Sul viaggiare maschile

E’ arrivato nelle librerie in questi giorni “In bici dalla Siberia a casa”, il libro che ho tradotto nei mesi scorsi per Ediciclo. L’autore è Rob Lilwall, un ex insegnante di geografia che, messosi in viaggio con un amico con l’idea di tornare nella natia Inghilterra dalla lontana Siberia, è rimasto in giro con la sua bicicletta per tre anni. Il libro, che ha riscosso un certo successo in Gran Bretagna e da cui è nata anche una trasmissione televisiva (trasmessa in Italia da Rai5), è il resoconto di questo lungo viaggio, una vera e propria spedizione, come la chiama l’autore. Una spedizione alla ricerca di cosa?, viene da chiedersi. Qui viene il bello, ovvero la ragione per questa mia riflessione. E’ evidente che un viaggio che ha toccato così tanti e diversi paesi, dalla Siberia al Giappone, Filippine, Papua Nuova Guinea (chi pensava fosse un posto così terribile!), Australia e via via Malesia, Tibet, Afghanistan e altri ancora, offre moltissimi spunti narrativi.

Nel libro sono raccontate alcune delle avventure capitate al nostro autore, partito impacciato e un po’ intimidito dal suo più navigato compagno e scopertosi intraprendente e coraggioso dopo essere rimasto da solo. Non mi dilungo oltre sul contenuto del libro, lascio intatta la curiosità dei futuri lettori, e vengo al punto. Lavorando sulla traduzione mi sono trovato a riflettere – non era la prima volta e non sarà l’ultima – sul senso di questo ‘estremo’ viaggiare in bicicletta, che negli ultimi anni sembra essere diventato molto popolare. Sono – anzi “siamo” devo mettere, visto il mio trascorso patagonico – sempre uomini, spesso soli, di solito in quella fase della vita in cui l’adulto reclama ancora un po’ dell’incoscienza del ragazzo, a imbarcarsi (ci) in avventure così impegnative. Perché lo fanno (facciamo)?

Dalla pubblicazione di Patagonia controvento (2006) sono stato contattato da circa una ventina di persone, il 95 per cento maschi, interessati a ripetere il mio viaggio o a farne altri simili. Alcuni erano viaggiatori in gruppo, spesso erano solitari, come quel trentassettenne di Bologna che – simpaticamente – incolpava me e il mio libro per avergli messo in testa il tarlo del viaggio in Patagonia, complicadogli la vita coniugale. Pur accarezzando il mio narcisismo (lo scrittore ha, tra gli altri, questo umanissimmo limite), le richieste mi ponevano di fronte alla esigenza di capire dove nascesse il desiderio di questo tipo di viaggio particolarmente fisico e per alcuni – purtroppo numerosi – sconfinante con lo sportivo.

A un certo punto del suo libro anche Rob Lilwal si pone il gravoso dilemma: cosa ho imparato? Perché faccio questo? Il suo iniziale compagno di viaggio, Al Humpreys, anch’egli autore di libri di viaggio in bicicletta e viaggiatore instancabile, lo tramortisce con una frase: “queste avventure non sono la risposta giusta alla crisi di mezza età dell’uomo”.

E’ una risposta brusca e un po’ semplistica, ma coglie, almeno in parte, nel segno. Eric J. Leed, autore de “La mente del viaggiatore” (2007, Il Mulino, originale del 1991) articola in maniera più profonda il senso del viaggiare e, in particolare, del viaggiare “maschile”. “Dagli inizi conosciuti della letteratura di viaggio fino ad oggi il transito è stato visto come un modo di ‘negare il tempo attraversando lo spazio’, una maniera simbolica di cessare di invecchiare”, dice Leed rifancendosi a Leiris e Clifford.

Ma se questa osservazione può trovare tutti concordi – in fondo offre un’accessibile manto filosofico al nostro viaggiare, qualsiasi il luogo e il mezzo che scegliamo – è un altro il passo che mi ha colpito a fondo, spiazzandomi. “Per gran parte della storia umana sono stati gli uomini a viaggiare e la letteratura che riguarda il viaggio è – con qualche eccezione importante – una letteratura maschile che riflette un punto di vista maschile. (…) Tradizionalmente il viaggio è servito come una specie di autoconferma maschile, nello stesso senso in cui Hegel parla della necessità della guerra per gli uomini: perché essi devono portare la loro certezza di sé, la certezza di essere per sé, al livello di una verità oggettiva, e renderla un fatto sia nel caso dell’altro sia del proprio”. La riflessione si spinge poi verso l’inclinazione “occidentale”, del mondo occidentale, al viaggiare, allo scoprire e soprattutto al conquistare, fisicamente o narrativamente (a fare proprio l’altro, in ogni modo). Sono stati sempre, o quasi sempre, uomini a fare questo, e quindi la concezione di libertà insita e trasmessa col viaggio è fondamentalmente maschile, anche se poi viene generalizzata come aspetto della “natura umana”.

In occasione di una presentazione di Patagonia controvento in una libreria di Roma venni avvicinato da una ragazza che trasmetteva ebbrezza sportiva come un seminarista trasmette afflato spirituale. Non molto slanciata ma neanche bassa, un’età prossima ai 25 anni, braccia nervose, la ragazza era accompagnata da un’amica che le faceva da tramite dialettico, in pratica parlava in vece sua esaltandone le imprese ciclistiche. La ragazza, quella che stava inizialmente zitta non l’altra, era partita in bici da Bologna e aveva raggiunto la Calabria.

Ci aveva preso gusto e voleva continuare, fare altri viaggi, per questo si era fermata a parlare con me, per chiedermi dei “consigli” (un tema gravosissimo che mi mette sempre in crisi). Al di là della singolare triangolazione dialettica la sua esperienza mi aveva affascinato. Come dev’essere un viaggio, in solitario, in bicicletta al femminile?, mi chiesi. I rischi sono diversi, probabilmente maggiori del viaggio al maschile. E lo sguardo?

Uno dei libri più venduti di sempre nella saggista statunitense è il primo libro dell’antropologa Margaret Mead. E’ il resoconto dei mesi passati in una comunità delle isole Samoa per cogliere le peculiarità dell’adolescenza femminile in una società “primitiva”. Tra le ragioni del successo continuativo del libro ci fu il vedere una voce femminile fare quello che che fino ad allora (e in larga parte anche dopo) era prerogativa dei maschi, l’antropologia, che poi è un’evoluzione del viaggio esplorativo.

Era di là da venire la critica femminista alle scienze sociali e alla letteratura, il post-strutturalismo e tutte le opportune critiche all’assolutismo (bianco, maschio, eterosessuale) occidentale. Però i maschi occidentali si sentono ancora viaggiatori più delle femmine. E i loro viaggi diventano libri e altro ancora più facilmente di quelli delle donne. Non posso certo prendere le difese di nessuno, ma sento il bisogno di assumere coscienza di questo, di farne riflessione critica mentre io stesso continuo a scrivere, spinto dal viaggiare, spesso implicato nel viaggiare.

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