Partigianerie calcistiche

Ho una passione ribollente per il calcio, ma un po’ sbilenca. La passione è forte al punto da farmi perdere il senso del tempo quando mi immergo nelle storie di qualche giocatore sfortunato o di una squadra irregolare di campionati lontani, geograficamente o temporalmente. Sono spesso attratto dai personaggi “minori”, giocatori dalle gradi speranze deluse o dalle personalità irrequiete. Certo, provo ancora un senso di orgoglio istintivo nelle imprese dell’Udinese, la squadra a cui sono affettivamente legato fin dalla mia infanzia, e soffro sensibilmente per le sue sconfitte. Però non riesco a immedesimarmi fino in fondo con le partigianerie calcistiche. Mi sfugge il livello di empatia emotiva di tifosi come il Nick Hornby di “Febbre a novanta”. Sono più vicino alla passione tutta sudamericana per il singolo talento, che riesce ad illuminare il rettangolo di gioco e l’intero stadio finisce per applaudirlo (anche se questo accade molto di rado, ai nostri giorni). Il più delle volte mi ritrovo spettatore stupito di uno spettacolo dentro lo spettacolo. Attonito di fronte alle traiettorie umane provocate dalla passione per una squadra.

Come l’esempio di Hornby conferma, nelle isole britanniche e confinanti la passione calcistica è spesso cieca. L’altro giorno conversavo con M., uno degli adulti partecipanti alla mia ricerca sul calcio giovanile in Irlanda. Lui è tifoso del Liverpool. In Irlanda, chi segue il calcio (Association Football o Soccer per distinguerlo dal Gaelic Football) è tifoso di Liverpool o Manchester United, talvolta del Celtic Glasgow, ma la rivalità più accesa è tra le due prime. Le magliette di queste squadre, indossate da maschi di ogni età e condizione fisica, sono un elemento ricorrente del paesaggio urbano irlandese.

Siamo finiti a parlare della querelle seguita agli insulti razzisti di Luis Suarez a Patrice Evra. Per chi non è addentro alle cose calcistiche, Suarez è un centravanti uruguayano che gioca per il Liverpool. Evra è il capitano del Manchester United, è francese di origine senegalese e ha cominciato la sua carriera professionistica nel Marsala, in Sicilia (tengo sotto controllo il mio gusto per la divagazione ma chi vuole saperne di più sul pre-sequel della carriera di Evra vada QUA). Degli insulti razzisti di Suarez e di quello che ne è seguito ne ha parlato perfino il primo ministro Cameron e quindi non serve ripetere, ma è certo che l’episodio ha brutalmente riproposto all’attenzione pubblica il tema del razzismo nello sport, e nel calcio in particolare.

“Eh lo so che quella storia ti interessa”, occheggia M. riferendosi alla mia nota attenzione verso i temi del multiculturalismo. Sì, mi interessa, ma son curioso di sentire l’opinione di un acceso tifoso del Liverpool, che ha viaggiato spesso per vedere la sua squadra e,  dato non insignificante, possiede una laurea (breve). “Ma sai che c’è un video su YouTube”, dice M., “dove si vede Javier Hernandez usare la stessa parola usata da Suarez?”. Hernandez è un attaccante messicano del Manchester United. “Per i latino-americani chiamare ‘negrito’ qualcuno non è un insulto razzista”. “Ok, conosco quell’argomento”, gli dico, un po’ piccato. “E conosco molti sudamericani che sarebbero pronti a confermarlo”. “Però”, cerco di spiegare, “a pronunciarlo, e non in maniera ironica ma in forma di insulto, è stato un adulto pagato milioni di euro per giocare a calcio. Oltre tutto, tra i suoi prevedibili obblighi è conoscere e rispettare le leggi e le abitudini del paese in cui si trova”. M. è convenuto che Suarez sia stato perlomeno un ingenuo, ma non più di quello. A suo dire, Evra lo ha provocato. “E poi Evra capisce lo spagnolo, sapeva che quella parola non era intesa come un insulto razzista”, ha chiosato.

Intuendo che il discorso si stava arenando sull’infuocato conflitto Liverpool-ManU – la mia squadra ha ragione, la tua ha torto e amen -, ho pensato di deviare la conversazioni su di un altro fronte, ignaro che mi sarei trovato nuovamente nelle sabbie della partigianerie calcistica. “Recentemente ho scoperto John Giles, che personaggio interessante”, ho detto. John Giles è considerato da molti il miglior calciatore irlandese di sempre. Classe 1940, originario di una zona popolare (vale a dire povera) del centro di Dublino, ha fatto una lunga carriera nel Manchester United, nel Leeds e in altre squadre. Tra il 1973 e il 1980 è stato allenatore-giocatore della nazionale irlandese, mentre svolgeva lo stess ruolo anche nel West-Bromwich Albion. Insomma, una specie di leggenda vivente. Tra l’altro lo scorso anno Giles ha dato vita a una fondazione per sostenere lo sviluppo del calcio giovanile di base in Irlanda, piuttosto trascurato dalla federazione nazionale. “Ah”, commenta M, “era un giocatore duro”. Lo guardo come a dire: “E’ tutto qua quello che hai da dire di Giles?”. Poi ci penso su. Giles è un pezzo di storia del Manchester United e come tale non commentabile positivamente. Mi si è seccata la lingua. Ach, le partigianerie calcistiche!

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