Lo stato-nazione non è la soluzione

La Catalogna vuole l’indipendenza? Ma che cosa se ne faranno? Anche se le recenti elezioni regionali non sono andate così bene come speravano, i nazionalisti catalani assicurano che l’obiettivo rimane quello del referendum per ottenere l’indipendenza da Madrid. A giudicare dallo sventolio di bandiere in occasione di manifestazioni di strada e dalla compatezza cromatica dello stadio Camp Neu in occasione delle partite del Barcelona, c’è da credere alla determinazione dei ‘catalanisti’ nel raggiungere questo risultato. Eppure la cosa non mi convince.

In questi anni la Catalogna si è guadagnata, in campo internazionale, la fama – più o meno meritata, non sottilizziamo – di regione aperta, dinamica, e tendenzialmente più florida di molta parte della Spagna. E poi c’è il Barcelona di Messi, la squadra portabandiera della ‘nazione’, costituita per otto undicesimi di giocatori catalani e quasi interamente composta da giocatori cresciuti nel vivavio. Il Barcelona è la squadra amata dagli amanti del calcio come gioco creativo e collettivo. E’ l’esempio più citato di società attenta ai temi sociali (fino all’anno scorso sponsorizzavano l’Unicef) e  agli aspetti educativi dello sport. Cosa cambierebbe se la Catalogna divenisse uno nuovo piccolo stato-nazione nel già frastagliato panorama europeo? Il Barcelona si trasformerebbe nella nazionale catalana? Mah.

A parte questo aspetto se vogliamo ‘ludico’, gli eventi degli ultimi tempi invitano a una riflessione, su due diversi piani. Da un lato quello della cronaca, che registra un dibattito più che mai acceso e passionale attorno al tema ‘Catalogna ai Catalani!”. Dall’altro il piano storico, ciò come leggere questa richiesta e tutte quelle correlate fatte negli ultimi mesi nel quadro di quello che sta accandendo in Spagna e in Europa. Non ci vuole una sfera di cristallo per immaginare quello che gli storici potranno scrivere tra 40 o 50 anni dell’idea catalana di indipendenza. L’idea non è nuova, è da molti anni che pulsa e genera divisioni, ma ‘stranamente’ ha ripreso fiato e vigore in concomitanza della crisi economica e sociale che attraversa la Spagna e l’Europa. Dunque, lo storico scriverà che la Catalogna ha approfittato della più grave crisi economica del dopoguerra per tagliare i cordoni che la legavano al resto della Spagna. E’ questo che i catalani veramente vogliono? Uno può dire, fatti loro, il diritto all’autodeterminazione è sancito dai trattati internazionali. E’ vero. Ma i catalani, in virtù dell’immagine di progressisti, dinamici ecc, veramente credono nella chimera dello ‘stato-nazione’? Il problema è questo.

Pare un misero e miope risultato di fronte alle dinamiche globali che dimostrano la precarietà dell’idea di stato-nazione. Non serve citare l’identità liquida di Bauman o gli ‘ethnoscapes’ di Appadurai per comprendere che l’idea di stato nazione messa – coercivamente – in circolazione dagli Europei un paio di secoli fa, e dal principio mantenuta con grande sforzo di energie e risorse, anche militari,  è defunta. Eppure molti catalani paiono crederci al punto da volerla riprodurre. E’ come credere ai poteri taumaturgici della tribù. Ma la tribù non esiste più, per fortuna. Sarebbe bello utilizzare risorse e creatività per immaginare qualcosa di più attuale e stimolante.

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