Integrazione attraverso lo sport – possibile?

SARI-Integration through Sport workshop, Dublin.

Da sinistra: Gitta Axman, Brian Kerr, Ken McCue, Max Mauro. Domanda: a cosa starà pensando Max?

Alcuni giorni fa ho partecipato, a Dublino, a un seminario sul progetto del governo tedesco “Integrazione attraverso lo sport”. L’incontro era organizzato dal SARI (Sport Against Racism Ireland) e dal Goethe Institute Ireland e avveniva in concomitanza con la partita Irlanda-Germania per le qualificazioni ai mondiali di calcio (finita con una ignominiosa sconfitta dei padroni di casa). I lettori di questo blog ricorderanno il SARI, ne ho parlato in occasione della SARI Soccer Fest, che da 15 anni richiama ogni anno, a settembre, centinaia di persone da tutta l’Irlanda, anche da quella del Nord, per una vera festa del calcio. All’ultima edizione c’erano quaranta squadre maschili e dieci femminili. Non c’è una regola per partecipare: vi sono squadre che rappresentano una comunità immigrata e altre, la maggioranza, che rappresentano una località con tutte le comunità che ci vivono. Arrivano veramente da tutta l’isola. Il tema della festa è “sport e inclusione sociale”, ma non è mirato solo alle comunità immigrate, ma a tutte le diversità e le minoranze. Tra i partecipanti più fedeli c’è una squadra della comunità gay di Dublino.

Non è per caso quindi che Ken McCue, factotum del SARI, abbia invitato Gitta Axman della fedrazione olimpica tedesca ad esporre questo particolare progetto, che ha ormai dieci anni di vita. “Integrazione attraverso lo sport” è stato avviato nel 2001, con un finanziamento annuo di 5.4 milioni di Euro messi a disposizione dal Ministero degli Interni. La federazione degli sport olimpici si occupa di distribuire i fondi alle società e alle organizzazioni sportive, grandi e piccole, che si impegnano a mettere in pratica dei progetti mirati a favorire la partecipazione degli immigrati nello sport, soprattutto i più giovani. Viene svolta una formazione ad hoc per allenatori e responsabili di squadre giovanili e vengono effettuate campagne pubblicitarie. In Germania sono attivi circa 191.000 club, iscritti alla federazione olimpica, e i praticanti sono 27 milioni. Si tratta di cifre importanti e i risultati non sono mancati, come ha dimostrato la recente “mutazione” della nazionale tedesca (maschile) di calcio.

Ai mondiali del 2006 la nazionale aveva solo tre giocatori di origine immigrata, rappresentanti di due nazionalità d’origine. Agli ultimi mondiali la Germania si è presentata con una squadra giovane, ricca di otto diverse origini nazionali.  Va detto che fino a pochi anni fa la Germania considerava le comunità immigrate, anche quelle di seconda e terza generazione, come degli ‘ospiti’, dei lavoratori ospiti (Gastarbeiter). Questo fatto, tradotto in legislazioni che non favorivano l’acquisizione della cittadinanza ma anzi dissuadevano gli immigrati dal richiederla, ha provocato per lungo tempo un senso di esclusione di una considerevole porzione della società, soprattutto nelle generazioni più giovani. In questi anni, anche grazie a progetti come quello sullo sport, le cose sono cambiate.

L’incontro di Dublino era moderato da Brian Kerr, ex allenatore della nazionale irlandese e, più recentemente, di quella delle isole Far Oer. Kerr è presidente onorario del SARI e questo dice molto sulla sua personalità. E’ un tipo schietto, ama il confronto e la dialettica (dalle colonne dell’Irish Times è uno dei più strenui critici di Trapattoni), ma soprattutto ha una visione aperta, moderna della società multiculturale. La mia presenza era giustificata dal gentile invito del SARI a parlare del mio progetto di ricerca con due squadre giovanili di calcio di Dublino. Il pubblico era attento e partecipe. Per me è stata una bella occasione per condividere questa esperienza che si è da poco conclusa (ma non la sua trasposizione sulla carta, che in effetti mi tiene al computer per molte ore al giorno).

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