘I ragazzi dello zoo di Berlino’. Rivedere questo film è sempre un’occasione per ricadere nella nuvola magica creata dalla musica di Bowie. Però, col senno dato dall’età, uno si chiede: che razza di gente c’era al suo concerto? Per chi non ricorda la scena o non ha visto il film, a un certo punto la protagonista va ad un concerto del suo idolo David Bowie. Ok, eravamo nel 1979 o 1980, ma il pubblico mi è apparso improbabile a dir poco. Cosa ci facevano quei motociclisti in giacca di pelle e barbe lunghe tracimate dalle bobine di Easy Rider ad un concerto dell’emaciato inglese? Le immagini erano vere, non c’era nulla di finto. Che pensare? Ho fatto una piccola ricerca e scoperto che il pubblico che appare nel film non è quello di un concerto di Bowie ma…degli ACDC! C’è una spiegazione a tutto, ma di certo questa è una delle più buffe (e inutili) finzioni cinematografiche della storia. Ah, quel mattacchione di David…

Il calciatore in bicicletta

In un mare di notizie tristi e rattristanti eccone una positiva. Nell’Italia dell’autoflagellazione come rito collettivo, cresce il numero di coloro che usano abitualmente la bicicletta come mezzo di trasporto. La notizia si trova QUI.

Ma si può sempre far di meglio. In tutte le cose c’è bisogno di buoni esempi, e quale miglior esempio ‘popolare’ per indurre più persone a lasciare l’auto da parte e spostarsi in maniera diversa di un calciatore professionista che si reca agli allenamenti e alle partite in bicicletta? E’ la storia (non unica, ma di certo rarissima) di Moritz Volz, oggi difensore del FC St.Pauli, ad Amburgo, Germania, e con un glorioso passato in Inghilterra, avendo militato in club come Arsenal, Fulham e Ipswich Town. In questo video – la qualità non è eccelsa ma accontetatevi – viene intervistato durante la sua permanenza al Fulham. Moritz, un piccolo grande esempio di normalità contagiosa!

Vecchi bastardi

Alcune cose che ho appreso/notato in questi pochi mesi di rientro sul suolo italico dopo quasi cinque anni di vita all’estero (il rientro non è definitivo, è ancora una forma di pendolarismo spinto tra Irlanda e Italia).

L’Italia sarà, come amano dire i mass media, un paese per vecchi, ma secondo me è un paese per vecchi bastardi. Non conto più le situazioni in cui mi sono dovuto confrontare con l’aggressività della moderna terza età italica. Esempio 1, al supermercato: mi avvicino ad una cassa per pagare, la cassiera mi segnala che è chiusa, faccio per spostarmi in quella accanto e vengo superato con uno scatto felino dal tipo che si era accodato dietro a me nella cassa sbagliata. Che modi! Non alzo lo sguardo, mi sposto e ficco con autorità le mie cose sul rullo, anticipando il lesto-fante. Il tipo rimane in piedi accanto a me, non indietreggia e non procede, forse sorpreso dalla mia reazione. Infine pago e solo allora lo degno di uno sguardo. Il tipo è un ragazzo di settant’annni, e avrà pure dei nipoti che gli vogliono bene. Chissà.

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