E invece

Ogni giorno c’è qualcosa che dovrei scrivere. Dovrei nel senso che sento la necessità di scrivere qualcosa su di uno o più argomenti, che poi è quasi sempre una notizia, una storia giunta da chissàdove, raccolta alla radio o in un libro o nei notiziari o semplicemente qualcosa che mi rimbalza in testa dopo aver spaccato la legna. Mi sveglio e rimango a letto e i pensieri finiscono lì. Ecco qualcosa da scrivere. E’ così da anni. Anche per questo avevo cominciato (in un’altra vita) a tenere un blog. Per lasciare libere tutte queste voglie di scrittura, che poi sono bisogni che se non te ne liberi ti rimangono dentro e ti creano delle bolle nella scatoletta cranica, piccole o grandi, ma sempre bolle, e le bolle sono piene di aria, vuote e piene d’aria, e sono fastidiose, le bolle. Certe volte devi per forza metterti a scriverle queste cose, solo per svuotare le bolle o farle scoppiare. Ma sono così importanti, le cose divenute bolle? A chi importa(no)? Per esempio, importa che il mondo è così pieno di stronzi, e i più grandi rivestono ruoli di potere, che io debbo necessariamente scriverci qualcosa contro o sopra comunque scriverci? Leggeranno mai i miei improperi in lettere? Saranno meno stronzi perché glielo dico io? Poi penso, forse potrei fare qualcosa di meglio che scrivere. Per esempio occupare venti minuti appena alzato facendo yoga e smentendo il fisioterapista che mi aveva assicurato che con la mia sciatica avrei dovuto dimenticarmi la bicicletta e che anche stare seduto sarebbe stato un problema e invece vado ancora in bici e passo molto tempo, troppo tempo, al computer e la schiena, la schiena beh, c’è ancora. Potrei imparare a cucinare le torte che se divento vecchio mi piacerebbe saper cucinare delle buone torte, non perché sia particolarmente goloso, sì lo sono ma non particolarmente, lo sono e basta, ma solo perché le torte sul tavolo, un tavolo comodo con varie sedie, trasformano una stanza in un rifugio, anzi un ricetto che fa rima con ricetta e dirlo anzi scriverlo mi fa credere di conoscere parole. Oppure potrei riprendere in mano quel libro lasciato anni fa, o capito solo in parte o a metà, magari. Potrei anche uscire e fare una camminata per aiutarmi a capire chi ero io vent’anni fa quando aiutavo persone disabili a trascorrere le vacanze al mare. Aiutare gli altri è la miglior terapia contro i turbamenti, lo dico sempre a T., ma non so se mi ascolta, son vent’anni che glielo dico. Potrei studiare l’infanzia così per preparmi alla crescita di O. che quando al suo posto c’ero io non sapevano che farne, dei bambini, non c’erano libri sui bambini e se c’erano erano da un’altra parte, e facevano errori, quei genitori, ma erano giovani e i giovani sbagliano, è giusto che sbaglino, anche se sono genitori, senno come possono imparare. Potrei costruire una casa, che una casa è importante, devi avercela una casa, non puoi mica vivere in affitto tutta la vita, pensa quanti soldi hai gettato via in affitti, pensaci, e che diamine, che uomo sei se non hai una casa, tutti hanno una casa, perchè, non hai forse dei nonni, degli zii d’america o di francia o d’australia o dei genitori, eccoti la casa, entranci. Fattela allora, la casa, ma non chiedere a me come si fa, io vivo in appartamento, un investimento dei miei, adesso è casa mia. Quante cose potrei fare invece di scrivere. Invece.

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Venuto al mondo

Ho sempre preferito dire “venire al mondo” piuttosto che “nascere”. Dà subito l’idea del movimento, di uno spostarsi, se c’è un venire c’è anche un andare. Ecco, io sono così. Sono venuto, anzi andato, al mondo. Poi però non si è capito bene se ci sono arrivato, se sono stato accolto o indirizzato. Altrove. Qui non c’è più posto, mi spiace, provi da un’altra parte, ci sono altri mondi oltre a questo. Ah sì, e dove? Sa, io sono nuovo di queste parti, anzi nuovissimo, sono appena venuto al mondo. Appena. Appena. Appena.