Il giornalismo senza il giornalismo

Alcuni giorni fa, in un notiziario radiofonico della RAI, annunciano un servizio sulla Coppa d’Africa, attualmente in corso in Guina Equatoriale e Gabon. La voce dell’inviato ci giunge gracchiante come uno si aspetta che sia provendendo da un luogo lontano. Fa un effetto d’antan, simpatico. Provo un’imponderabile e imprevisto amor patrio all’idea che l’emittente pubblica abbia fatto tali passi avanti: un inviato alla Coppa d’Africa! Un segno che forse sono finiti i tempi in cui la RAI mandava all’estero gente che non sapeva nemmeno parlare una lingua straniera (e governava male pure l’italiano) a riferire cose inutili da paesi stra-noti. Verso la fine del servizio mi sorge un dubbio: ma non è che l’inviato ci sta raccontando la Coppa d’Africa seduto nel suo studio di Nairobi? E’ proprio così, il malaugurato inviato della RAI non si è spostato dal Kenia (unica sede di corrispondenza della RAI in Africa) e ha raccontato due notizie che avrà trovato nel sito ufficiale della manifestazione e si è pure lamentato che la Guinea Equatoriale non offre adeguate garanzie tecnologiche per i collegamenti…insomma, il suo ragionamento è stato: andare in Guinea era un po’ scomodo e così son rimasto in Kenia! Attorno a questa triste storiella si possono fare alcuni ragionamenti.

Uno. Nell’epoca dei telefoni cellulari multifunzione, dei collegamenti satellitari, dei computer palmari, e dei servizi radiotelevisivi di qualità professionale prodotti da una sola persona in condizioni precarie, non è credibile che la RAI non potesse mandare qualcuno in Guinea o Gabon, e non da Roma ma da Nairobi. In fondo questa edizione della Coppa d’Africa è la più seguita di sempre a livello mondiale e la controversa sede in cui viene ospitata offre molti elementi di interesse al giornalista attento a quello che accade anche al di fuori dall’evento sportivo. Ma forse questo è chiedere troppo al carrozzone RAI. Chissà che il vento moralizzatore dei professori al governo non porti dei cambiamenti anche da quelle parti. Sarebbero più opportuni di altri cambiamenti annunciati o già avviati.

Due. Mai come in questo momento il sistema informativo è in difficoltà. Non passa giorno senza che qualche testata giornalistica (di solito giornali cartacei) non annunci tagli al personale, alle sedi periferiche e agli investimenti. I giornalisti vanno in pensione senza venire sostituiti. Nel contempo c’è un fortissimo interesse da parte delle giovani generazioni a viaggiare, capire e raccontare, a fare quello per cui il giornalismo è nato, o almeno vogliamo tenacemente credere ambisse ad essere. Se per la RAI è troppo impegnativo o costoso mandare un suo inviato in Gabon perché non si affida a qualche giovane e valido free lance che lavora sul posto? Durante la mia permanenza in Venezuela conobbi un giovane collega freelance francese che corrispondeva per Liberation e altre testate. Non aveva un fisso garantito e per questo era sempre in movimento. Tra i suoi committenti c’era la Radio Vaticana! Lui non era cattolico, o perlomeno non praticante, ma il suo lavoro lo sapeva fare e i preti, evidentemente, lo apprezzavano.

Tre. I frequentatori del mio cortile digitale sanno che non sono uso a martellare su quanto belle sono le cose al di fuori dell’Italia. Tendo ad essere di principio critico della realtà, in qualsiasi luogo essa si manifesti, cosciente che la rappresentazioni mediatiche sono sempre tendenzialmente fuorvianti. Quindi tratto Berlino, Dublino, Caracas, Londra o Udine allo stesso modo. Se vedo del bello ne parlo, lo stesso faccio con il brutto. E di cose belle o brutte ce ne sono ovunque. Però. Però sul giornalismo mi sento di fare un’eccezione. Fare giornalismo in Italia è impresa difficile, e non mi riferisco qui alle minacce mafiose e camorriste a giornalisti locali, che sono la cima del problema. Parlo di esperienze più semplici e meno rischiose. Per esempio la mia.

