1958. Italia

Alcuni giorni fa su Radio3 hanno trasmesso un programma del 1958. Era un’intervista con Luchino Visconti in occasione di uno spettacolo teatrale da lui diretto da un testo di Harold Pinter. Non è tanto il tema o il protagonista ad avermi colpito, ma le voci. Le voci del conduttore e dell’intervistato. Il tono, la loro ‘profondità’. Ogni parola appariva allo stesso tempo sospesa e  ancorata nel tempo. Sospesa poco più in alto della realtà, una piccola distanza per poterla osservare e rappresentare meglio. E ancorata, perché pur trattando di ‘teatro’, di cultura non ‘popolare’, riusciva ad esprimere un’idea non minimale del paese. Di quale paese, mi sono chiesto? Dove sono finiti gli italiani? Erano voci di un’altra epoca, quelle rimandate dalla radio, e che spessore! Forse è il tempo che ha mangiato le parole e ora esse non hanno più lo stesso peso. Forse prima di mangiare le parole il tempo ha pensato bene di ruminare i contenuti che queste dovrebbero trasportare. Ora non sa che farsene. Se sputarli fuori, ormai inutili carcasse di suoni inarticolati. Oppure inghiottirli, piccoli bocconi senza più sapore.

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