Libri letti con piacere

Ho l’abitudine di segnare nell’agenda i libri che leggo. Lo faccio solo con quelli che aribitrariamente catalogo come “non-saggistica”, per distinguerli da quelli che mi ritrovo a leggere per esigenza di ricerca e documentazione. E’ un abitudine che ho preso da qualche anno, dopo essermi accorto di aver ricomprato e pure ricominciato a leggere libri che avevo già letto in un passato ahimé remoto (i miei neuroni zoppicano). Oggi mi sento di rammentare, a me stesso in primo luogo, i libri che ho letto con più interesse e passione nel corso del 2012. L’anno è cominciato, letterariamente parlando, benissimo.

A gennaio ho completato la lettura de Il Conte di Montecristo. Non so perché non avevo mai letto prima questo classico, forse la terra mi bruciava sotto i piedi e un tomo di mille e passa pagine mi intimoriva. Alla prova dei fatti, e con alcune primavere in più, si è rivelata un’esperienza fantastica. Non ho timore ad usare questo aggettivo, perché ogni volta che prendevo in mano il libro venivo trasportato in un mondo che, pagina dopo pagina, finiva per catturarmi più di quello reale. Spesso, durante il giorno, scoprivo la mente immersa nei problemi del conte – riuscirà  fuggire dalla fortezza-prigione? Ritroverà la sua amata? – il che complicava non poco la quotidiana funzionalità dell’uomo implicato nel materiale esistere. Siamo fatti di storie, ci piace ascoltare e raccontare storie. Alcuni sono particolarmente bravi nel raccoglierle e presentarle, altri sono dei veri maestri. Alexandre Dumas è uno di questi ultimi.

Le mie letture sono di solito favorite dagli spostamenti, dal tempo speso su treni, autobus, aerei e in aeroporti. Adoro i tempi morti del viaggio. E’ un tempo sottratto al tempo e proprio questo può essere riempito in maniera libera e liberatoria. Se non ho incombenze professionali, evito l’uso del computer e cerco di dedicare ogni attimo alla lettura. Durante un viaggio Trieste-Dublino-Belfast e ritorno ho completato la lettura di due libri vicini per ambientazione storica  e geografica. Si tratta di Ham on Rye di Charles Bukowski e Little boy blue di Edward Bunker. Sono entrambi ambientati a Los Angeles in anni in cui in quella città esisteva ancora il tram (ora qualcuno lo rimpiange anche laggiù, nel frattempo hanno adottato un piano per la ciclabilità). Entrambi sono romanzi di formazione, come si usa dire. Il primo è il racconto di come Henry Chinaski è diventato adulto e scrittore. Rispetto agli altri libri di Bukowsi, ridotta è la presenza di cazzi e varie ossessioni bukowskiane tendenzialmente scatologiche. Non che queste mi turbino, ma talvolta tendono a schermare la profondità della scrittura del nostro. In Ham on Rye (Panino al prosciutto nella versione italiana), la scrittura è viva, vitalissima, come sempre. Disperato e meno  incline all’ironia è l’umore del protagonista. Forse il giovane Chinaski vuole ancora poter credere in qualcosa ma teme che essere giovani sia, in fondo, una fregatura, perché questa fase della vita regala illusioni e delusioni a piene mani.

Sapendo del suo lungo trascorso penitenziario, sono a lungo rimasto distante da Edward Bunker. I suoi libri trattano tutti di mala-vita, violenza imposta e cercata, vite difficili. Aspettavo il momento in cui il mio stato vitale fosse stato così solido da potermi dedicare a un suo libro senza venirne troppo turbato. Quel tempo è arrivato alfine per iniziativa di altri: Little Boy blue mi è stato regalato. E’ rimasto nello scaffale per dei mesi, poi un giorno l’ho portato con me e mi ha conquistato. Che infanzia, quanto dolore! Nella distrazione/assenza della famiglia, il piccolo protagonista transita per tutte le scuole speciali e gli istituti minorili del sud California. Chiunque, anche il piccolo Budda, verrebbe traviato da tanto disagio tracimante. Il libro si legge d’un fiato.

Il libro più memorabile del mio anno di letture è stato tuttavia Austerlitz, di W.G. Sebald. Avevo letto qualche tempo prima Gli emigranti (nell’edizione di Adelphi) e quel modo insolito, sfuggevole e misterioso, di trattare storie di vita, mi aveva affascinato. Sebald, tedesco bavarese trapiantato nel dopoguerra in Inghilterra, ha fatto della memoria la sua ossessione letteraria. Ha cominciato tardi a pubblicare ed è morto presto, a soli 57 anni. Nell’arco di un decennio, tuttavia, ha saputo regalare dei libri che non sono prettamente romanzi, ma di certo non sono dei saggi, non sono memorie e nemmeno biografie. Sono altro. Austerlitz è la storia di un bambino di guerra, uno di quei bambini tedeschi o dei territori occupati dai tedeschi dati in affidamento a famiglie britanniche per l’improvvisa scomparsa dei genitori (destinati a qualche campo di concentramento). Austerlitz viene adottato da un coppia gallese di cui prende il nome, e pure la lingua. Il seguito della sua vita è un rincorrere/sfuggire i tratti del suo passato. Sebald li ripercorre con trasporto e curiosità minuziosa, cucendo come un sarto raffinato i vuoti di memoria, ri-creando quello che è stato e ha inciso sul personale e collettivo vissuto dei suoi protagonisti.

Non ho parlato di libri “recenti”. E’ vero, i miei itinerari di lettura avvengono su di un treno a vapore o su di una bicicletta d’epoca, pesante e ben oliata. Tempi lenti. Anti-storici?

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