Nel 2007 ho gettato la spugna. Dopo aver fatto giornalismo per circa quindici anni, per la radio, i giornali e per un periodo anche per un sito internet, ho capito che non c’era più spazio per lavorare. La chiusura di Diario, per cui avevo corrisposto per circa otto anni, fu come una lanterna che si spegneva in un cortile già poco illuminato. Annunciava un cambiamento nell’interesse del pubblico o semplicemente tempi nuovi. Per me, tuttavia, il cambiamento era già in corso. In quell’anno avevo lavorato per circa due mesi ad un’inchiesta sulla gestione dei rifiuti in provincia di Udine. La mescolanza di poco trasparenti interessi politici (di destra e “sinistra”) e malcostume imprenditoriale erano così lampanti  che meritava un’attenzione particolare. Consegnai il mio pezzo a Diario, che lo valutò e in un primo tempo lo considerò troppo tecnico, “ci sono troppi numeri”, mi dissero. Così smussai alcune parti ma l’articolo non uscì comunque. Perchè? Lo chiesi ad uno dei miei informatori, uno dei maggiori esperti sulla gestione dei rifiuti in Italia, che mi disse che l’articolo era valido, toccava questioni importanti e meritava la pubblicazione. Provai ad insistere ma senza successo. Di lì a pochi mesi Diario avrebbe chiuso i battenti e il mio articolo era forse solo un (piccolo) episodio all’interno di un conflitto redazionale già in corso.

L’inchiesta sulla gestione dei rifiuti nella provincia di Udine uscì dopo qualche tempo – ulteriormente rimaneggiata -sulle pagine di Carta. Va da sé che non ebbi un euro di compenso per il mio lavoro. La politica di Carta era chiara, non possiamo pagare, lavoriamo grazie al contributo di volontari. Se volevo che quell’articolo alla fine uscisse non avevo alternative.

Quell’esperienza mi ha insegnato alcune cose. Che per fare giornalismo d’inchiesta in Italia (soprattutto con le leggi sulla diffamazione vigenti) bisogna essere: 1) incoscienti; 2) benestanti; 3) vocati al martirio. Che senso ha fare un gran lavoro di ricerca sul capo quando la generalità degli articoli e dei servizi degli organi di informazione è costruita su materiali disponibili in rete? Chi me lo fa fare di sporcarmi le scarpe ad andare a vedere coi miei occhi se posso soddisfare i miei committenti – editori, ma i lettori? – senza muovermi da casa? E poi, che senso ha fare le pulci al potere, qualsiasi colore esso abbia, se poi i giornali o le radio o le tv hanno un riferimento politico a cui, in un modo o nell’altro, vogliono rendere conto? Qui non parlo di idee politiche del giornalista. Io non ho mai fatto mistero di essere anti-clericale, anti-militarista, libertario, in favore di identità flessibili ecc. Parlo della convenienza al mimetismo, al non dire apertamente, al cercare la “sistemazione” più che la verità.

Negli ultimi quattro anni mi sono impegnato in una ricerca in ambito accademico con l’ambizione di verificare se ci sono spazi per investigare, capire e ragionare sugli eventi sociali senza condizionamenti politici o ideologici. In fondo, fare etnografia non è molto distante dal fare giornalismo d’inchiesta, per chi non ha la vista appannata dalle categorie disciplinari. L’ho fatto anche alla ricerca di una qualche protezione economica e di un possibile sbocco professionale alternativo (di libri non si campa, almeno nel mio caso). Va da sé che per tentare un tale percorso ho dovuto andare all’estero. La mia esperienza di giornalista e scrittore esperto  dell’immigrazione all’università italiana non interessava.

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8 thoughts on “Il giornalismo senza il giornalismo

  1. Condivido tristemente. Mi sembra che il giornalismo di inchiesta in Italia si confinato in rare e anguste oasi, mentre la mia esperienza all’estero mi ha insegnato che a un certo livello è il giornalismo tout-court a mantenere sempre qualcosa dell’inchiesta. È più che accettato da parte degli editori, dei lettori: è richiesto.

  2. Non ho condiviso un’esperienza di lavoro come la vostra, ma l’analisi di Max è davvero da appoggiare. Rammento un’inchiesta, sempre del nostro MM, fatta benissimo, su un misterioso omicidio a Torviscosa, non pubblicata per oscure ragioni.

  3. Più che i problemi a livello di chi comunica le notizie conosco quelli di chi le legge (o le ascolta o le vede). Per molti sentiursi messi in discussione da un’informazione non soporifera rappresenta un fastidio da evitare.
    E anche questa è una faccenda da considerare fra le tante che Max scrive.
    I lettori sono la piazza del mercato e non è una piazza simpatica (almeno negli angoli che io consoco).

  4. Beh però ci rimane Antonio Caprarica che da Londra ci racconta tutto sulla casa regale britannica!! Scherzi a parte, condivido le tue osservazioni sul giornalismo contemporaneo ormai in rigor mortis.
    mandi

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