Il (vero) cambiamento è possibile

Bike_and_Roll_shopping_fam_smallIl governo britannico ha approntato un programma di investimento di 62 milioni di sterline (72 milioni di euro) per sviluppare la mobilità ciclistica (lo riferisce il Guardian). E’ il più grande investimento sulla bicicletta mai adottato da un governo di quel paese. Lo sottolineo perché questo dimostra che, diversamente da quello che molti pensano in Italia, la bicicletta non è un mezzo per gente “di sinistra”, per “alternativi” vecchi e nuovi, per anziani soli o immigrati senza patente. Al governo in quel paese sono in questo momeno i conservatori assieme ai liberali.

La bicicletta è un mezzo per tutti, il cui utilizzo aiuta tutti, anche quelli che non possono usarla e devono muoversi con altri mezzi. E’ facile da capire. Se si riduce il numero di automobili in circolazione nelle città grandi e piccole (attanagliate dal traffico veicolare) favorendo i mezzi pubblici e la bicicletta, le strade saranno meno intasate e così potranno muoversi con maggiore facilità coloro che hanno il diritto e il dovere di usare automobili, furgoni e camion. Mi riferisco, per esempio, ai mezzi che trasportano persone disabili, alle ambulanze, ma anche ovviamente ai corrieri commerciali e a tutti i mezzi di pubblico interesse.

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Carceri e Venezuela, un problema insoluto (e in Italia…)

61 morti in un carcere venezuelano per scontri (armati) tra detenuti e forze di polizia. E’ notizia di questi giorni. Ma non è una notizia, non c’è nulla di nuovo. Quello delle morti violente all’interno delle carceri del Venezuela è un evento che si ripete ormai da anni, a scadenza frequente. Nel 2011 ci furono 560 morti, 476 l’anno prima. Nei primi sei mesi del 2012 i morti erano già trecento, più di due al giorno. Secondo l’Observatorio Venezolano de Prisiones questi numeri pongono il Venezuela nella posizione più critica di tutta l’America Latina. Per essere più precisi, nel 2008 in Venezuela morirono in carcere cinque volte più prigionieri che nelle carceri di Messico, Colombia, Brasile e Argentina. Quell’anno, in Venezuela, con una popolazione carceraria di 23.457 persone ci furono 422 morti. In Messico, su 250.000 prigionieri, 24. In Brasile, il rapporto fu di 450.000-19. Colombia: 72.000-7. Argentina, 62.000-10.

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Un insulto come un altro?

E’ incredibile l’arretratezza e l’ignoranza che circondano il tema del razzismo e in particolare dell’insulto razzista. Ogniqualvolta la questione riemerge a livello pubblico, come accade in questi giorni in seguito agli episodi accaduti sui campi della Pro Patria, si leggono e ascoltano le più assurde giustificazioni. Sorvolo sugli interventi deliranti dei rappresentanti della destra, in primis quelli della Lega Nord (“Negher non è un insulto, dipende da come lo dici”, ha ruttato il deputato Salvini), e mi soffermo su quanto espresso dai media. In un articolo de La Stampa si legge:

Anche se alla fine, sotto sotto, come dice Christian, un insulto è un insulto e non è che sia più grave per il colore della pelle di chi è preso di mira.

Christian è un esponente degli ultras della Pro Patria, ma non è questo che importa. La frase è chiara: quella espressa non è semplicemente l’opinione di un tifoso di calcio, ma dello stesso articolista che con quel “anche se, sotto sotto” esprime un mondo (piccolo e gretto). Questo è particolarmente grave. Non saper distinguere tra un insulto razzista e un altro tipo di insulto è un segno dei tempi grami che viviamo in Italia.

Per spiegare il mio pensiero, prendo a prestito la spiegazione del Race and Equality Centre di Leicester, in Gran Bretagna. Diversamente da altre forme di insulto, quello razzista prende di mira una persona per la sua appartenenza ad un particolare gruppo etnico o razziale. Insultare qualcuno per come si veste o per il suo peso è un gesto crudele, sottintende che c’è qualcosa di anormale in quella persona. Ma chiamare uno “bingo bongo” o “negro di m.” esprime che non è solo la persona insultata ad essere “anormale” ma il suo intero gruppo etnico e razziale. Il messaggio è che tutti quelli del suo gruppo sono inferiori.

In questi anni sono stati scritti e pubblicati numerosi documenti sul tema del razzismo fuori e dentro i campi di calcio. Non si può (più) dire che non si sa di cosa si sta parlando.

Le parole e le cose: antipolitica

Non ho capito perché si debba usare la definizione di “antipolitica” ogni volta che si parla di Grillo. Al massimo il movimento da lui ideato sarà anti-partitocratico o anti-partititico, ma questa non è una novità nel panorama politico italiano, ne parlavano i radicali già trent’anni fa. E poi che anti-politica è quella di qualcuno che presenta liste e si candida? In tempi di (giustificata) disillusione dal meccanismo rappresentativo dovrebbero ringraziarli invece di attaccarli. A rigor di logica, antipolitico è qualcuno che non si impegna, che disdegna la partecipazione politica o perfino la boicotta. Tutto il contrario di quello che stanno facendo Grillo e i suoi. Sarà populismo, qualunquismo, bassa politica, ma di certo non anti-politica. Tecnicamente parlando, chi usa una tale categoria per definire il Movimento 5 Stelle (ma che razza di nome hanno scelto? Ricorda una canale tv privato degli anni ’80) è un idiota o in malafede. Entrambe le categorie contano molti associati.

L’Italia che lavora (e non se ne parla)

La condizione dei lavoratori agricoli immigrati in Italia è al centro un rapporto di Amnesty International. Il quadro che emerge lascia senza parole. Al proposito, invito a leggere l’articolo di Daniele Barbieri.

Nella zona di Latina il contratto prevede 6 ore e mezzo di lavoro al dì per 6 giorni in cambio di un salario lordo di 8,26 euro per ora. Quando – a giugno – Amnesty ha visitato la zona gli stagionali (perlopiù indiani) lavoravano invece 9-10 ore al giorno per 3 o 3,50 euro. Stessa situazione a Caserta.

Chissà se qualcuno dei politici in campagna elettorale si ricorderà di queste persone trattate da schiavi nell’Italia del 2013.

Lo stop di Di Natale

Erano diversi anni che non andavo allo stadio Friuli per una partita dell’Udinese. Forse l’ultima volta era stato in coppa contro l’Ajax, quanti anni? L’ultima volta in uno stadio era invece più recente, due anni fa a Blackburn, per vedere la squadra locale contro i mastodonti del Manchester United. Partita noiosa, zero a zero, in barba alla spettacolarità tanto decantata della Premier League. Eravamo in gita con un folto gruppo di ragazzini under 15, maschi e femmine, calciatori del Mountview FC, periferia multietnica di Dublino. Una ventina di adulti e un centinaio di infanti irlandesi con l’adrenalina in corpo. Distribuiti nelle tribune dello stadio un po’ grigio del Blackburn, i bambini aspettavano un colpo ad effetto di Rooney, il loro idolo, o almeno di Ryan Giggs, l’idolo dei più anziani. Invece la partita offrì solo alcuni movimenti plastici memorabili di Berbatov, un elegante danzatore bulgaro prestato al calcio probabilmente solo da me aprezzato. Elegante, e di classe. Avessi qualche miliardo e una squadra lo ingaggerei subito, anche se ora è vicino ai 35, mi pare. Un paio di giravolte con il pallone ai piedi in cerca di un compagno a cui passare la palla, che non si fa  vedere, poi il nostro irride la balistica provando un tiro impossibile, bello ma impossibile. Il sempre rubizzo Ferguson, l’allenatore, caccia un urlo che non è di complimento, ma chissenefrega. Grazie Berba, fallo ancora per noi, e affanculo il burbero scozzese. Continua a leggere